Oltre l’indignazione. Per una politica estera italiana autonoma e progressista

«Few men realize that their life, the very essence of their character, their capabilities and their audacities, are only the expression of their belief in the safety of their surroundings» Joseph Conrad
«La “mancanza di distanza”, semplicemente in quanto tale, costituisce uno dei peccati mortali di ogni uomo politico ed é una di quelle qualità che, coltivate presso la nuova generazione dei nostri intellettuali, li condannerà all’inettitudine politica. Il problema é infatti proprio questo: come si possono far convivere nella stessa anima un’ardente passione e una fredda lungimiranza? La politica si fa con la testa, non con altre parti del corpo o dell’anima. E tuttavia la dedizione a essa, se non deve essere un frivolo gioco intellettuale ma un agire umanamente autentico, può sorgere ed essere alimentata soltanto dalla passione. Ma quel saldo controllo dell’anima che caratterizza l’uomo politico appassionato e lo distingue dal mero dilettante politico che “si agita in modo sterile” è possibile soltanto attraverso l’abitudine alla distanza, in tutti i sensi della parola.» – Max Weber, 1919
Quanto avvenuto negli ultimi giorni ha giustamente scandalizzato più di una persona: il governo italiano, a quanto dice il ministro dell’Interno, ha scelto di forzare la mano con i partner europei per imprimere un cambiamento nelle politiche migratorie continentali e per farlo ha, di fatto, preso in ostaggio una nave piena di persone, impedendole di attraccare sulle nostre coste. Questo braccio di ferro giocato sulla pelle delle persone non è accettabile e possiamo essere contenti di aver assistito all’indignazione e alla mobilitazione di un grande numero d’italiani di fronte a tale decisione. Ma oltre all’indignazione bisogna prendere anche coscienza di un fatto: che sebbene il metodo e la linea politica di Salvini siano antitetiche rispetto a quelle che molti di noi si auspicano, il problema essenziale non è rappresentato da lui, né da gesti spregiudicati come questo, ma da una politica internazionale scellerata e irresponsabile; politica che non inizia con Salvini: anzi, proprio molti di coloro che l’hanno sostenuta e che continuano a rivendicarla, sono gli stessi che ora criticano questa decisione del governo italiano.
Bisogna che ci raccontiamo bene come stanno le cose, se vogliamo cambiarle davvero in senso solidale e lungimirante. E per farlo dobbiamo essere in grado di comprendere chi sono i responsabili maggiori della situazione in cui sono costretti i migranti e quali i meccanismi istituzionali che la rendono possibile. Il problema migratorio in Europa viene da lontano e ha ragioni complesse, che andrebbero ricercate innanzitutto nella storia coloniale dell’occidente; ma una data importante per comprendere la situazione attuale è certamente quella della sottoscrizione degli accordi di Dublino, che nel 2003 stabilirono come ogni domanda d’asilo presentata nell’Unione Europea dovesse essere esaminata dallo Stato di primo approdo. All’epoca della sua sottoscrizione da parte dell’Italia al governo c’era Silvio Berlusconi, che governava con l’appoggio della Lega Nord: nessuno si sognò di mettere in discussione i termini dell’accordo. Più di recente è noto come in sede europea la stessa Lega non abbia mai preso parte alle 22 sedute del parlamento nelle quali si è discussa la proposta di revisione di tale trattato e si è astenuta durante il voto al parlamento europeo alla votazione per cancellare la norma concernente il paese di primo arrivo. Stupisce quindi che oggi sbraiti contro tale trattato; soprattutto stupisce che, per porre la questione, si sia scelto il metodo seguito negli ultimi giorni dopo aver disertato le sedi istituzionali deputate per farlo. Forse l’obiettivo della Lega non è una svolta nelle politiche migratorie, ma consiste piuttosto in una operazione pubblicitaria cinica e ben orchestrata?
Il vero e proprio isolamento in cui l’Italia è stata lasciata a gestire la crisi migratoria comincia però solo nel 2015: a partire da quell’anno sino ad oggi sono giunte in Italia via mare circa 470mila persone, mentre soltanto 11mila sono state redistribuite negli altri paesi (Elaborazioni ISMU su dati Ministero dell’Interno e UNHCR). È vero che il numero di rifugiati resta basso (147mila a Giugno 2017), così come complessivamente resta basso il rapporto tra immigrati e autoctoni (8,3% – Istat), ma bisogna sapere che il numero di coloro che ottengono lo status di rifugiato rappresenta una minima parte delle persone che migrano nel nostro paese; soprattutto bisogna tenere in considerazione che ciascuna di quelle 470mila persone ha bisogno di assistenza non solo medica, ma anche sociale e di inserimento, indipendentemente dal fatto che acquisisca lo status di rifugiato. In mancanza di un finanziamento adeguato, l’accoglienza di primo arrivo rischia di rappresentare soltanto il primo passo per una perdurante condizione di subalternità e di sfruttamento.
L’improvvisa crisi migratoria non è stata in ogni caso un episodio casuale, frutto di una congiuntura naturale o epocale inarrestabile, ma anche l’esito di una serie di decisioni politiche: a cominciare dalle operazioni di regime change portate avanti negli ultimi anni nel bacino mediterraneo, dalla Libia fino alla Siria. La subalternità delle autorità italiane a questa politica è esemplificata dalla concessione per l’utilizzo delle basi italiane da parte della coalizione internazionale capitanata da Francia e Inghilterra per abbattere il regime di Gheddafi. Siamo nel marzo 2011 e l’intero parlamento italiano vota con l’appoggio dell’opposizione di “sinistra” l’intervento in Libia, dopo che appena un anno prima dall’Italia aveva concluso un accordo con lo stesso Paese. Pressoché nessuno si oppose all’intervento: persino il Partito Comunista dei Lavoratori si schierò con la cosiddetta “rivoluzione” in corso in Libia. Anche il Presidente della repubblica Giorgio Napolitano invitò tutte le forze politiche a non lasciar calpestare «il risorgimento arabo» e giustificò la partecipazione italiana nella guerra dicendo che «non siamo entrati in guerra», in quanto «la carta delle nazioni unite prevede un capitolo, il settimo, il quale nell’interesse della pace ritiene che siano da autorizzare anche azioni volte, con le forze armate, a reprimere le violazioni della pace».
Alla crisi libica si è poi aggiunta quella siriana, rispetto alla quale continuano a non essere chiare le responsabilità e in cui è difficile assumere una posizione unilaterale: ma quello che si può dire di sicuro è che le forze occidentali non hanno in alcun modo agito per calmierare la destabilizzazione dell’area. Anzi, il sostegno logistico e militare dei governi europei e occidentali – dalla Germania fino agli alleati strategici Stati Uniti– al regime saudita e il coinvolgimento attivo dello stesso regime su tutti i fronti aperti nella regione – dalla Siria allo Yemen – suggerisce un sostegno occidentale, quanto meno indiretto, a quei conflitti.
Il risultato più tangibile di queste guerre sono stati milioni di persone in fuga e in alcuni casi – come in Libia – la disgregazione dell’unità politica dei loro paesi, ormai stretti in una guerra civile priva di ogni prospettiva di risoluzione. Ma l’Italia era destinata ad essere lasciata sola nella crisi migratoria che ne è seguita? Probabilmente no. Secondo Emma Bonino è stato proprio il governo italiano che nel 2014, guidato da Matteo Renzi, ha scelto di scambiare la disponibilità ad accogliere tutti i migranti salvati nel Mediterraneo con la concessione da parte dell’Europa di maggiore flessibilità nei suoi conti pubblici. Forse in conseguenza di ciò, fatto sta che i partner e le istituzioni europee non hanno mai mostrato alcun tipo di solidarietà davanti alla crisi migratoria italiana: anzi, Francia e Austria hanno sospeso Schengen e monitorano le frontiere per non far passare extracomunitari provenienti dall’Italia. Quello che invece l’Europa ci ha concesso è stato di scorporare i 4,7 miliardi circa previsti dal DEF 2018 per la gestione della crisi migratoria dal calcolo del Deficit, a fronte di un finanziamento diretto da parte dell’UE di circa 80 milioni. In altre parole, pur contribuendo in minima parte alle spese, l’UE ci ha concesso di non calcolare tali spese in caso di eventuali sforamenti. Questi finanziamenti sono in ogni caso insufficienti per fronteggiare adeguatamente l’accoglienza e l’integrazione nel tessuto sociale dei nuovi venuti. Servono risorse maggiori, servono mediatori culturali e ispettori del lavoro, medici, infermieri, insegnanti, motovedette per monitorare le coste ecc. ma è evidente come in una situazione di taglio permanente della spesa pubblica, tali risorse siano difficili da trovare. Le politiche di bilancio dettate dall’Unione Europea si dimostrano ancora una volta un vincolo del tutto incongruente con le necessità del nostro paese, che nell’impoverimento che attraversa, vede la Commissione europea scorporare dal deficit la crescente spesa per i migranti (passata da 1,3 nel 2011 a 4,7 miliardi nel 2018), ma non quella per la sanità o per i servizi sociali, che invece continuano a essere tagliati. In questo modo si sta generando un’assurda competizione tra poveri e poverissimi per racimolare gli ultimi servizi sociali rimasti. Solo nell’uguaglianza e nella solidarietà rispetto a tutti gli abitanti del nostro Paese, migranti e autoctoni, può essere ristabilita l’effettività dei diritti, ma per farlo è necessario un nuovo protagonismo dello Stato, reso nuovamente libero di decidere della propria politica di bilancio. Altrimenti è evidente come il crescente impoverimento (passato dall’11,1 al 18,7% tra il 2011 e il 2018) combinato con l’afflusso di nuove persone e l’arretramento dello stato sociale, non possa che preparare le condizioni per una bomba sociale pronta ad esplodere.
Allora dobbiamo dirci una cosa con franchezza: che le azioni di Salvini giustamente ci indignino e ci sconvolgano, non deve farci dimenticare che la condizione disumana a cui vengono sottoposti i migranti, l’isolamento dell’Italia e la stessa xenofobia diffusa non sono dovute in primo luogo alla retorica di Salvini, ma ad un assetto internazionale che al multilateralismo preferisce il regime change ed alla solidarietà il ricatto. Per questo è l’assetto istituzionale internazionale, e non il ministro dell’Interno di turno – che sia Minniti o Salvini – a dover esser messo in discussione nella maniera più decisa e radicale. Ma per farlo è necessario ripensare a quale funzione svolge in tutto questo l’Unione Europea con le sue regole bilancio e i suoi principi di mobilità di merci, capitali e persone; è necessario ristabilire l’autonomia degli Stati nella decisione riguardante le loro politiche di economiche, sottraendo i popoli al costante ricatto dei mercati e alla strada già segnata delle riforme; non è sufficiente mettere in questione la politica dei visti per i paesi africani, ma bisogna anche contestare la presenza francese nell’Africa occidentale e lo strumento coercitivo del Franco Coloniale (CFA), ribadendo il diritto all’autodeterminazione politica ed economica di quei popoli;; non è nemmeno sufficiente rivedere gli accordi con la Libia, col Niger con la Turchia, ma è necessario aiutare la Libia e gli altri paesi africani e mediorientali a ricostruirsi e a ritornare ad essere capaci di esprimere una politica estera autonoma e democratica, innanzitutto smettendo di interferire nelle loro questioni interne; è necessario cambiare il rapporto che società strategiche per l’Italia come ENI intrattengono in Nigeria – da cui provengono moltissimi richiedenti asilo negli ultimi anni – rinazionalizzandole e ricostruendole sul modello inaugurato da Enrico Mattei, vale a dire a partire da principi multilaterali di cooperazione e non di sfruttamento e corruzione. Ma soprattutto significa riuscire ad esercitare una politica estera autonoma rispetto alla Nato e alle altre potenze dell’Unione Europea: una politica che pur nella consapevolezza della delicata posizione geopolitica e del carattere di media-potenza regionale dell’Italia, cerchi di impegnarsi in senso pacifico e multilaterale. Per farlo è necessario riscoprire la funzione fondamentale degli Stati nella costruzione di un equilibro geopolitico multilaterale e smetterla, una buona volta, di restare aggrappati a immaginari astratti e subalterni allo status quo che vedono negli Stati e nelle nazioni come tali le radici di tutti i mali. Per avere rapporti multilaterali e solidali è necessario che vi siano dei soggetti politici collettivi che siano in grado di esercitarli e questi non possono che essere degli Stati nazionali, ai quali deve essere garantita non solo autonomia democratica e politica, ma anche economica dalle ingerenze neocoloniali esercitate dai grossi gruppi energetici e industriali multinazionali. Ma nemmeno si può per questo cadere nella tentazione di suggerire ricostruzioni retoriche fumose, sproloquiando di complotti riguardanti la creazione a tavolino di presunti “eserciti industriali di riserva” orditi da Soros o da non meglio identificate cupole finanziarie globali. Bisogna tornare a stabilire principi semplici e trasparenti: il rifiuto della guerra e dell’ingerenza, sintetizzati nel principio generale dell’autodeterminazione dei popoli, rimessi al centro delle nostre scelte di politica estera in un mondo sempre più multipolare. Questo principio dovrebbe prevalere anche sulla continua esortazione all’intervento umanitario da parte degli organismi internazionali – a partire dalla NATO – per una scelta più oculata dei teatri internazionali in cui intervenire. Ad oggi l’Italia è presente in 44 missioni militari internazionali, compresi l’Afghanistan e l’Iraq, per una spesa complessiva di 21 miliardi. È venuto il momento di mettere in discussione la nostra subalternità e iniziare ad esprimere un indirizzo più conseguente con i nostri interessi e con quelli della nostra area geopolitica, a partire dal nord-Africa e dal mediterraneo. Il che non significa abolire l’esercito, ma capacità di esprimere autonomia. Altrimenti avremo ancora nuove guerre umanitarie, nuovi profughi, nuovi paesi impoveriti da un ordine internazionale predatorio, che sfrutta gli organismi internazionali per mantenere i popoli in una condizione di perpetua subalternità. Il mondo che vogliamo è un mondo in cui muoversi e viaggiare sia soltanto un diritto e non più una necessità. La strada è lunga, ma è venuto il momento di iniziare a pensare seriamente a come mettere in discussione l’ordine internazionale basato sul primato del mercato autoregolantesi e delle istituzioni internazionali: entrambi devono tornare a rispondere alla democrazia dei popoli. Iniziamo aiutandoci a casa nostra.