Le nazionalizzazioni per un’economia al servizio del popolo

Il crollo del ponte Morandi di Genova ha riportato all’ordine del giorno un tema che, nel nostro paese, sembrava abbondantemente minoritario: quello del controllo pubblico dell’economia. Mentre la polvere si stava ancora depositando, i partiti di governo sono subito corsi ad annunciare la ri-nazionalizzazione delle autostrade. Eppure, a più di un mese dal crollo, gli annunci sono rimasti puntualmente lettera morta. Il governo giallo-verde, assecondato il furore popolare che chiedeva la nazionalizzazione, è tornato alla sua naturale linea politica: non mettere in discussione i privilegi delle oligarchie economiche del nostro paese.

Anche per questo, il 20 ottobre è stata convocata una manifestazione a Roma per chiedere a gran voce lo sviluppo di un piano di nazionalizzazioni che riporti sotto controllo pubblico i principali settori dell’economia italiana. Un passo, questo, necessario per dare principio ad un innovativo processo di democratizzazione dell’economia: dopo dieci anni di crisi economica, è ormai senso comune tanto in Italia quanto in Europa che l’economia debba essere rimessa al servizio del popolo.

Le nazionalizzazioni possono essere il primo tassello del più complesso mosaico della democrazia economica. Un sistema misto, in cui il capitale privato agisca in parallelo a quello pubblico, accettando un’equa divisione dei compiti. In cui i settori strategici dell’economia, così come i servizi sociali, vengano sottratti al gioco della finanza e del profitto per essere messi a servizio del bene comune. In cui le persone e l’ambiente non vengano sacrificati a beneficio del profitto di pochi.

In questo senso, alcuni interessanti spunti arrivano dalla conferenza nazionale del Labour inglese. Se da una parte viene ribadita la necessità di nazionalizzare alcuni settori chiave dell’economia nazionale (acqua, energia, poste e treni), dall’altra viene vengono articolate più chiaramente le modalità con cui i beni pubblici verranno gestiti. Un modello innovativo, che prevede che nei consigli di amministrazione delle aziende nazionalizzate non siedano solo rappresentati del governo. No: affianco ad essi saranno presenti anche rappresentati dei lavoratori, dei consumatori e delle autonomie locali. Insomma, un’idea di nazionalizzazione più “sociale” e meno “statale” di quella portata avanti nel Novecento.

Ma la proposta del Labour non si ferma qua, e arriva a mettere in discussione anche la gestione dell’economia privata. In questo ambito, il cancelliere-ombra John McDonnell prevede due grandi riforme: in primo luogo, in ogni consiglio di amministrazione verrà garantito ai lavoratori un terzo dei consiglieri; in secondo luogo, tutte le grandi aziende dovranno gradualmente cedere fino al 10% delle proprie azioni ad un fondo pubblico nazionale gestito dai lavoratori.

Due indicazioni importanti per chi, come noi, vuole lavorare per la creazione di un’economia democratica anche in Italia. Perché nazionalizzare le autostrade non può che essere un primo passo nella creazione di una società nuova, basata sulla solidarietà, l’uguaglianza e la libertà popolare. Perché gli interessi della gente comune vengono prima di quelli delle oligarchie.