Ripartire da Genova per ribaltare un modello di sviluppo fallito

“Non è il momento della polemica politica!”, questo il mantra dell’oligarchia che vuole celare il proprio fallimento dietro il cordoglio unanime che deve essere mostrato nei confronti delle vittime del disastro di Genova. Non è mai, per l’oligarchia, il momento della polemica politica. Tutto deve essere ammantato dietro una coltre di tecnicismi, o tutt’al più, quando il saccheggio delle risorse pubbliche si trasforma in tragedia, dietro un profluvio di lacrime di coccodrillo. Dobbiamo invece avere la forza di trarre dallo stupro di una intera comunità locale e nazionale un’azione politica ancora più incisiva. Sotto le macerie di Genova sta il fallimento di un intero sistema economico, le cui radici vanno riscontrate nel lungo periodo.

Nell’immediato secondo dopoguerra il crollo delle economie e delle società europee, assieme all’espansione della minaccia sovietica, bussavano alla porta della prosperità capitalistica. Allo stesso tempo, grazie alle fortuite condizioni verificatesi negli anni della guerra, le grandi multinazionali e le banche internazionali con sede sul territorio statunitense disponevano di una ricchezza tale da spingerle ad espandersi a livello mondiale con investimenti diretti all’estero. Il mercato interno non era sufficiente ad assorbire la produzione, per cui si verificava allo stesso tempo la necessità di incrementare le esportazioni; per questo c’era il bisogno che anche in Europa la situazione economica migliorasse, affinché ai tedeschi, ai francesi, agli inglesi e agli italiani fosse possibile acquistare merci made in USA. 

Ad integrare poi gli Stati Uniti nello scenario globale concorreva poi una spinta politica, dal momento che la minaccia comunista metteva in forse il dispiegarsi a livello mondiale delle potenzialità della libera impresa. C’era dunque un forte interesse a che gli alleati godessero di un successo economico sufficiente a garantire il benessere delle popolazioni e a distoglierle da propositi rivoluzionari. Questo complesso gioco di interessi rendeva necessaria una ripresa del dinamismo economico dell’area non soggetta all’espansione sovietica, in primo luogo l’Europa occidentale ed il Giappone. Queste aree iniziarono così ad avvantaggiarsi impetuosamente della protezione politica statunitense, dei capitali e delle tecnologie da lì importate, giovandosi allo stesso tempo di una manodopera a costo ribassato. Con il risultato che col passare del tempo i prodotti di quest’area del globo raggiunsero una qualità pari a quella nordamericana, con il vantaggio commerciale di poterli immettere sul mercato a prezzi inferiori. 

Per il primo ventennio successivo al conflitto sembrò di aver trovato la quadratura del cerchio: “miracolo” economico in Europa e Giappone; sbocchi per gli investimenti e le merci americane; contenimento militare e sociale della minaccia comunista. Fu tra la fine degli anni Sessanta e la metà degli anni Settanta che su questo scenario idilliaco si abbatté la tempesta perfetta. Sfruttando i vantaggi competitivi sopra descritti, i prodotti tedeschi, giapponesi, italiani ecc. si fecero troppo competitivi rispetto a quelli americani, penalizzando fortemente l’industria della metropoli. La decolonizzazione comportava una logica tendenza degli Stati del Terzo Mondo a stringere il controllo sulle materie prime colà allocate. Al tempo stesso, le conquiste in termini di salari e di welfare del movimento dei lavoratori cominciarono ad esercitare una pressione insostenibile sui profitti con conseguente scoppio dell’inflazione e crisi di investimenti.

In parole povere, l’investimento diretto della manifattura in occidente non garantiva più il profitto. Anzi. Per tutti gli anni Settanta la situazione parve aperta agli esiti più imprevedibili, finché le classi dominanti non trovarono nell’ondata neoliberista lo strumento per arginate temporaneamente la propria crisi. Al disinvestimento nella produzione seguì l’ondata di finanziarizzazione e lo scatenamento degli appetiti dei grandi gruppi finanziari sulla gestione dei servizi basici, che garantivano scarsa concorrenza, salari più bassi da corrispondere alla manodopera e di conseguenza alti profitti. Un processo trentennale, iniziato nel mondo anglosassone nel corso degli anni ’80 (si pensi allo stato disastroso in cui versano le ferrovie britanniche) e che in Italia si è completamente dispiegato tra anni ’90 e 2000. Il caso della famiglia Benetton e del suo passaggio dall’imprenditoria manifatturiera alla gestione delle autostrade è esemplificativo. Zero rischi, investimenti ben al di sotto del necessario e profitti stratosferici scaricati sulle tasche degli automobilisti, dei lavoratori e dei contribuenti. Ma dall’energia elettrica, agli acquedotti, alle ferrovie, in tutto l’occidente i cosiddetti monopoli naturali sono diventati preda di gruppi di speculatori, che ora stanno trovando nell’indotto della sanità e nelle assicurazioni pensionistiche le nuove frontiere del profitto a buon mercato alle spalle dei popoli.

Quanto disinvestimento, finanziarizzazione e conseguente balzo in avanti della sperequazione sociale abbiano contribuito alla crisi scoppiata nel 2008 è ormai assodato. La grande novità, rispetto alla risposta keynesiana che fu data allo scoppio della crisi del 1929, risiede nell’aver tentato di porre rimedio alla crisi stessa rafforzando, anziché blandendo, le misure neoliberali. Il capolavoro dei gruppi dominanti è consistito nell’aver trasformato una crisi finanziaria dei grandi gruppi speculativi privati in una crisi del debito pubblico, con conseguenti nuove privatizzazioni negli ambiti dei servizi e delle assicurazioni sociali.

Si tratta di un fenomeno tutt’altro che naturale, rispondente com’è a precisi interessi economici e ad altrettanto precise opzioni politiche. Gli Stati hanno avuto un ruolo decisivo nell’impiantazione del modello neoliberale. Dalla Grecia all’Italia alla Spagna, per rientrare dal debito si è imposta una massiccia dose di privatizzazioni e di tagli ai servizi sociali, così peggiorando le condizioni di vita delle popolazioni e migliorando i conti in tasca dei gruppi più responsabili della crisi. Una opzione di natura contraria deve esser dunque messa sul tavolo, un’opzione che porti ad una nuova gestione pubblica dei servizi essenziali finalizzata alla sicurezza dei cittadini, alla migliore efficienza dei servizi e ad un rilancio delle nostre economie nell’interesse delle grandi maggioranze sociali e non di pochi gruppi oligarchici.