La morale della Cassazione (e quella dei non integrati)

È di questi giorni la notizia della sentenza della Corte di Cassazione che ha confermato, ribaltando l’esito dell’appello, il licenziamento dei cinque operai FIAT rei di aver manifestato tre anni fa fuori i cancelli dell’azienda esibendo un manichino impiccato con la faccia dell’Ad Marchionne. Era una manifestazione pacifica, per quanto dai toni forti, che aveva come unico scopo quello di attirare l’attenzione sulle pratiche vessatorie che subivano i dipendenti FIAT poco inclini alla tacita accondiscendenza nei confronti delle direttive aziendali, tutt’altro che mansueti, in altre parole difficilmente integrabili nel processo di produzione. Eppure era a tutti noto che i cinque operai licenziati, così come i tre suicidi per i quali stavano manifestando, subivano da anni quello che viene definito un vero e proprio internamento, costretti al trasferimento nella struttura sita nell’interporto di Nola, lontano dal polo produttivo e fuori dalle dinamiche del lavoro aziendale; un posto dove i trecento indesiderati andavano a trascorrere le loro giornate “lavorative” senza svolgere alcun compito, senza direttive e senza responsabilità. 

A questo punto, fermamente intenzionati a rispettare l’onorabilità del palazzaccio, noi ci sforziamo di pensare che la Corte di Cassazione non avesse la minima intenzione di umiliare i cinque operai con l’ironia del vincitore, ma non possiamo non riflettere sulle parole usate nella sentenza che più colpiscono la nostra immaginazione. Per i giudici infatti i manifestanti avrebbero “procurato ricadute di tipo “morale”, esprimendo posizioni palesemente offensive nei confronti dell’azienda mediante modalità eclatanti e ostentatamente provocatorie” spostando la dialettica del confronto “su un piano di non ritorno che evoca uno scontro violento e sanguinario, fine a se stesso, senza alcun interesse ad un confronto con la controparte annichilita nella propria dignità contraddittoria”. Le parole delle sentenze dovrebbero essere importanti almeno come i fatti che le hanno generate e sorprende quindi che lo scontro sanguinario, tanto quanto la minaccia di violenza, emergano solo al momento della messa in scena dell’impiccagione e non prima, durante gli anni di isolamento e umiliazione che i manifestanti, con i loro colleghi, hanno dovuto subire. Nell’articolo di Leogrande linkato poco sopra, si parla di intere giornate a non fare nulla, di enormi dosi di antidepressivi prescritti ai malcapitati e dell’effetto dissuasore che l’esempio degli internati poteva avere potenzialmente su tutti gli altri dipendenti. Perché la cosa più triste è che gli effetti psicologici più devastanti non si riscontravano negli internati che ci piace definire “per motivi politici”, i rappresentanti Cobas e USB infatti erano pienamente consapevoli della reale motivazione del supplizio; gli effetti peggiori li subivano quelli che erano stati messi li per motivi più congiunturali: una occasionale antipatia o una disfunzione fisica di troppo. Sono questi quelli che erano costantemente ossessionati dalla domanda “perché a me” ed è su questi che lo spauracchio del “lager di Nola” aveva più effetto.

Serrare i ranghi 

Chi lavora in aziende dalle dimensioni medio-grandi ha assistito negli ultimi dieci anni al proliferare di figure professionali di medium management riservate al settore delle così dette “risorse umane”. Si tratta generalmente dei dipendenti dal profilo più aziendalista possibile, il tipo di persone disposte a passare su tutto pur di diffondere correttamente il verbo aziendale. Di solito che si parli di una compagnia di telecomunicazioni, di un mobilificio industriale, di una banca o di una fabbrica di automobili la loro prassi lavorativa è quasi sempre la stessa. Il gestore delle risorse umane è presente ma distante perché impegnato, agisce solo su risposta ad uno stimolo che può arrivare dal dipendente o dal suo capo diretto, è tendenzialmente un “uomo del fare” portato a risolvere qualsiasi problematica prima che questa arrivi al livello superiore, o a implementare qualsiasi politica aziendale senza ammettere eccezioni. Con lo sviluppo tecnologico, soprattutto per i lavori impiegatizi ma anche per quelli da catena di montaggio, è finalmente possibile tracciare la maggior parte dei movimenti e quindi emergono tutte le falle nei sistemi di regolamentazione interna delle grandi aziende, così come emerge la volontà da parte dei manager di non assumersi tutte le responsabilità dirette per le quali sono pagati. Il peso di queste responsabilità tende di solito a cadere sulle fasce più basse della massa di lavoratori: sull’addetto al front office per le aziende dei servizi e sugli operai per le fabbriche. Uno dei compiti più delicati degli addetti alle risorse umane è far si che questo meccanismo perverso della responsabilità aziendale non generi un corto circuito di inefficienze. Una altro compito altrettanto delicato consiste nel far ingoiare alla maggior parte dei lavoratori la costante diminuzione delle condizioni del salario reale sorvolando sulla terribile contraddizione dell’aumento dei salari del top management o dei quadri intermedi. Dover svolgere questi compiti richiede un assoluto isolamento ideologico e la totale acriticità di giudizio, ma la cosa non dovrebbe stupire più di tanto, si tratta della stessa perizia da impiegato diligente che ti fa respingere una donna incinta ai confini con la Francia o che rende necessario raddoppiare la retta della mensa scolastica per i non residenti, o ancora che ti fa mettere sette in condotta ad un sedicenne che si rifiuta di lavorare di domenica.

Il paragone cinematografico che risulta più immediato è quello con Attila, il fattore della tenuta in cui è ambientato il film Novecento di Bertolucci, uno che viene assunto per implementare i nuovi mezzi di produzione e adeguare la fattoria alle “regole del mercato” e ti porta il fascismo fin dentro casa. Ecco, quando l’ideologia liberista ci presenta il soggetto aziendale come avulso da qualsiasi fine politico non dobbiamo mai dimenticare che l’organizzazione delle persone e il loro inserimento in un’attività di produzione è sostanzialmente un’azione politica, che risponde ad una precisa catena di dinamiche delle idee e dei fini. 

Adesso facciamo un esercizio e guardiamo la faccia e lo sguardo di Mimmo Mignano e dei suoi sodali in una qualsiasi delle loro poche foto pubbliche, subito dopo una delle “manifestazioni violente ed eclatanti” che hanno colpito la sensibilità dei giudici ma che rappresentano l’unico modo rimasto per farsi sentire. In queste foto non ci sono sorrisi di circostanza e pose da Instagram, ma chili in eccesso e un’espressione che è tutto tranne che mansueta. Prendiamo Mimmo e mettiamolo seduto ad una scrivania dove dall’altra parte troviamo il nostro occhialuto eroe delle risorse umane, impeccabile nel suo completo OVS, uno dei due ha il compito di individuare i dipendenti difficili da integrare e una foresta di peli sullo stomaco per fare da delatore nascondendosi dietro al dito dei propri mandanti. 

Ora, serrare i ranghi nel mondo del lavoro non vuol dire demonizzare chi si occupa di risorse umane o tifare per qualsiasi dipendente in rivolta, serrare i ranghi vuol dire opporre le ragioni del popolo a quelle delle multinazionali, lavorando in maniera critica, esercitando il proprio sacrosanto diritto a dire “NO” ogni volta che è necessario, sapendo da che parte stare davanti alla compilazione delle prossime liste di proscrizione, giudicando le scelte gestionali nel merito prima di subirle. Bisognerebbe tornare ad analizzare i processi di lavoro capendo chi fa cosa e perché, allora sarebbe anche lecito tentare una valutazione morale dell’esito di tutto il processo e non di una singola manifestazione dello stesso. Da questo punto di vista sarebbe oltremodo soddisfacente chiedere agli estensori della sentenza se nella valutazione di questo danno morale hanno considerato anche le ragioni della protesta e in quale testo, per quanto rinnovato, di diritto del lavoro si disciplini la facoltà da parte del sistema aziendale di perseguitare i dipendenti umiliandone le capacità lavorative. Sarebbe anche interessante poter ottenere i rapporti dei responsabili delle decisioni discriminatorie che determinavano l’affollamento del sito di Nola e conoscere le caratteristiche che doveva avere un dipendente per esservi trasferito, i profili professionali e i ruoli che erano richiesti per fare parte della struttura. In parole più semplici: cosa si faceva a Nola? Come si giustifica quell’impianto? Come mai, proprio li, si registra la frequenza maggiore di problemi psicologici? Di tutte queste domande non v’è traccia, si parla invece di ricadute di tipo “morale” nei confronti dell’azienda. Ma le ricadute di tipo morale della ghettizzazione di Nola, quelle dove sono?