L’anno della fame

A Vittorio Veneto, città dove sono nato e cresciuto, esiste un’espressione popolare dialettale per indicare un’attesa estenuante o un periodo di tempo che pare non finire mai: “pì longo de l’an dea fam”, “più lungo dell’anno della fame”. Ci si riferisce al 1917-1918, anno dell’occupazione asburgica della città. Fu un periodo di carestia, requisizioni, occupazione militare. Ad alleviare i bisogni di una popolazione allo stremo ci pensò la Chiesa: il Vescovo di Vittorio Veneto Eugenio Beccegato, il 7 novembre 1917, annunciava ai fedeli: “ho anche la consolazione di avvertirvi che tengo a disposizione dei poveri delle due parrocchie di Ceneda e Serravalle parecchi quintali di granturco, di legna, da distribuirsi gratuitamente in equa misura e secondo il numero delle persone della famiglia, a coloro che veramente poveri si presenteranno domani 8 novembre, dalle 9 alle 11, a ritirare il loro quantitativo, con un biglietto del loro parroco o curato […] Non abbiate alcun timore, o carissimi Figli, astenetevi da qualunque atto di violenza, soffrite la presente tribolazione con rassegnazione e fortezza cristiana, e la benedizione del Signore vi sia scudo e difesa da qualunque male”.

A distanza di un secolo, possiamo vedere quali progressi abbiamo compiuto: il governo Conte lancia infatti il “reddito di cittadinanza”. A parole, per lo meno. Di Maio esulta dal balcone, anche se al momento sappiamo solamente che verranno destinati a tale misura circa 8,5 miliardi di euro. Non siamo chiamati alle armi, per fortuna, anche se gli effetti economici della crisi più grave della storia del capitalismo vengono spesso paragonati “a quelli di una guerra”. Non esiste nessuna occupazione militare, anche se in fin dei conti le scelte politiche non è che proprio le decidiamo noi cittadini. Il “biglietto del parroco o curato” è stato sostituito dall’Ise, per delimitare la platea dei “veramente poveri”. Questi “veramente poveri” non avranno soldi in tasca, non potranno esercitare alcuna scelta autonoma sulle somme che riceveranno: come anticipa il sottosegretario Castelli, “se si va troppo spesso da Unieuro, allora la Guardia di Finanza procederà ad un accertamento”. Resta da vedere se i “veramente poveri” accetteranno le tribolazioni con “rassegnazione e fortezza cristiana”. Certo, lo scopo principale di questo governo rimane quello di limitare il conflitto sociale verso l’alto, dirigendolo invece verso quelli che a differenza dei “veramente poveri” prendono “35 euro al giorno”.

L’introduzione di una tessera del pane (pardon, “reddito di cittadinanza”) per i “veramente poveri” è la rappresentazione plastica dell’evoluzione ideologica del Movimento 5 Stelle. Un partito nato con un linguaggio ambientalista e futurista, il quale, sin dal 2011, abbracciò in maniera piuttosto estemporanea e confusa la bandiera del reddito universale, con tanto di partecipazioni alle marce Perugia-Assisi per convincere l’opinione pubblica della necessità di tale misura per “liberare i cittadini dal bisogno” in vista di un’epoca teoricamente segnata dalla fine del lavoro a causa dell’automazione. 

Un partito che ora propone una misura che “non può essere destinata a chi sta sul divano”. Una misura che prevede la ricerca attiva del lavoro, ma solo nelle ore libere, visto che nel mentre si dovrà lavorare gratuitamente nel proprio comune. “Ma solo per otto ore a settimana”. Fate due conti, e controllate se nel vostro comune il rapporto fra “disoccupati veramente poveri” e dipendenti pubblici che mancherebbero all’amministrazione per garantire servizi decenti sia superiore o inferiore a 5: 1. Ma ovviamente, siccome nel pubblico “non si lavora”, non è saggio assumere direttamente personale nei nostri comuni e nelle nostre Usl. Meglio far lavorare i “veramente poveri” (a gratis).

Una misura che vincola l’erogazione del sussidio all’impossibilità di rifiutare più di tre offerte di lavoro. Qualsiasi lavoro? In qualsiasi area d’Italia? Chi lo sa. Si parla di un raggio di 51 km dal proprio domicilio: non è poco, e chiunque viva nel mondo reale lo sa bene, ma ieri sera il sottosegretario Siri (Lega) ammetteva che tale chilometraggio rischierebbe di essere troppo basso: ci sarebbe davvero il rischio di “pagare la gente per stare sul divano”. Un divano vecchio, ben inteso: perché se vai troppo spesso da Poltrone & Sofà ti arriva la finanza a casa. 

Siamo passati, in sintesi, dal “reddito di cittadinanza come strumento per rifiutare l’accettazione di un lavoro sottopagato” all’obbligo di “accettare qualsiasi lavoro, anche sottopagato, per non perdere il reddito di cittadinanza”. Un bel salto, non c’è che dire. Abbiamo dunque un partito che ci sta dicendo: il lavoro non c’è, per colpa del progresso tecnologico e della crisi; bisogna dunque dare soldi ai disoccupati, specie i poveri; questi però devono andare a cercare un lavoro che non c’è, altrimenti sono solo dei pigroni; e per dimostrare che non sono dei pigroni, devono lavorare gratis, facendo quindi in modo che persino quel lavoro che ancora ci sarebbe (ma che non può essere pagato perché stiamo tagliando tutto) venga svolto. 

Soprattutto, abbiamo la tessera annonaria. E qui il progetto del governo si fa davvero insultante, perché emerge tutta la concezione classista della società portata avanti dall’esecutivo. Tu, povero, non hai lavoro perché non c’è, ma lo devi cercare lo stesso, e se ti arriva non puoi dire di no: quindi, a differenza di chi ha reti familiari che fungono da cuscinetto e che dunque gli consentono di attendere qualche tempo in più per trovare un lavoro congruo alle proprie capacità ed aspettative… tu, povero, devi accettare qualsiasi roba ti venga proposta. Si chiama “ingresso duale nel mercato del lavoro”: il meccanismo più vecchio del mondo per separare citoyens e cafoni. Tu, povero, devi ringraziare Iddio perché ti si dà la tessera del pane; e per controllare che quei soldi non li usi per andare alle macchinette, ma che li spendi in cibo e medicine, perdi la poca autonomia di cui godi non solo come lavoratore, ma anche come consumatore. Cioè, che non ti salti in mente di mangiare ancora meno perché magari devi racimolare due soldi per comprarti un’auto usata, magari per andare a lavorare a 51 km di distanza: no, dobbiamo salvaguardare la tua “elevata propensione al consumo”, per sostenere la “domanda interna”. 

Ma tu, che hai evaso le tasse, hai la possibilità di accedere al condono fiscale senza che si controlli se effettivamente lo hai fatto perché in “stato di necessità”. In questo caso, la buona fede del contribuente-evasore è garantita. 

Tu, che hai un fatturato di 50-60.000 euro all’anno (oltre magari ai redditi del partner), hai diritto a pagare 6-700 euro di tasse in meno al mese, e non devi affatto dimostrare di avere la stessa elevata “propensione al consumo”. Tu, che magari non sei ricco ma comunque nemmeno te la passi male, non devi dimostrare nulla a nessuno. Tu sei effettivamente, e meritatamente, “libero”. I soldi che hai in tasca te li puoi effettivamente, e meritatamente, spendere dove ti pare.

A tutte queste amare considerazioni, è assolutamente lecito rispondere: “ad oggi, i veramente poveri non hanno neppure la tessera del pane”. Vero. Com’è vero che vi sono molti modi per “fare qualcosa per i veramente poveri”. E dal momento che questo governo almeno ha il merito di porre al centro del proprio discorso pubblico chi non riesce ad arrivare alla fine del mese, sarebbe bene approfittarne per far sì che questo “qualcosa” venisse fatto bene. Ma ci permettiamo di essere scettici, in tal senso.

Quello che si sta prospettando è il rafforzamento delle differenze di classe e di opportunità. L’umiliazione dei bisognosi. La divisione fra “poveri” e “veramente poveri” (e, parere di chi scrive, il governo pagherà cara, molto cara, questa divisione). La colpevolizzazione dell’individuo per la propria condizione socioeconomica e morale. La depressione salariale, sostenuta peraltro da soldi pubblici erogati come “integrazione” per arrivare alla soglia di sussistenza. E, visto che la spesa in deficit rimane un tabù, si prospettano persino ulteriori tagli ai servizi pubblici e alle agevolazioni fiscali da parte del team “Mani di Forbice” convocato da Di Maio. 

Certo, se la gauche caviar italica insisterà a fare opposizione invocando lo spread ed insultando i “fannulloni sul divano”, allora l’efficacia propagandistica della misura sarà garantita, e con essa anche il progetto antipopolare che si nasconde dietro questo modo di approcciare il dramma della povertà e della disoccupazione in Italia. Se invece si cominciasse a capire che il lavoro c’è, ci sarà, e che basta investire per farlo emergere e remunerarlo, allora si potrebbe anche costruire un progetto politico serio che saprà approfittare della ritrovata centralità della questione sociale nel dibattito pubblico per dare innovative risposte ai cittadini. 

Non si risolvono i problemi con le tessere del pane; gli stessi problemi si aggravano ed esacerbano se si invoca il “generale Spread” a fare pulizia. Al momento, la divisione politica in Italia si regge su chi sostiene il Vescovo (il governo) e chi sostiene l’Impero Austro-Ungarico (visto che “gli italiani non sanno governarsi da soli”). Serve invece lavoro, e serve anche uno strumento di sostegno universale al reddito per garantire continuità lavorativa. Si chiama welfare state socialdemocratico. E serve un progetto politico che si faccia carico di dire queste cose di buon senso. Di senso comune.