Per un femminismo dalla parte di chi non ha parte

La minore partecipazione delle donne in politica, e il loro ricoprire ruoli di minor prestigio rispetto a quanto avviene per la controparte maschile, è oggetto di dibattito ormai da anni. Gli estremi di tale dibattito sono in genere chi direttamente ostenta un palese sessismo e ostacola più o meno apertamente la partecipazione politica delle donne per pregiudizi personali, e chi invece propone misure emergenziali come quote rosa o altri meccanismi di riparazione che però non affrontano il problema alla radice, limitandosi a cercare di buttare acriticamente quante più donne possibile in posti strategici. 

Quest’ultima posizione cela tuttavia una retorica, all’apparenza innocua, che è in realtà molto più subdola. Alla base dell’invocazione di misure ufficiali per garantire per legge una rappresentanza femminile in politica perlomeno al pari di quella maschile c’è l’assunto che una donna rappresenti automaticamente tutte le donne e le loro istanze connesse alle differenze di genere, cosa che un uomo quindi non potrebbe fare. Questo ragionamento implica quindi sia che un uomo non possa interessarsi di questioni riguardanti le disuguaglianze di genere e femminismo e attivarsi in tal senso, sollevandolo da qualunque responsabilità e riducendolo a un ruolo di spettatore passivo nella lotta per la parità effettiva, sia che, specularmente, un politico faccia gli interessi e rappresenti automaticamente tutti gli altri uomini, solo in virtù del suo essere uomo. Il fatto che non sia così è sotto gli occhi di tutti: quanti lavoratori, uomini e cittadini subiscono quotidianamente le scelte sciagurate compiute da politici (uomini) incompetenti? Inoltre, questo ragionamento esclude completamente la componente delle appartenenze sociali e delle fratture da esse determinate: fattore che non può assolutamente essere considerato secondario e che determina prima di ogni altro quello che sarà l’operato di un politico, uomo o donna che sia, una volta in carica, e gli interessi che andrà a difendere. 

E se questa rappresentanza automatica data dall’appartenenza allo stesso genere fosse vera, non si spiegherebbe come mai non solo nel mondo della politica, ma anche nella vita quotidiana si fatica spesso ad incontrare donne solidali con altre donne e che abbiano una consapevolezza anche solo un minimo femminista. Apriamo i social e guardiamo i commenti scritti da donne sull’aspetto fisico delle altre o riguardo casi di stupro o molestie: i commenti che ridicolizzano, colpevolizzano e insultano sono spesso molto più di quelli che esprimono solidarietà o “sorellanza”. L’essere una donna evidentemente non fornisce la garanzia di empatia verso le condizioni in cui versano le altre, o di comprensione di criticità legate al genere. Pensiamo ai tanti articoli di giornale sui femminicidi scritti da donne che romanticizzano il crimine e l’assassino: manca totalmente la comprensione delle dimensioni del reato, la sua contestualizzazione in un’ottica di genere, ed eppure quegli stessi articoli saranno letti da chissà quante persone che ne rimarranno potenzialmente influenzate, perpetuando una retorica pericolosa. Ancora: è cosa tristemente nota che molti consultori, un tempo rifugio sicuro per le donne e con personale dotato di formazione femminista, adesso siano diventati poliambulatori in cui, al pensionamento delle femministe anni ’70, il personale che le sostituisce spesso non ha chiaro il significato civile di quanto sta facendo. E’ in mezzo a questo caos che gli ambienti pro-Life hanno trovato terreno fertile per infiltrazioni, e proprio per la scarsa sensibilità di gran parte del personale (femminile, notare bene!) molte pazienti hanno esperienze mortificanti. 

La capacità aprioristica delle donne di immedesimarsi con altre donne, agire nel loro interesse e con un’ottica legata al genere è, dunque, infondata. Negli ultimi anni c’è stata una vera e propria esplosione di commercializzazione del femminismo, reso fashion da star del cinema e da una produzione di gadget e libri sul tema. In base a questa retorica, si celebra il successo delle donne e la necessità di porle ai posti di potere, senza farsi domande sulla natura spesso oppressiva del potere in questione (pensiamo, ad esempio, a quanto si è insistito sulla candidatura di Hillary Clinton e sul suo poter essere la prima donna presidente degli Stati Uniti). Il caso editoriale “Storie della buonanotte per bambine ribelli. 100 vite di donne straordinarie”, che dovrebbe essere un manuale di ispirazione per bambine e ragazze, propone come figure positive e da imitare non solo la sopraccitata Clinton, ma pure Margaret Thatcher e Caterina la Grande, di cui si accenna con nonchalance il tragico peggioramento delle condizioni dei servi della gleba da lei causato. Che cos’è questo se non il trionfo del liberismo e del potere oligarchico vestito di rosa? Il femminismo liberista esalta la donna in quanto tale, acriticamente, senza guardare alla sua appartenenza sociale o alle sue idee e alle loro conseguenze pratiche, ma considerandola solo per il suo genere. Non è questa forse la posizione anche di chi reclama posti per le donne in Parlamento in base al loro genere e non al loro programma politico e alla loro appartenenza alle maggioranze popolari, bisognose di rappresentanza sociale? 

Da qui si arriva anche a un altro aspetto fondamentale della questione: non tutte le donne sono uguali. Se è vero che le caratteristiche sessuali rendono tutte potenzialmente soggette a discriminazioni o aggressioni di genere, l’estrazione sociale e l’etnia possono influenzare il modo in cui vengono approcciate determinate questioni. E’ per questo che è necessario operare delle distinzioni, rifiutare prima di tutto il sistema liberista che esalta a priori la donna e adottare un’ottica che consideri le istanze delle grandi maggioranze, delle precarie, delle migranti; in pratica, adottare quello che Nancy Fraser definisce “femminismo del 99%” e rifiutare il femminismo delle élites, che storicamente ha sempre escluso o ghettizzato le donne nere e le lavoratrici, come ben analizzato da Angela Davis nel suo testo “Donne, razza e classe” (Alegre, 2018).

Ovviamente non si intende negare le tante difficoltà che spesso le donne incontrano nel fare politica. Stereotipi e insulti sessisti, squilibri all’interno delle coppie nella gestione del lavoro domestico e di cura, lavori spesso precari e malpagati che non concedono la serenità e il tempo di pensare seriamente alla politica sicuramente non aiutano la partecipazione femminile in tal senso. E’ però opportuno agire direttamente su questi fronti, invece di sfruttare le stesse strategie del femminismo liberal, di cui potrà trarre vantaggio solo una minoranza già privilegiata. 

Non si tratta di voler porre ulteriori ostacoli alle donne, o di usare con loro parametri di meritocrazia non impiegati con gli uomini. Chiunque occupi un posto di responsabilità senza esserne in grado dovrebbe essere contrastato e, eventualmente, rimosso dall’incarico, così come è necessario riportare qualitativamente più in alto il livello di preparazione politica per tutti, uomini e donne. Il punto è l’errore che si commette facendo della propria femminilità un punto di forza (in alcuni casi probabilmente l’unico che si ha) e usandolo per farsi strada in politica e in qualunque altro ambito dove invece sarebbero richieste capacità specifiche. Se si sgomita per ricoprire un ruolo esclusivamente in quanto donne, è lecito essere soggette a critiche anche da parte di quelle donne che invece non sfruttano il loro sesso per occupare posti di spicco, e che preferirebbero essere rappresentate da chi ha le capacità per farlo. L’istituzione di quote di genere o altri meccanismi simili può garantire vita facile a incompetenti che senza tali strumenti non sarebbero mai arrivate a ricoprire posizioni di rilievo. 

Troppo spesso a queste critiche si risponde sollevando accuse di sessismo a chi le pone, non affrontando direttamente il problema e creando così una sorta di tabù che porta talvolta a trattare le donne come specie da proteggere, a cui tacere critiche e perplessità sul loro operato. Si vuole la parità e l’uguaglianza? Bene, queste passano esattamente nel sentirsi dire che si può sbagliare e, eventualmente, che non si è preparate per un incarico, senza che ci si possa rifugiare nello spettro del sessismo laddove chiaramente non esiste. Pur condannando sempre gli abusi e i climi malsani e veramente sessisti, è necessario uscire dallo sterile vittimismo e recuperare una dimensione propositiva, ponendo al centro del dibattito quelle che sono le vere emergenze sociali.

Ma come possiamo essere sicuri di affrontarle con un’ottica di genere? Prima di pensare al numero di donne in politica, dovremmo preoccuparci di educare donne e uomini consapevoli della questione di genere, dotati di sensibilità femminista (che non sia quella liberal, però!), che possano portare il loro approccio in qualunque ambito professionale si trovino ad operare, e nella loro vita privata. Ovviamente l’aspetto legislativo è fondamentale per determinare cosa è lecito e cosa non lo è, ma non basta; nella pratica, non vediamo nessuno ricorrere ad avvocati per ogni minimo abuso, e possono comunque verificarsi situazioni percepite come lesive della propria dignità ma che non vengono giudicate sufficienti per essere ritenute credibili o denunciabili. 

Per questo è necessario smontare certa retorica. Non abbiamo bisogno, acriticamente, di più donne: abbiamo bisogno di più femminismo che stia dalla parte di chi non ha parte.