L’eterna secessione dei ricchi nel paese incompiuto

Il 9 maggio 2014 è nato mio cugino Francesco. È il primo neonato che abbia mai visto e mi sembrava così delicato che penso di non aver parlato per almeno cinque minuti per paura di rompergli i timpani. Come ogni meridionale che si rispetti anche io ho provato più volte a vivere e lavorare “al Nord” e quando nasceva Francesco ero nel mio periodo fiorentino. Non sono mai riuscito a mascherare più di tanto le mie sensazioni, per cui, in quella tarda primavera di qualche anno fa, mi si leggevano in faccia tutti i dubbi sul mio futuro e sulla mia vita. Il padre di Francesco, consapevole e partecipe del mio stato d’animo, aveva aspettato che mi riprendessi dalla visione del neonato e poi mi aveva detto con la beatitudine di chi ha appena avuto un figlio e crede di avere tutto sotto controllo “Hai visto che bella struttura? Che pulizia? Che silenzio? È un ospedale pubblico pensa…” da quel momento in poi la libertà di andare in ospedale in bici e trovare un posto pulito e silenzioso è diventata la mia personale immagine di un altrove costantemente considerato come plausibile, un’altra cosa che ogni meridionale conosce bene.

Ad un paese animato da una genuina voglia di distribuire in maniera equa il benessere su tutto il territorio nazionale sarebbero bastati i settant’anni repubblicani a riequilibrare l’assetto socio economico di tutta la penisola. Noi eravamo partiti bene, con lo sforzo profuso dalla cassa del mezzogiorno soprattutto nel periodo iniziale della propria esistenza, poi la progressiva regionalizzazione delle politiche di governo, a partire dalla stessa istituzionalizzazione delle regioni, e un declino generalizzato del senso dello stato della classe dirigente italiana hanno peggiorato il quadro, contribuendo ad allargare nuovamente il divario fra nord e sud. È una situazione che sarebbe vissuta con vergogna da qualunque statista con un minimo di buon senso, se ce ne fossero. Invece qui in Italia si è semplicemente dato per assodato un divario così grande da dividere la nazione in due paesi diversi: uno completamente organico all’economia europea, l’altro a traino, destinato  a sfornare la classe lavoratrice pronta ad emigrare di generazione in generazione. Così capita che a volte sembra di sentirsi in un altro paese a poche centinaia di chilometri di distanza, e ciò che in Emilia Romagna è normalmente garantito a tutti in Calabria diventi semplicemente impensabile, a meno che non si sia disposti a ricorrere alle strutture private con i costi che la cosa comporta. 

La migrazione interna dovuta a motivi sanitari è solo una delle mille facce dell’aberrante divisione mentale nord-sud. Ogni anno migliaia di meridionali si spostano nelle strutture settentrionali per farsi curare, le spese vengono imputate su base regionale alle Asl di provenienza, ma ovviamente  coprono il costo nei distretti sanitari in cui le cure vengono somministrate. Così i sistemi sanitari più efficienti ricevono la liquidazione delle risorse spettanti al sud in aggiunta al loro finanziamento normale. È solo un esempio banale e frettoloso di come qualsiasi rilevazione del dato storico della capacità fiscale e del fabbisogno procapite di un territorio sia comunque fisiologicamente viziato. Un altro esempio simile riguarda il gettito fiscale di una regione: un grande marchio di moda che vende in tutta Italia ma ha sede legale a Milano finirà inevitabilmente per distribuire su quel territorio i proventi che vengono dall’attività economica svolta su scala nazionale. Sarebbe un meccanismo del tutto normale se non fosse che il percorso del rafforzamento delle autonomie regionali, iniziato, vale sempre la pena di ricordarlo, con la riforma del titolo V della Costituzione dei governi di centrosinistra, sta procedendo a grandi passi verso una autonomia fiscale sempre più drammaticamente radicale. L’effetto veramente sarcastico di tutto il processo è che con l’individuazione di ambiti territoriali sempre più circoscritti si tenderà irrimediabilmente a premiare i comuni più ricchi riproponendo su scala nazionale, di fatto legittimandolo, l’atavico privilegio del ricco calabrese che passa davanti a tutti in una struttura pubblica e riceve le cure migliori perché lui ha pagato. Se lo poteva permettere. È la fine dello Stato nelle sue funzioni elementari.

Un’altra caratteristica comune a molti meridionali è il ricordo del senso di umiliazione relativo alle prime ondate migratorie del dopoguerra: una particolarità tutta italiana, ed infatti è il forte razzismo fra una zona e l’altra del paese. Molti di noi hanno sentito il racconto dello zio o del nonno che parla delle lunghe settimane in cerca di un alloggio nella nuova città d’adozione, peregrinazioni destinate spesso a scontrarsi con i cartelli che recitavano NON SI AFFITTA A MERIDIONALI. La retorica dello straniero che ruba il lavoro è nata fra persone che avevano lo stesso passaporto ed è stata declinata molti anni prima con gli stessi toni razzisti che hanno dato tanta celebrità immeritata a Matteo Salvini. Non bisogna mai dimenticare che la prima ribalta mediatica della Lega nord si ebbe con la politicizzazione di queste istanze e il processo di costruzione del nemico unicamente rivolto verso i meridionali. Da un punto di vista legislativo poi vanno imputate, anche in questo caso, tutte le maggiori responsabilità al governo di centrosinistra che nel suo costante tentativo di spostarsi su tematiche che erano sempre state ad esclusivo appannaggio della destra produsse la riforma del titolo V della costituzione nel lontano 2001. Era un testo che presentava già tutti gli elementi di ambiguità che avrebbero generato le distorsioni che abbiamo subito negli ultimi anni.  

Già durante la fase delle consultazioni dell’ormai andato primo governo gialloverde Umberto Bossi metteva i puntini sulle I e dichiarava che la definizione delle autonomie era la vera priorità del governo. Il Movimento Cinque Stelle dal canto suo, con il tipico carico di ambiguità politiche, cercava di tenere il cane al guinzaglio, consapevole del debito elettorale nei confronti dei cittadini meridionali. Ma come tutti sanno il partito di Di Maio ha votato a favore delle autonomie in tutti e tre i consigli regionali che hanno dato avvio all’accelerazione di questo processo alla fine della scorsa legislatura e ha appoggiato il SI in entrambi i referendum farlocchi di Lombardia e Veneto. Se la misura ha incontrato numerosi ostacoli durante il processo di approvazione è solo grazie alla abnegazione e alla fedeltà politica di grillini della seconda ora come l’ex Di Falco o il senatore di San Giovanni Vincenzo Presutto, e ancora di più all’impegno di Paola Nugnes e dello stesso presidente della camera Roberto Fico che hanno portato avanti campagne di sensibilizzazione. Adesso sarebbe interessante vedere al lavoro la cosiddetta maggioranza giallorossa per chiamare alla prova dei fatti i veri artefici storici di questa deriva e i legittimi vincitori dell’ultima tornata elettorale. Chi scrive pensa naturalmente che si dovrebbe andare nella direzione diametralmente opposta e ricompattare il paese, omogeneizzare servizi di base e infrastrutture, adottare una perequazione spinta per riequilibrare la distribuzione economica e via dicendo. Ma chiunque si occupi di politica e di Italia sa che difficilmente assisteremo a questa inversione di rotta. Al contrario nulla più di questa maggioranza, sopratutto alla camera, rappresenta quella parte di italiani sommariamente liberista, vagamente ancorata a principi liberali, razzistella più che per un dato etnico-regionale per una malcelata diffidenza verso strati di popolazione meno benestanti ma sempre pronta ad accettare le diversità culturali quando sono disponibili ad una subalternità mite e folcloristica, un ruolo portato avanti per permettere alle seconde generazioni di omogeneizzarsi alla media del gruppo dominante, in un processo che  la suddetta maggioranza chiama ipocritamente integrazione.  Del resto la vera maggioranza ideologica del parlamento va da Fratelli d’Italia alla maggioranza del PD (si, ben oltre i renziani) ed è portatrice di una ideologia permeata di individualismo, che persegue la disintermediazione dei corpi sociali e che vuole realmente annientare il welfare perché l’unica secessione a cui è interessata è quella dei ricchi dal resto del paese. Basta informarsi un po’ più approfonditamente, bastano gli ottimi contributi di Viesti  ed Esposito, per scoprire che in realtà meccanismi come l’assenza di un calcolo appropriato dei LEP (livelli essenziali di prestazione dei servizi pubblici) e il calcolo dei fabbisogni standard e delle potenzialità fiscali dei territori ponderato sul dato storico dei singoli comuni creano un allargamento della forbice distributiva fra zone benestanti e zone arretrate: possono essere emblematici gli esempi di comuni di centomila abitanti per i quali non è previsto alcun asilo o quelli dei comuni delle costiere di lusso che risultano per ovvi motivi più virtuosi del proprio fabbisogno.

Il sud purtroppo, nonostante le molte lodevoli iniziative, difficilmente riuscirà in maniera tempestiva a fornire una risposta politica adeguata alla gravità del momento, perché come tutti i territori di estrazione umana assiste da più di un secolo alla migrazione delle sue energie migliori. Ad essere obsolete e poco funzionali così non sono solo le infrastrutture ma tutta la rete di relazioni sociali e intellettuali risente di questa subalternità incolmabile. “Si sta come d’autunno sugli alberi le foglie” direbbe qualcuno, o come nella cabina di comando del Titanic già consapevoli dell’iceberg. Si spera che non succeda il peggio ma la storia e i numeri ci dicono il contrario. Servirebbero leader capaci di unire le forze, entusiasmare gli animi e svelare i trucchi da imbonitori dei nostri politici, ma non se ne vedono all’orizzonte.