La generazione “Intanto”. Perché non siamo tutti sulla stessa barca

È tempo di prendere coscienza del fallimento o, peggio ancora, dal non intrapreso tentativo di rappresentanza delle istanze socio-economiche degli under 35. Esistono tutta una serie di attori sociali in teoria vicini ai giovani; o per lo meno a quella che si intravede essere, dal buco della serratura da cui quegli stessi attori guardano, la forma di vita dei giovani e della nuova generazione che avanza. L’ambientalismo ad esempio è coperto con un ampio raggio di associazioni che difendono lo stile di vita in linea con la natura; di diritti civili e delle donne (ora trasfusi nel più ampio e ibrido contenitore del transfemminismo queer) se ne prendono cura in tanti. Il movimentismo non è mai morto e continuano a proliferare linguaggi di lotta e codici di condotta sempre al margine tra il criptico e il mai-egemonico. I ricercatori hanno il loro posto nelle associazioni di settore e i giovani politicizzati hanno il loro posto nel partito.

Nessuno di questi viaggi è finito o ha raggiunto il punto culminante che cerca, ma almeno è iniziato. L’associazionismo di matrice volontaristica fa sempre più affidamento sulla desiderosa mole di gente che vuole collaborare gratis (vedi il caso dei lavoratori culturali): fare un piccolo ed estemporaneo stage, fare esperienza “intanto”. Ecco, siamo la generazione dell’intanto, mettiamo da parte tante piccole ghiande marce che se avremo fame forse ci mangeremo.

Dobbiamo parlare spesso di “orizzontalizzazione” più che di spinta verticale verso un punto lavorativo inavvicinabile; facciamo più di una cosa alla volta per prepararci “in caso che”. E “intanto” qualcosa, almeno, lo facciamo. Ché se non facciamo nemmeno poi che speranze ci sono?

Chi parla così è già chi può dirsi privilegiato tra i privilegiati; quelli che possono quasi quasi permetterselo di mettere da parte conoscenze e soft skills per far fronte all’inverno della vita, senza sapere dove andare a parare con quel bagaglio esperienziale che dopo un po’ comincia a diventar fardello. 
Si smette di voler anche solo sapere quale sia il lavoro a cui mirare e cinicamente si risponde che i tempi sono questi e (spallucce) che noi dobbiamo cavarcela così, tra uno stage e un master, tra una collaborazione per 400 euro al mese e un corso online sul management culturale. Ad una piccolissima percentuale può tutto sommato sembrare eccitante, ma la maggior parte di noi non sogna di cambiare mestiere e orizzonte di vita ogni sei mesi.

Non ci “orizzontalizziamo” perché essere multipotenziali è la nuova moda sotto cui lasciare soccombere le nostre più profonde personalità, ma non per questo neghiamo che siamo individui più che mai ricchi e curiosi, attenti e con gli occhi vigili su un mondo che non si sa quanto sia disposto ad averci al suo interno. 
Abbandonando i toni letterari almeno per un attimo, tra noi e i partiti si sono insinuate tante realtà intermedie che intercettano consensi ad ampio raggio, ma nessuna di queste – che pure possono avere una cultura politica e un retroterra non indifferente – ha la volontà di porsi il focus politico (quando si parla di deliberazione e non di presupposti buoni e buonisti) dell’istanza del precariato giovanile.

Vi verranno a dire che i precari ci sono pure maturi, altro che under 35; lo sappiamo e non possiamo che solidarizzare. Ma questo non può scoraggiare quel soggetto politico che pensi ai giovani precari, senza con questo voler essere né endogamico né impermeabile alle diverse istanze sociali.

Una scelta di campo va fatta, e se tutti gli altri organismi non sanno organizzare un consenso e una rappresentanza anche dei giovani precari, bisogna dirlo che abbiamo bisogno proprio di questo e bisogno di agirlo in modo netto, senza scorciatoie. 
Bisogna avere persone a cui si scaldano cuore, mente, mani quando si parla di tutto ciò. Questo da solo non basta: servono anche adesioni pratiche e volitive, una capacità di attivazione sul breve e lungo termine che sicuramente richiederà tempo a chi vorrà darglielo.

Bisogna far sapere che questa cosa si fa sempre più reale ogni qualvolta qualcuno dice “sì”, come una profezia che si auto-avvera. E c’è, infine, da chiedersi “Perché non provare?” e trovare una buona risposta. “Tanto non cambia niente” non rientra tra queste.