La svolta pentastellata: verso il P5S (Partito a 5 Stelle)?

Il Movimento 5 Stelle è il grande sconfitto delle elezioni in Abruzzo. Se tutte le altre forze, Lega esclusa, non possono certo dire di godere di buona salute (il PD ha dovuto addirittura “mascherarsi” e nascondersi dietro una selva di “liste civiche” per invogliare i votanti d’area a recarsi alle urne), il partito di Di Maio ha perso voti rispetto a qualsiasi altro tipo di consultazione precedente: due terzi rispetto alle politiche di undici mesi fa, ma anche oltre il 10% rispetto alle precedenti regionali. Ha regalato voti alla Lega ed al centrosinistra, e soprattutto è stato incapace di mobilitare il proprio elettorato. Per questa ragione, la litania ripetuta dagli esponenti pentastellati costretti a dover commentare la débâcle, secondo cui “noi ci presentiamo da soli, senza alleati, per cui siamo penalizzati” è credibile sino ad un certo punto, e comunque non riesce a spiegare tutto. Appare maggiormente aderente alla realtà l’analisi che assegna non tanto ai competitor, bensì alle debolezze organizzative del M5S, una capacità esplicativa superiore: il M5S è debole sul territorio, sia quantitativamente (pochi militanti, pardon attivisti, non sufficientemente attivi, parrebbe dai risultati), sia qualitativamente (candidati sconosciuti, “cittadini comuni”, sin troppo, secondo i critici).

Può capitare, specie quando l’unica grancassa nei territori è spesso rappresentata dagli eletti, mentre si persegue ideologicamente una forma di “attivismo” che altro non è che un plebiscitarismo digitale dalla capacità di mobilitazione da sempre ridotta (ed in ulteriore declino). Può capitare, quando ci si pone nei confronti dei cittadini come l’unico legittimo aggregatore di interessi, e si svilisce costantemente chi si impegna in altri partiti, in associazioni del terzo settore (invariabilmente “legate ai partiti”), nel mondo sindacale (“casta” fra le peggiori, perché oltretutto “consente di accedere a privilegi inauditi”). Può capitare, quando si diventa poco credibili anche nell’azione di rappresentanza di “domande insoddisfatte” di tipo localistico-particolaristico, fino a poco tempo fa egemonizzate dal M5S in tutta Italia: si pensi ai casi Tap, Ilva, Xylella, Trivelle… e si pensi a quanto cruciale sia, per la stessa credibilità del M5S, resistere sul fronte Tav, issue da sempre centrale nella cultura politica del Movimento.

Siccome tutto ciò è effettivamente capitato, appare oltremodo importante l’intervento di Di Maio sul Blog delle Stelle, dopo 72 ore di assoluto silenzio a seguito della batosta abruzzese. È lo stesso Di Maio a puntare il dito contro le manchevolezze interne – l’internal supply side, si direbbe in politologia – e ad aprire a modifiche interne, sul piano organizzativo, delle alleanze, e della stessa strategia di lavoro sui territori. L’intervento del capo politico del M5S è un intervento che possiamo sintetizzare così: autoassolutorio; con orizzonte strategico; rivoluzionario (nel senso che pone le basi per modifiche sostanziali dell’organizzazione e della stessa idea di partito).

Di Maio punta esplicitamente il dito contro le strutture territoriali del partito. A differenza della “campagna nazionale” per le politiche dello scorso marzo, incidentalmente guidata dallo stesso Di Maio (e qui sta l’elemento autoassolutorio), gli attivisti di “alcuni territori” non avrebbero abbandonato la loro “zona di comfort”, andando così verso rovinose sconfitte. Si sarebbero dunque chiusi in se stessi, ed avrebbero rifiutato (o si sarebbero dimostrati incapaci) di parlare a settori sociali considerati cruciali per l’espansione locale in termini di consensi. Di Maio cita espressamente (e ripetutamente) gli imprenditori (mai i lavoratori), ed il mondo “del sociale e del volontariato”. Il capo politico ricorda l’esempio della campagna nazionale, in cui vennero coinvolti rappresentanti “del mondo accademico, scientifico, delle forze dell’ordine, dell’imprenditoria”, sottolineando, di nuovo, l’incontro “con un’impresa al giorno” per “ascoltare i problemi delle persone” (dal mero punto di vista dell’impresa, ovviamente).

Indirettamente, ma non troppo, il vicepremier pentastellato individua dunque alcuni problemi presenti fra la militanza, fra cui la mancanza di competenza, sia politica sia tecnica. L’assenza di una formazione politica ha fatto sì che i MeetUp, in nome di un certo “purismo”, abbiano sostanzialmente rinunciato ad abbandonare una comoda dimensione identitaria, legata a parole d’ordine e ad una cultura politica peraltro esaltata sin dagli inizi come il vero elemento di novità del progetto a cinque stelle. Di Maio afferma dunque pubblicamente che il M5S deve farsi “di governo” anche a livello locale, che, ricordiamo, rappresentò il primo livello, in ordine cronologico, in cui il M5S si presentò e raccolse i primi successi.

Il M5S vorrebbe dunque affidarsi al notabilato. Basta con i “cittadini comuni”, è tempo di sviluppare ed acquisire personaggi di spicco, così come accaduto alle elezioni nazionali. È tempo di “sporcarsi le mani”, aggregando (od alleandosi con) quelle persone, o quelle liste, che come noto risultano imprescindibili per avere successo sui territori perché capaci di aggregare consensi sulla base delle loro capacità tecniche e del loro capitale di relazione. Appare interessante l’attenzione posta “al mondo del sociale e del volontariato”, un mondo perennemente vilipeso dalla retorica grillina ed in larga parte organico al centrosinistra: da un lato, Di Maio, una volta compreso sino in fondo il pericolo dell’avanzata salviniana, intende contrappesare l’ingombrante alleato di governo cercando supporto in un’area socio-politica al momento priva di referenti partitici credibili; dall’altro, risulta difficile valutare le reali possibilità di successo pentastellato in quel mondo (eccezion fatta per alcuni settori, senz’alcuna pretesa di generalizzazione: si pensi a volontari di primo soccorso, protezione civile, organizzazioni che “fanno cose per la gente” ed attraggono simpatie e persone in modo ideologicamente trasversale), per lo meno fintantoché il partito di Di Maio rimarrà stampella dell’arrembante Lega a Palazzo Chigi.

Evidentemente Di Maio è conscio del fatto che il confine fra “capacità relazionali” e “clientele” sia piuttosto labile, alcune volte indistinguibile, e foriero di possibili rovesci sul piano dell’immagine, tanto più per una forza su cui la lente dei media ostili è perennemente puntata. Si ritiene però che questo sia un rischio che diventa indispensabile correre, per due ragioni almeno, entrambe di carattere strategico. La prima: una forza di governo senza alcuna base territoriale, in termini di militanza e di amministrazioni, incontrerà sempre estreme resistenze nell’implementare le proprie politiche. Se il M5S vuole perseguire un progetto di potere, deve per forza radicarsi in modo molto più profondo di quanto (non) fatto sinora. La seconda: i rovesci elettorali subnazionali rischiano di innescare brusche inversioni di tendenza nei sondaggi e nelle seguenti elezioni su base nazionale (politiche od europee). I partiti “mainstream” (qual è ormai il M5S) rimangono tali fintantoché vengono percepiti come credibili e con possibilità concrete di vittoria. Se inizia a circolare la percezione secondo cui un partito è sconfitto in partenza, scatta il meccanismo del “voto utile”, o, come minimo, si perde la capacità di mobilitazione fra gli elettori d’area ma che non appartengono al nocciolo duro del proprio elettorato.

Da un lato, Di Maio sottolinea l’ostilità del M5S nei confronti di quasi tutti i corpi intermedi. Di Maio cerca “persone”, non “rappresentanti”, da inserire nelle proprie liste. “Persone” sostanzialmente da cooptare per fungere da candidati di bandiera, per far capire agli elettori che “quella categoria” è rappresentata. Persone che aiutino gli attivisti duri e puri a capire come funziona realmente il mondo associativo. Tutto questo è ovviamente legittimo ed in linea con il discorso storico del partito di Grillo e Casaleggio, che si pone come unico soggetto legittimato per aggregare diverse istanze sociali, bypassando i corpi intermedi perché portatori di una visione particolaristica e potenzialmente in contrasto con la “volontà generale” (per quello c’è il M5S e Rousseau).

Ognuno si farà un’idea personale sulla bontà (o meno) di questa visione del mondo, lontana anni luce da esperienze più aperte, inclusive e rispettose del ruolo delle rappresentanze sociali e dell’associazionismo. Sinora, il M5S ha dimostrato una spiccata affinità solamente con quelle forze locali impegnate in battaglie territoriali, “a difesa della comunità” (cosiddetti movimenti nimby not in my back yard – o lululocally unwanted land use), o che comunque rappresentavano categorie sociali quali piccoli produttori capaci di attrarre grandi simpatie a livello locale. Un M5S che dunque sosteneva i “piccoli”, o le “comunità”, contro “i grandi”, e che cercava spesso di “agire da megafono di” (ma anche di “mettere il cappello a”) queste battaglie, andando poi incontro ad alcuni successi e ad alcune rovinose marce indietro.

Si arriva ora al terzo elemento dell’analisi della sconfitta del capo politico del M5S: l’elemento rivoluzionario. Tale elemento si annida, in parte, nella possibilità paventata (e, nel mondo M5S, “paventare” vuol dire “presto o tardi fare”) di allearsi con “civiche radicate sul territorio”, in assoluta discontinuità rispetto a quanto proclamato ed esibito sinora (“noi contro tutti”, “non siamo come gli altri che…”). Il che, peraltro, è molto più probabile che significhi niente più e niente meno che il M5S si comporterà come gli altri: accanto alla lista “ufficiale”, vi sarà la presenza di listini “del candidato” per aumentare la raccolta di voti fra amici, parenti e conoscenti, e per dare spazio a candidature simboliche per ammiccare alle “categorie”. Appare, in effetti, molto difficile che civiche già esistenti accettino di entrare nella galassia a cinque stelle, con tutti i limiti sull’azione di governo locale (sempre controllata dall’alto, ove si rendesse necessario) e con tutte le altre conseguenze negative (in primis, una maggiore, pesante, attenzione mediatica) che ne conseguirebbero, a fronte di vantaggi (il peso elettorale del brand grillino, la possibilità di accedere ad informazioni garantite dalla struttura di partito) che rischierebbero di essere vanificati dalla parziale perdita dell’appeal “civico”, e quindi trasversale, in quanto si diverrebbe identificati con una parte politica ben precisa.

Ma l’elemento rivoluzionario appare ancor più presente in un passaggio oscuro della lettera di Di Maio: la necessità di affrontare “il tema dell’organizzazione nazionale e locale”. Perché se ciò volesse dire la creazione di quadri intermedi di partito, venissero essi nominati dall’alto od eletti dal basso, allora ciò implicherebbe la completa dissoluzione del modello disintermediato del “non partito” di Grillo e Casaleggio. Sia nel caso di “elezioni dal basso”, sia nel caso di “nomine dall’alto” da parte di un gruppo dirigente rappresentativo di diverse tendenze, si andrebbe verso un modello più simile a quello ideato da Podemos: un modello però che sta mostrando tutti i suoi limiti, e profondamente in contraddizione rispetto alla “lotta spietata ai correntismi” che rappresenta da sempre il marchio del M5S. L’unica soluzione per far coesistere maggiore strutturazione e mantenimento del dominio assoluto da parte di Casaleggio (da sempre scettico di fronte a queste innovazioni) sarebbe eventualmente quella di utilizzare (come già del resto avviene) gli eletti come coordinatori dei territori, nominati dall’alto, e revocabili a piacimento dal capo politico, a sua volta a termine e comunque controllato da garanti e gestori vari. Si formalizzerebbe comunque l’esistenza di una struttura verticistica che, nei fatti, già esiste, e basata però su cordate personali che potrebbero comunque disallinearsi rispetto al centro, specie in caso di declino nelle fortune del capo politico. Si sarebbe al contempo portati a pensare che questa mossa potrebbe ulteriormente rafforzare la centralizzazione del partito, a prezzo però di renderla ancor più visibile (svelando dunque le nudità del re).

Queste ultime riflessioni non possono che essere mere ipotesi o speculazioni, al momento, perlomeno finché non sapremo quali saranno “le decisioni degli iscritti” (sulla base, presumibilmente, di proposte pur sempre filtrate e poi proposte dal “capo politico”). Resta il fatto che Di Maio ha ritenuto necessario intervenire. Segno che le acque pentastellate sono tutto fuorché tranquille. Rimaniamo in attesa delle prossime puntate.