La TAV e il partito unico delle classi dominanti

C’erano quasi tutti il 10 novembre in piazza Castello a Torino per manifestare a favore della TAV Torino-Lione, dalla fascistissima Forza Nuova all’ “antifascista” Partito Democratico (le virgolette sono d’obbligo), passando per Fratelli d’Italia, Forza Italia, la galassia del centro, i radicali di +Europa, le associazioni di categoria, Confindustria, i maggiori sindacati (con l’eccezione della CGIL) e, udite udite, anche la Lega di Salvini, l’alleato di governo del Movimento 5 Stelle. Assenti solo Casapound, che pur favorevole alla TAV ha deciso di non partecipare per non manifestare insieme al PD, il M5S e la galassia delle forze della sinistra radicale, queste ultime due forze da sempre no-TAV.

Questa manifestazione, a cui si sono aggiunte molte persone non affiliate a nessun partito, giunte in piazza per le più varie motivazioni, ma generalmente per protestare contro l’amministrazione locale e, in misura minore, quella nazionale, ed esprimersi in favore della TAV, era guidata dalle sette autoproclamate madamin, sette signore non appartenenti a nessun partito politico o lista civica le quali avevano invitato i loro sostenitori a non portare bandiere e simboli di partito e hanno deciso di usare come unico simbolo il colore arancione, che non fa riferimento a nessun partito e a nessuna ideologia. In piazza oltre all’arancione (e il bianco dei capelli della maggior parte dei manifestanti, dicono i maligni) c’erano solo il tricolore e la bandiera dell’ Unione Europea. 

Un tale assembramento di forze (un’accozzaglia, direbbero alcuni) così diverse e apparentemente in lotta l’uno con l’altro ha fatto pensare a qualcuno che si trattasse di una manifestazione apartitica, post-ideologica addirittura. Nulla di più falso. Perchè quella piazza non solo aveva una connotazione ideologica chiara, ma era una piazza in cui per la prima volta (si) manifestava un partito, il partito che ha dominato la politica italiana almeno dal crollo della prima repubblica in poi, il partito che ha portato l’Italia alla situazione disastrata in cui è oggi, il partito che governa tutt’ora anche se questa volta non da solo ma vincolato da un contratto con una forza esterna e che mantiene una fortissima egemonia ideologica sugli italiani, pur se questa morsa è meno stretta che in passato. Questo partito è il Partito Unico Liberale (PUL). Il nostro vero nemico.

Quelli che noi chiamiamo partiti in realtà altro non sono che correnti interne del partito, che come tutte le correnti di partito si fanno un’asprissima guerra interna per mantenere il controllo del partito e di conseguenza dello stato e come tutte le correnti di partito hanno delle interpretazioni diverse, a volte addirittura conflittuali, dell’ideologia del partito e delle politiche da varare per far sì che la società auspicata dal partito prenda forma. Queste correnti rappresentano alcune delle forme di liberalismo oggi più in voga. Partendo da destra abbiamo il liberalismo conservatore, nazionalista e razzista di Fd’I e Lega, due forze pressochè identiche che si differenziano solo per il fatto che Fd’I è più coerente, ma meno pragmatica e per questo ha deciso di collocarsi all’opposizione del governo, consegnandosi all’irrilevanza. C’è poi Forza Italia e le frattaglie del centro che tendono pure loro verso un’interpretazione conservatrice del liberalismo ma in maniera più moderata, costituendo il centro del PUL. Alla sinistra vi è poi il liberalismo progressista, radicale ed ultra-europeista di +Europa e PD, quest’ultimo leggermente più moderato e pragmatico e ammantato di un’ aura più “sociale” a causa dell’illustre antenato di questa forza politica. 

Alcuni, soprattutto se interni a questo schieramento, potrebbero storcere il naso davanti a questa descrizione, affermando che si tratta di partiti troppo diversi tra loro per considerarli come correnti di un unico partito più grande. Ma dove stà questa presunta diversità? Questi partiti non si sono trovati insieme in quella piazza per sostenere la TAV per caso. Quella convergenza deriva da una unità ideologica che è a monte. Infatti tutti questi partiti hanno un’interpretazione della democrazia molto oligarchica, per usare un eufemismo, sostengono che l’unico modo per far crescere l’economia sia deregolamentare il mercato del lavoro e dei capitali, appoggiano l’austerità e non gli investimenti, sono contro la tassazione progressiva, sono a favore delle privatizzazioni ed infine, per toccare il tema TAV, sono a favore delle grandi opere, ma sono contro tutte quelle piccole opere di manutenzione e ammodernamento delle infrastrutture che tanto sarebbero utili al paese, sia per creare occupazione che per evitare tragedie come quella del ponte Morandi. Questi sono i principali dogmi ideologici a cui tutto il PUL aderisce. 

Non tutte le forze politiche italiane fanno però parte del PUL. Alla sua destra vi sono i gruppetti fascisti, che non sono fuori dal PUL perchè sono contrari all’ideologia economica del PUL, il capitalismo liberista, ma perché sono più o meno apertamente antidemocratici ed illiberali e di conseguenza non possono rientrare in un partito che, almeno a parole, rispetta la democrazia rappresentativa. Alla sua sinistra vi sono i gruppetti della cosiddetta sinistra radicale che rigettano le politiche economiche liberiste del PUL e di conseguenza non ne potrebbero mai fare parte poiché queste sono il cuore pulsante del PUL. Rimane solo il Movimento 5 Stelle, che nei confronti del PUL ha sempre avuto un atteggiamento ambiguo, adottandone in parte la piattaforma ideologica (come la retorica sulla fine capitalistica della storia) e criticandone, seppur confusamente, altre parti (come l’ossessione per le politiche di austerità). L’ambiguità del M5S non è data solo sul versante ideologico, ma anche su quello delle alleanze politiche. Se inizialmente il M5S era refrattario a qualsiasi forma di alleanza con qualsiasi forza politica, dopo le elezioni del 4 Marzo si è alleato con la lega, cioè la corrente più forte del PUL. 

Questa ambiguità politica e ideologica del M5S lo rende poco affidabile come forza di opposizione al PUL, nonostante sia l’unica l’unica forza esterna ad esso che possa contare su un ampio sostegno popolare. Dato che sostenere le forze fasciste per contrastare il PUL sarebbe come tagliarsi il pene per fare dispetto alla moglie e data la manifesta incapacità delle forze della sinistra radicale a creare un fronte di opposizione al PUL, occorre creare una nuova organizzazione che, secondo le parole di Tommaso Nencioni, sappia essere centrale e trasversale, un’ organizzazione che proponga una forma di democrazia che non sia solo la facciata dietro cui si nasconde un’ oligarchia, che ponga fine al ciclo di austerità, perdita di diritti dei lavoratori, stagnazione e privatizzazioni. Un’ organizzazione che sappia portare avanti una lotta allo stesso tempo ideologica, politica ed economica contro il PUL e sia in grado di strappargli le redini del potere non solo per accettare un compromesso al ribasso e occupare qualche poltrona come ha fatto il M5S, ma per riportare il paese sul percorso della crescita non solo economica ma anche democratica e civile. Questa organizzazione può essere Senso Comune.