Prima il lavoro!

Potremmo usare tre parole per descrivere il mondo del lavoro oggi: frammentarietà; impoverimento; subalternità. Partiamo dalla prima, frammentarietà. Un ventennio di interventi governativi e legislativi sul lavoro ha portato a quella che è una nuova regolazione “deregolamentata”, dove proliferano le forme di inquadramento (contratti a chiamata, voucher, collaborazioni ecc.) a cui si sono più di recente affiancati i modelli della gig economy, come il lavoro tramite le app, del tutto fuori da qualsiasi cornice giuridica. Si spinge sul finto lavoro autonomo e si creano vulnus ai contratti collettivi nazionali di lavoro tramite quelli che vengono definiti “contratti pirata”, stipulati fra parti sociali fittizie che esistono solo sulla carta. Su questa strada, il lavoro “atipico” rischia di diventare quello “tipico” (conviene ricordarsi sempre di soppesare l’uso di questi due termini). Non solo, nello stesso luogo di lavoro i due tipi convivono in contemporanea: troviamo insieme, uno accanto all’altro nello stesso spazio e nello stesso tempo, lavoratori impiegati nelle stesse mansioni ma con inquadramenti contrattuali diversi. Infine, l’aumento dei part-time involontari, delle forme di lavoro atipiche e dei “lavoretti” creano nuove forme di “pluriattività”, come strategia di sopravvivenza da parte dei lavoratori, che frammentano ulteriormente il quadro e indeboliscono identità professionali già fluide, che perdono qualsiasi carattere distintivo andando anche a ledere possibilità di costruire una strategia di crescita materiale e morale della persona.

Fra le conseguenze della frammentazione vi è anche l’impoverimento, dovuto certo a un modello di sviluppo che vuole stare sui mercati facendo la competizione abbassando i costi del lavoro, ma anche al proliferare di forme di lavoro che tramite la frammentazione – e l’elevato tasso di disoccupazione – possono essere ancor di più malpagate o sottopagate. La mancanza di lavoro porta a inventarsi forme di impiego, anche per una questione di dignità personale, per non passare le giornate a non far nulla. Proliferano così le partite IVA, specie quelle non qualificate. Dentro a questo stesso mondo, quello dei lavoratori formalmente “autonomi”, è avvenuta una polarizzazione sulla base dei redditi da lavoro. Molte professioni sono state declassate. Il declassamento, metro utile a misurare l’impoverimento, ha colpito tutto il Paese, con l’ascensore sociale che prima si è bloccato e poi si è invertito, e le famiglie italiane che hanno perso 11 punti di potere di acquisto in questi anni di crisi.

Certo qua e là sorgono delle increspature, che dobbiamo cogliere perché utili a costruire un discorso e con esso un’azione politica. Prendiamo la sentenza della Corte costituzionale sull’illegittimità dell’indennità di licenziamento configurata dal Jobs act, che rappresenta senza dubbio un fatto positivo. Cerchiamo di prenderne spunto per un ragionamento di più ampio respiro. Un dato di tutti gli interventi sul lavoro degli ultimi 20 anni richiamati sopra è stato l’aver utilizzato l’argomento che servivano a creare occupazione per mascherare la realtà che si trattava di una deregulation, che non aveva e non ha niente a che fare con la creazione di nuovi posti ma semmai riguarda i rapporti di forza fra capitale e lavoro, modificati a scapito del lavoro, cioè della parte per definizione più debole. Uno dei danni collaterali è stata la confusione dei due piani, per cui si parla di mercato del lavoro e sviluppo dell’occupazione su temi che non riguardano questo ma i diritti e le tutele dei lavoratori. Lo diciamo sempre. E allora questa diventa l’occasione per un discorso strategico più vasto, che non si esaurisca nella sola critica al jobs act.

Per creare occupazione non servono interventi che diminuiscono i diritti e le tutele, moltiplicano le forme contrattuali atipiche ecc, come dimostrano appunto gli ultimi 20 anni, e nemmeno interventi incompleti, se non monchi, che correggono micro aspetti senza però intervenire sull’insieme, come ha fatto il decreto “dignità”. Servono semmai decise politiche di investimento statale, di ampio respiro strategico, l’adozione della job guarantee come orizzonte regolativo, una politica creditizia meno restrittiva verso le imprese e un drastico abbattimento del cuneo fiscale da raggiungere tramite una riorganizzazione del prelievo fiscale, spostandolo dal lavoro verso le rendite e le transazioni finanziarie verso l’estero. Inoltre, per ripristinare un sistema di diritto del lavoro avanzato, serve un nuovo Statuto dei diritti dei lavoratori, un disegno organico che definisca i diritti e le tutele per il XXI secolo e che tenga dentro anche le nuove figure del lavoro, come le partite iva individuali, a cui vanno estese le garanzie del lavoro dipendente. Dobbiamo cioè rompere con la retorica portata avanti fino ad oggi che ci ha incastrato in una discussione che ha avuto l’evidente obbiettivo di renderci subalterni a un discorso che di fatto è una trappola.

Questo ci porta dritti alla terza parola, subalternità, che in questo contesto va intesa nuovamente come la usava Gramsci. Ma non c’è solo un discorso politico egemonico pervasivo, la tensione permanente fra questo e la cultura subalterna che esprime al suo interno istanze di protezione che lo mettono in discussione. Non c’è solo il ricacciamento dei movimenti sociali e delle organizzazioni popolari e dei lavoratori fuori dai centri decisionali, incrinando la democrazia. Tutte le figure di cui abbiamo appena parlato condividono questo tratto in comune, l’essere subalterne a un potere datoriale o di organizzazione del lavoro o a un committente. La subalternità unisce il lavoro dipendente e quello indipendente. Inutile però cercare definizioni univoche in un mondo così frammentato, oltre a quella di subalternità. Di Vittorio ai suoi tempi chiamava questo mondo “popolo lavoratore”.  Oggi si sta riproponendo con urgenza la questione di come dare voce e rappresentanza politica a questo popolo, per il quale dobbiamo ricercare nuove forme di unità, dato che si sta già verificando quello che Gramsci aveva osservato nel suo tempo a proposito del fascismo: il malcontento dei subalterni cerca una via d’uscita dalla crisi e da questa situazione, e se non la trova finisce per cedere alle illusioni di movimenti politici che si presentano come anti-sistema ma che in realtà non lo sono, come la Lega e il M5S.

Tirando le fila, possiamo dire che il mondo del lavoro nell’ultimo trentennio e più ha subito l’attacco di una “reazione”. Ma una reazione a cosa?  All’assetto sociale delineato con la Costituzione, che aveva creato il terreno su cui si erano potuti guadagnare – non gratuitamente certo ma con l’azione politica e sociale – grandi avanzamenti nel welfare, nella diminuzione delle diseguaglianze, nella crescita dei diritti, improntati anche alla certezza del diritto del lavoro e della sua universalità. In tutto l’Occidente, si è voluto colpire quel modello, quello degli Stati “sociali”, per favorire una restaurazione di rapporti di forza dal sapore ottocentesco, dove di nuovo impera l’ideologia del lavoratore singolo in posizione di parità col datore di lavoro, capace di giocarsi la sua partita nella definizione della paga da solo e in maniera paritaria. Ma sappiamo che non è così.

La crisi iniziata nel 2008 si è abbattuta come un randello su questi mutamenti, aumentando la precarietà, percepita ed effettiva, l’impoverimento, la disoccupazione, senza che siano state messe in campo risposte efficaci. Quelle risposte in verità non le ha mai cercate nessuno, perché proprio su questi elementi si basa il nuovo paradigma economico, che si ammanta di nuovo ma odora di molto vecchio. Si è così venuto a determinare un conflitto di risorse su cui si è potuto far leva per la costruzione di conflitti orizzontali interni al mondo della subalternità, nel quale i migranti costituiscono la parte più debole ed esposta. Lo slogan “prima gli italiani” ha potuto poggiare su questo conflitto di risorse, in una società dove il lavoro, i servizi e i soldi scarseggiano, divenendo l’espressione politica e ancor più reazionaria della precedente di una psicologia da paese in fila per il pane, dove è l’egoismo sociale che diventa predominante e si esprime prima di tutto contro i più deboli, individuabili e attaccabili.

A questi fenomeni sociali e politici abbiamo bisogno di dare risposte politiche, non culturali, risposte solidali ed empatiche rispetto all’insofferenza, non sprezzanti e di condanna verso chi cerca di esprimere il proprio disagio mentre è in fila per il pane. Anche se lo fa in modi che a noi ripugnano, dobbiamo essere pronti a intercettare il malcontento, fare i conti con i suoi modi espressivi, assumerne le ragioni e proporre le soluzioni progressiste che abbiamo già delineato. Qui sta la sfida, questo è il terreno su cui si gioca la partita politica del futuro. E allora anche un nuovo antifascismo da qui deve ripartire. Che poi altro non è che un ritorno alle origini, al primissimo antifascismo, quello espresso dai ceti popolari che subivano le violenze degli squadristi. Un antifascismo sociale e politico in grado di contrapporre al “prima gli italiani” il “prima il lavoro”, quello che c’è ed è malridotto e quello che manca e che serve subito. Dobbiamo costruire l’orizzonte di un nuovo riscatto. Un riscatto che metta al centro il lavoro, lo sviluppo economico sostenibile, i servizi sociali, le pensioni ed un welfare universale che risolva i bisogni reali di chi vive in Italia, un welfare che sia lo strumento operativo per realizzare un trasferimento verso il basso delle ricchezze oggi accaparrate dalla ristretta casta oligarchica che governa l’economica e con essa il Paese, è che è il vero avversario di chi sta in fila per il pane.