Il populismo democratico alla prova dell’immigrazione

In occasione delle ultime presidenziali francesi, il movimento ‘La France Insoumise’ guidato da Jean-Luc Mélenchon ha destato profondo clamore per aver spezzato, uno dopo l’altro, molti tabù della sinistra tradizionale. L’immigrazione non fa eccezione. Mélenchon ha ripetuto di voler intervenire sulle cause dei fenomeni migratori: guerre, carestie, cambiamenti climatici. Ma non è tutto, perché ha varcato il Rubicone sul tema stesso delle frontiere: pur ribadendo la solidarietà nei confronti di chi richiede asilo, ha tuttavia sostenuto che la Francia non può più permettersi di accogliere chi arriva in cerca di un lavoro, i cosiddetti ‘migranti economici’. Questo segna un cambio di passo non solo rispetto al resto dell’area progressista – che non ha infatti lesinato attacchi al riguardo – ma anche alla posizione che lo stesso Mélenchon prese solo cinque anni fa, quando era candidato presidenziale per il ‘Front de Gauche’.

Numeri alla mano, tuttavia, appare palese l’intento squisitamente simbolico di questa scelta: in Francia, nel 2016, i permessi di soggiorno concessi per motivi economici sono stati meno di un decimo del totale. Questa semplice constatazione riguardo alle faccende d’oltralpe consente una riflessione più ampia su quale postura possa assumere un populismo democratico nei confronti dell’immigrazione.

Molto della distinzione fra populismi di segno reazionario e progressista passa proprio da qui. Alcuni politologi hanno appunto elaborato i concetti di populismo esclusivo e inclusivo a segnalare la duttilità del ‘popolo’ quale significante vuoto. Nel primo caso, si farà ricorso allo sciovinismo nell’intento di ritrarre lo straniero come minaccia che usurpa sovranità. Un popolo costruito in senso inclusivo, invece, alzerà lo sguardo verso l’alto per identificare il suo nemico: le élite e le loro avarizie. L’immigrazione, in questo secondo caso, viene diluita in una soluzione discorsiva più ampia, che ne previene la politicizzazione.

Numerosi movimenti populisti hanno fatto la loro fortuna sull’attacco agli stranieri e sulla paura della diversità. In Italia come altrove, parti consistenti dei ceti popolari esprimono il loro sostegno a progetti politici che fanno della chiusura delle frontiere il loro cavallo di battaglia. Le forze della reazione mettono così la sinistra tradizionale spalle al muro. Vincono le loro battaglie retoriche dipingendo gli avversari come élite adagiate sul proprio benessere, ‘radical chic buonisti’, sordi all’urlo di scontento che erompe dal profondo della società. Da parte sua, la sinistra si è spesso limitata a incassare, o a inseguire la destra sul suo terreno di gioco. Come uscire dal vicolo cieco? Come tornare a presidiare il bisogno di protezione senza cedere al discorso dell’esclusione? È necessario guardare negli occhi l’elefante nella stanza, anziché ignorarlo. Questo implica non esimersi da un confronto onesto, forse scomodo, con le questioni più complesse legate ai flussi migratori. Proporrò qui una brevissima disamina di due aspetti dirimenti, fra i tanti.

Un primo tema è quello del lavoro. Per tornare al caso francese, il Front National ottiene ottime performance anche in aree dove è difficile incontrare uno straniero – a riprova di quanto potere esercitino le narrazioni politiche. Queste stesse aree hanno spesso fatto esperienza, d’altra parte, di uno sfarinamento del tessuto industriale, e quindi sociale. Pensando all’Italia, che è pure costellata di zone simili, occorre ribaltare il tavolo del discorso, dando un volto a chi è davvero responsabile dei processi di deindustrializzazione: i politici che hanno optato per politiche industriale avverse all’interesse nazionale, così come le grandi aziende multinazionali che qui si arricchiscono senza offrire una contropartita fiscale degna di questo nome.

Secondo, il tanto abusato richiamo al degrado delle periferie urbane porta con sé un’urgenza veritiera. La globalizzazione, paradossalmente, manifesta le sue conseguenze più dirompenti in aree ben delimitate. Le persone hanno via via abbandonato i centri delle città, o le campagne, per andare ad affollare luoghi divenuti spesso inospitali. È qui che può erompere più facilmente una contesa materiale fra la gente comune: per la casa, la scuola, gli ospedali. In una parola, per il welfare. Gli ultimi arrivati, in contesti simili, sono a volte percepiti come beneficiari illegittimi. È fondamentale, anche qui, rimescolare le carte in tavola in senso radicale: l’esplosione delle diseguaglianze è frutto di scelte politiche mirate a drenare la ricchezza verso l’alto. È necessario agire in controtendenza, rendendo i sistemi di welfare locali più generosi, equi e partecipati. La lotta alle diseguaglianze, così come al razzismo, passa anche da qui.

La nostra bussola è quella della solidarietà e dell’internazionalismo. Benché la storia dell’emancipazione popolare abbia occasionalmente abbracciato le ragioni della chiusura a scapito di quelle dell’accoglienza, è alla logica inclusiva che dobbiamo rivolgerci nell’articolare la nostra identità. Le morti quotidiane nel Mediterraneo chiamano in causa il nostro stesso senso d’umanità, e su questo non possiamo cedere di un passo. Nonostante sia palpabile fra molti il senso di scetticismo e ostilità, la fratellanza fra popoli intercetta elementi del senso comune che sono trasversali alla cultura italiana, nelle sue componenti laiche e religiose. Da qui si deve partire.

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