Il populismo democratico all’attacco

L’epoca odierna è un’era di confusione e di crisi. Oppure, per dirla con Gramsci, un’epoca di “crisi di autorità”: “(…) la classe dominante ha perduto il consenso, cioè non è più dirigente, ma unicamente dominante”, mentre “(…) le grandi masse si sono staccate dalle ideologie tradizionali, non credono più a ciò in cui prima credevano”. Dunque, “la crisi consiste appunto nel fatto che il vecchio muore e il nuovo non può nascere: in questo interregno si verificano i fenomeni morbosi più svariati”[1].

In questo momento storico, nel quale le identità tradizionali che hanno funto da perno legittimante del modello della Prima Repubblica non hanno trovato rimpiazzi stabili e duraturi, è dunque possibile distinguere una tendenza centrifuga volta a rimodellare i nuclei e le sorgenti del consenso democratico nel nostro Paese. Premesso che sarebbe più che possibile allargare il suddetto discorso a un livello molto più ampio, mi sembra tuttavia evidente che l’Italia, nel complesso mosaico dei sistemi politici e partitici, rappresenti più degli altri un caso peculiare, distinguendosi oggi fra le altre nazioni europee per il suo impianto instabile e per nulla rappresentativo. Un impianto un tempo democratico che oggi continua a sfumare gradualmente verso la più piena crisi di rappresentatività e verso le derive post-democratiche efficacemente descritte da Colin Crouch[2].

Nello specifico, poi, è ancor più semplice individuare gli elementi distintivi dell’epoca di stagnante impasse del nostro sistema politico: calo dell’affluenza elettorale, disaffezione e anti-politica, crollo dei partiti e conseguenti tentativi di riaggregazione del ceto politico per la mutua sopravvivenza dell’ordine politico. Preso atto che nessun partito o tendenza politica, nell’Italia di oggi, è più egemone ma al massimo dominante, Ernesto Laclau sottolineerebbe, più semplicemente, che in un contesto politico-partitico inadeguato, la vera sfida di chi vuole imporre la propria “egemonia” nel gioco della democrazia deve innanzitutto porsi lo scopo di riconquistare il “popolo”, pietra miliare della sfera del “politico” nell’epoca della modernità. L’arma a disposizione, chiaramente, è la “logica sociale” del populismo.

E in un’era in cui l’asse dello scontro politico è stato ribaltato dal corso degli eventi dalla sua originaria connotazione orizzontale (destra-sinistra) al verticismo del binomio alto-basso, la questione di organizzare il partito populista[3] in Italia, che in termini pragmatici può semplicemente essere tradotta nell’urgenza di organizzare il conflitto di un popolo sempre più lontano dalle leve del potere democratico contro un establishment sempre più distaccato e oppressivo.

Oltre alla perdita di valore – più che di senso – della distinzione tra destra e sinistra, è venuta meno anche la rigida caratterizzazione delle forze politiche come attori “pro” od “anti” sistema. In questo scenario così fluido, sembra quasi rispecchiarsi l’analisi dottrinaria del politologo Gaetano Mosca, capostipite della scuola degli elitisti, il quale elaborò un paradigma a mio parere utile per l’interpretazione e l’elaborazione sia di un’analisi di fase che di una strategia di lungo periodo per un’ipotetica forza populista democratica in Italia. Preso atto infatti che in qualsivoglia organizzazione sociale, scissa dualmente tra la “classe” dei “governati” (il popolo, maggioranza soggetta divisa e frammentata) e quella dei “governanti” (l’establishment), le posizioni di vertice sono sempre occupate dalla minoranza elitaria. Se tale eteria assume posizioni “democratiche”, la cooptazione e il ciclico ricambio “nella” classe dirigente consentono alternanza al sistema politico, permettendo alti gradi di mobilità sociale e riducendo ai minimi il conflitto. Se invece, come del resto accade oggi, l’élite assume posizioni anti-popolari (definite “aristocratiche” da Mosca) che, spingendo al massimo l’attrito delle tensioni sociali e politiche, la risoluzione dello scontro si fa improvvisamente drastica, portando alla vittoria indiscutibile di una delle due parti (il popolo o l’élite) e, dunque, alla permanenza o al ricambio “della” stessa classe dirigente.

Mosca sostiene inoltre l’estrema importanza della “tendenza dell’epoca”, fattore strutturale che, in un sistema politico descritto come “liberale-democratico”, può essere ben interpretato dall’ascesa del momento populista che lo sta mettendo in crisi. Sfruttare la contingenza storico-politica da una prospettiva populista democratica potrebbe permettere finalmente di scardinare le fondamenta di un sistema politico in cancrena attivando nuovi meccanismi di alternanza, ri-democratizzando lo spazio politico italiano ed europeo e concretizzando ancora una volta l’idea paretiana di “democrazia come cimitero delle aristocrazie”. Urge dunque elaborare una strategia di lungo termine che veda il populismo democratico come vincitore della “casta” e delle élite nemiche del popolo.

Ma persistendo soltanto nella pars construens della teoria politica si va poco lontani. E dunque, a seguito di una di molteplici analisi di fase elaborate nel corso di questi anni, si pone la questione centrale di tutto il discorso: e adesso, “che fare”?

Articolando in modo poco elegante ma molto meccanico, sperando che ciò possa essere funzionale, inizierei da principio. Come già detto, sarebbe sciocco creare nuove aggregazioni politiche sulle base dei tradizionali “cleavages” rokkaniani, spesso di debole presa o tendenzialmente minoritari; sarebbe piuttosto utile elaborare studi e sondaggi per carpire quali sono le più profonde fratture sociali da interpretare a livello di discorso politico, in modo da convertire condivisione del sentir comune in consenso politico maggioritario.

Il ragionamento definisce di per sé la necessità di articolare non solo una nuova organizzazione politica, ma addirittura un nuovo tipo di organizzazione politica, dal partito (/organizzazione) di difesa al partito (/o.) di attacco. Servono altresì strategie d’offesa in grado di sfruttare le potenzialità inespresse del nostro sistema politico, sempre più vulnerabile in quanto sempre meno legittimato alla base.

Ma cosa significa strategie d’attacco?

Retorica populista e programma estensivo

Strategia d’attacco, a mio parere significa ribaltare i paradigmi della politica tradizionale per battere il pensiero e la retorica dominante sul suo stesso terreno. Significa abbandonare definitivamente l’approccio e i cliché di una certa sinistra, che in modo assolutamente inefficace presenta al pubblico alcune sue battaglie politiche (contro il Jobs Act, contro i vouchers, etc.) come autocelebrative “resistenze” agli attacchi della maggioranza, denotandone oltretutto la posizione di subalternità e minorità dinanzi al potere schiacciante delle élite. Superare l’impasse è possibile, ma per farlo è necessario essere visti dal popolo non solo come i “difensori” passivi dei diritti o dell’Articolo 18, ma anche e soprattutto come l’opposizione attiva e pulsante che per difendere gli interessi popolari va all’attacco dei meccanismi di oppressione e deprivazione materiale, perforando gli scudi dell’establishment e facendosi portatori di un programma di richieste politiche espansive: non solo preservare i diritti acquisiti, ma chiederne ancora di più. Non solo difendere il popolo dall’aggressione del neoliberismo e delle deregolamentazioni del mercato del lavoro, ma chiedere più Welfare, più sicurezza sociale, più tutele sul lavoro e più nazionalizzazioni dei settori strategici dell’economia nazionale.

Ciò permetterebbe non solo di superare l’inefficace classificazione di “sinistra”, ma di prendere finalmente (anche nella consapevolezza degli italiani) le distanze da quel ridicolo panorama politico “a sinistra” del PD e che si è riunito qualche giorno fa al Brancaccio a Roma sotto l’egida di Bersani, Vendola e D’Alema. Insomma, per acquistare una discreta credibilità bisogna eliminare sin da principio qualsiasi ipotetica connessione con le posizioni “reazionarie” e “conservatrici” dei “gufi” “che sanno solo dire di no”, proponendosi non come forza difensiva di conservazione, ma come organizzazione offensiva di proposizione.

Patria, sovranità, democrazia: alcune riflessioni per un patriottismo democratico e progressista

Un altro punto chiave per un programma politico d’alternativa nella nostra epoca deve vertere necessariamente su tre concetti fondamentali: patria, sovranità e democrazia.

Nella fanghiglia confusa del pensiero unico europeo, i primi due termini vengono usualmente posti in antitesi con il terzo, democrazia. Ma in che misura patriottismo e sovranismo rappresenterebbero un ostacolo – o addirittura una reazione – al concetto di democrazia?

Si tratta, chiaramente, di una forzatura che trae linfa dall’ignoranza e dalla confusione terminologica post-democratica, enfatizzata oltretutto dalla retorica paneuropeista di un’UE in piena crisi e prossima al drastico collasso.

Inutile ripercorrere le origini del concetto di sovranità, principio primo del passaggio dalle autocrazie monarchiche agli albori delle prime democrazie occidentali. Il problema, in prima istanza, deriva dalla posizione di forza da cui parte la retorica ufficiale delle istituzioni europee – più o meno, almeno a livello teorico, “progressiste” –. In secondo luogo, la demonizzazione dell’avversa destra euroscettica europea ha portato a un dibattito che ha gradualmente svuotato di senso e perverso il senso originario di “sovranità”.

Il paradigma può essere ben esplicato, a mio avviso, re-interpretando in chiave populista il dilemma appena posto: è dunque vero, in fin dei conti, che l’europeismo che tenta (retoricamente o subdolamente) d’inverare il sogno di Altiero Spinelli, elimina a priori le “nefaste” derive potenziali della sovranità nazionale? È dunque realtà che in campo esistono solo due possibili opzioni, il sovranismo destrorso foriero di confini e autarchia, e il pacifico e liberale sovra-nazionalismo europeo?

La verità, oltretutto di più semplice comprensione, dovrebbe vertere maggiormente sul concetto di sovranità, insolvibile fintanto che si permane in un regime democratico, e tuttavia distribuibile. La distinzione, allora, non si pone più tra la destra reazionaria “sovranista” e il liberalismo economico sovra-nazionalista, ma tra chi vuole assegnare una quota maggioritaria di sovranità ad istituzioni sovranazionali incontrollabili e non elette democraticamente (sovra-nazionalismo europeista) e chi, per contro, ritiene intollerabile assegnare superiorità giuridica, economica e politica a un’entità indefinita come l’UE, ribadendo la propria contrarietà all’eufemismo della “cessione” di sovranità e preferendo dunque sbilanciare l’assegnazione (atta con metodo democratico-elettivo) a scapito di istituzioni elitarie e tecnocratiche a favore della autentica cittadinanza europea.

Per farla ancora più facile, potremmo dire che nell’attuale momento storico siamo giunti a un bivio. Quale strada scegliere? L’europeismo filo-establishment che difende le politiche anti-popolari della Troika o la richiesta popolare di maggiore democrazia costituzionale? Vogliamo giustificare le manovre “lacrime e sangue” imposte da Monti e dalla BCE, o vogliamo invece farci portatori di un’alternativa politica di cambiamento radicale come Podemos in Spagna o Mélenchon in Francia?

Personalmente, non avrei dubbi su che strada imboccare.

Sul piano retorico, ancora una volta, si rende necessario altresì il principio della riformulazione logica: sovranità non significa tornare indietro all’epoca pre-Europa, ma fare un passo avanti verso una maggiore democratizzazione dello spazio politico. Quale che sia la soluzione politica predisposta alla questione, sarà necessario rendere chiaro in ogni caso sarà fondamentale una sostanziale rivalorizzazione dei processi di selezione democratica di rappresentanza ed indirizzo politico.

Il miglior mediatore del processo sarebbe, a mio parere, il contenitore semiotico del patriottismo. Una narrazione alternativa e patriottica che, oltre a dotarci di un tratto realmente distintivo, permetterebbe di sprigionare energie ancora inespresse dal tessuto sociale e politico del Paese. Dal Risorgimento alla Resistenza, dalla coccarda bolognese di Zamboni all’emblema della Repubblica con stella, ulivo, quercia e ruota dentata. Simbologie e mitologie ricchissime, ottimi strumenti di sintesi programmatica (il lavoro, la pace, la democrazia) e mediazione, nonché ottimi creatori di un immaginario comune e facilmente condivisibile.

[1] Antonio Gramsci, Quaderni dal carcere, Q3, p.311

[2] Colin Crouch, Postdemocrazia, Laterza, 2009

[3] Ndr: Parlo di “partito” per semplicità. Si legga a piacimento, per correttezza, movimento, associazione, etc.

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