Perché abbiamo bisogno dell’educazione sessuale e sentimentale (anche se facciamo finta di no)

Sembrerà forse strano, considerata la mole di materiale sessualizzato e pornografico che ci arriva tramite internet e tv, ma in Italia c’è un problema serio su come viviamo le relazioni e la sessualità, e questo ha ripercussioni su tutti, uomini e donne, e in special modo sui giovanissimi.

La questione dell’introduzione di un programma di educazione sessuale e sentimentale nelle scuole, insieme a quella della diffusione dei contraccettivi, della prevenzione delle malattie sessualmente trasmissibili e della sessualità in generale viene spesso considerata di competenza esclusiva delle femministe, se non addirittura derubricata con imbarazzi, risatine o sottintesi. Questo atteggiamento ci sta portando a una vera e propria stagnazione, e in alcuni casi perfino regressione, in merito alla nostra salute sessuale e alle relazioni sentimentali. 

L’Italia è uno dei pochi Paesi dell’Unione Europea in cui l’educazione sessuale nelle scuole non è obbligatoria, ma viene demandata alle iniziative dei singoli istituti. I bambini, e i ragazzi, scoprono quindi la sessualità e le relazioni nella migliore delle ipotesi sotto la guida dei genitori, ma molto più spesso su internet e sui siti pornografici. Senza voler demonizzare il porno in sé, e fermo restando che esistono oggi molte registe che hanno sposato la causa di realizzare pornografia “femminista”, con uno sguardo quindi più attento al piacere femminile e con situazioni più verosimili, è innegabile che in rete si trova davvero di tutto. Ne consegue che i primi approcci dei ragazzini alla sessualità e alle relazioni saranno inevitabilmente influenzati da esempi spesso poco realistici, se non addirittura violenti; l’88% dei filmati pornografici, infatti, mostra aggressioni fisiche. Un’intera generazione cresce così senza saper distinguere tra finzione (o fantasia) e realtà, con un’idea falsata del consenso e di cosa debba automaticamente piacere o no al/la partner, e senza informazioni sui metodi contraccettivi e sull’esistenza delle malattie sessualmente trasmissibili. In un Paese in cui, nel 2018, c’è stato un femminicidio ogni 72 ore e la violenza sessuale resta una piaga diffusa, ci sarebbe forse la necessità di ripensare il modo in cui vogliamo educare i nostri giovani ai rapporti sentimentali e sessuali. 

La conseguenza del voler deliberatamente ignorare qualunque programma serio di educazione sessuale ci sta colpendo duramente anche sul fronte della salute: dal 2007, le vendite dei preservativi sono calate del 13%, mentre le malattie veneree sono diventate nuovamente un’emergenza. La sifilide, protagonista dei romanzi ottocenteschi, è tornata in grande stile e ha registrato il 400% di casi in più negli ultimi 17 anni. Sulla trasmissione dell’HIV, passati i tempi delle pubblicità progresso che hanno condizionato un’intera generazione, circolano sempre più leggende metropolitane e disinformazione, col risultato che molti sieropositivi sono in fase avanzata senza esserne a conoscenza. In generale, secondo l’Istituto Superiore di Sanità le malattie sessualmente trasmissibili in Italia sono quasi raddoppiate tra il 2006 e il 2013.

Questo boom di malattie comporta spese per il sistema sanitario e per i singoli malati, danneggia la qualità della vita e delle relazioni, compromette la fertilità (e quindi la possibilità di farsi una famiglia) e in alcuni casi può addirittura provocare conseguenze ben più gravi (pensiamo al tumore al collo dell’utero portato da alcuni ceppi del virus HPV). Tutto questo potrebbe essere evitato, o fortemente ridimensionato, se soltanto si affrontasse seriamente il tema dell’educazione sessuale per i giovani, e se la diffusione dei contraccettivi, e dei profilattici in particolare, fosse incoraggiata e resa accessibile universalmente, con particolare attenzione alle fasce sociali delicate. A questo proposito, è necessario anche fare cadere il tabù crescente riguardo all’uso del preservativo, visto spesso come fonte di intralcio durante il rapporto sessuale e come vergogna nel doverlo acquistare. Scegliendo sempre di non parlare di certe cose per non “turbare” i ragazzi, sicuramente non li aiuteremo ad emanciparsi e a vivere con consapevolezza e serenità la propria vita sessuale.  

Altra conseguenza, abbastanza prevedibile, della mancanza di un’educazione sessuale e sentimentale è il maggior rischio di incorrere in una gravidanza indesiderata. In Italia, sono circa 8-10mila le adolescenti che ogni anno diventano madri; se pensiamo allo squilibrio esistente all’interno delle coppie nella gestione del lavoro domestico e di cura, a come scarseggiano i servizi per l’infanzia e a come le scuole e le università non prevedano spazi e servizi ad hoc per evitare l’abbandono scolastico delle neo-mamme, le conseguenze sulla pelle di queste giovani donne sono abbastanza prevedibili. In generale, a qualsiasi età, parlare apertamente di sessualità ed essere ben informati e informate su come funziona aiuterebbe a prevenire molte gravidanze non volute, soprattutto per fasce di popolazione per cui abortire può rivelarsi complicato e per cui esistono forme di pressione e di ricatto psicologico, economico o religioso. E’ tragicamente ironico che le stesse fasce conservatrici del Paese che vorrebbero fortemente limitare o eliminare del tutto l’accesso all’interruzione di gravidanza legale e sicura si scaglino anche contro l’introduzione dell’educazione sessuale obbligatoria nelle scuole, cioè, in pratica, contro un mezzo che davvero potrebbe contribuire alla diminuzione del numero di aborti. 

L’ignoranza in merito alla sessualità e al proprio corpo si accompagna anche, molto spesso, a una generale ignoranza sui propri diritti che rende vulnerabili. E’ su questa vulnerabilità che contano coloro che si approfittano delle donne quando sono, momentaneamente, subordinate a loro: ad esempio, quando i farmacisti obiettori si rifiutano di fornire la pillola del giorno dopo nonostante sia illegale, quando nei consultori (ormai spesso dominati da ambienti pro-life, o comunque privi della sensibilità che un tempo ne ispirò la creazione) assistiamo a episodi degradanti e umilianti, quando durante il parto si verificano episodi di violenza ostetrica. Essere ben informate sui propri diritti e su come funziona il proprio corpo, invece, permetterebbe alle donne di farsi valere molto più di quanto non avvenga al momento. 

E ancora, pensiamo a quanto nelle relazioni e nella vita quotidiana potrebbe cambiare se solo si avesse più consapevolezza di certi argomenti. Pensiamo, ad esempio, alle mestruazioni: è tornata recentemente alla ribalta la questione dell’IVA sugli assorbenti, lasciata nell’ultima manovra al 22%, e quindi con la tassazione di un bene di lusso. Una petizione lanciata di recente sulla piattaforma Change.org ha risollevato l’indignazione in merito, invitando a portare l’aliquota al 4%, come nel caso dei beni di prima necessità. Eppure le mestruazioni sono un qualcosa che le ragazze sono abituate a nascondere sin dal menarca, ben oltre la gestione di quella che potrebbe essere una comune faccenda privata: anche comprare gli assorbenti, o il farli vedere nella borsa, può essere fonte di vergogna, e non in tutte le coppie ci si confronta apertamente in merito. La conseguenza è che molti uomini, non avendo mai ricevuto un’istruzione adeguata in materia, vedono il ciclo come qualcosa di misterioso, ne ignorano le conseguenze pratiche sulla vita quotidiana e non capiscono fino in fondo che per alcune può trattarsi di un’esperienza molto dolorosa e debilitante. Il tabù che circonda il ciclo mestruale colpisce ovviamente anche molte donne ancora in balia di false credenze e generale disinformazione al riguardo. Come possiamo pretendere, allora, che un dibattito politico sul costo degli assorbenti (o addirittura sul congedo mestruale, in caso di ciclo particolarmente debilitante e certificato dal medico) sia fattibile? La soluzione sta anche nell’educazione, nel parlare di certi argomenti e spogliarli, nella giusta misura, di quell’aura di tabù che li rende intoccabili, oppure direttamente ridicolizzati. 

Tutto questo potrebbe sembrare di competenza privata, dei singoli, o al limite delle femministe, e non faccenda di cui debba occuparsi la politica. Tuttavia, una politica che voglia stare davvero dalla parte dei cittadini e delle cittadine, e soprattutto delle fasce più vulnerabili, deve necessariamente affrontare queste tematiche, perché da esse scaturiscono una serie di conseguenze a catena che finiscono, come già mostrato, per toccare ambiti anche molto diversi e apparentemente distanti tra loro. L’educazione sessuale e sentimentale è fondamentale per favorire relazioni paritarie ed eque, per rendere i cittadini consapevoli dei propri diritti, per evitare che incorrano in scelte dettate dall’ignoranza e dalla mancanza di consapevolezza, per favorire una cultura sessuale che sia rispettosa e attenta anche al piacere e ai bisogni delle donne. In tutto questo, occorre che sia la politica a dettare la linea in merito: è necessario assumere personale preparato e dotato di sensibilità femminista, che operi nelle scuole, nei consultori, nei centri anti-violenza e che stili programmi educativi adatti ad ogni fascia d’età. Sono anche fondamentali spazi informativi ad hoc sui media, che possano raggiungere ulteriori fette di popolazione. Non è un’impresa facile, date le grandi resistenze che progetti simili, anche su scala molto più piccola, incontrano da parte dei settori più conservatori; ma è un’impresa necessaria, se vogliamo che la qualità della vita e delle relazioni nostre e delle future generazioni migliorino considerevolmente.  

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