Se lo Stato fa cassa con il concorsone

Tra lunedì 14 e venerdì 18 gennaio circa 30.000 persone si ritroveranno a Roma per le prove preselettive del concorso del Ministero degli Esteri e della Cooperazione Internazionale, per l’assunzione di 177 funzionari amministrativi e di 44 funzionari della promozione culturale. Per quest’ultimo ambito, per la prima volta dopo tanti anni, circa 15,000 laureati e dottori di ricerca provenienti dall’ambito umanistico hanno intravisto, nonostante la scarsità dei posti messi a bando, la possibilità di un impiego stabile, conforme al loro percorso di studi. I candidati a questa sezione del concorso, di cui oltre il 70% donne, sono per la maggior parte persone tra i 25 e i 45 anni, con un’altissima preparazione, con un una conoscenza di almeno due lingue straniere, molti dei quali residenti all’estero: proprio quella parte d’italiani che rientra nelle statistiche sui giovani altamente formati e specializzati emigrati o disoccupati. 

Oltre alla complessità delle prove e dell’ampiezza del programma di studi (che comprende Logica, Logica verbale, Storia contemporanea, Storia della letteratura italiana, Storia dell’arte, Storia della musica, Storia del cinema, Storia della moda, Storia del design e dell’architettura, Contabilità pubblica e gestione delle imprese, Diritto amministrativo, Lingua inglese), i candidati non avevano ancora fatto i conti con una serie di ostacoli e imprevisti che rendono il concorso una versione aggiornata del vecchio giochi senza frontiere. Ci si potrebbe chiedere, ad esempio, cosa abbiano a che fare con la promozione culturale i 500 quesiti presenti nella banca dati del quiz preselettivo riguardanti il calcolo combinatorio e delle probabilità che, per chi proviene da studi umanistici, non è propriamente all’ordine del giorno. Ma tralasciando ciò che è comunque possibile apprendere, pur se non previsto nel programma di concorso, altri ostacoli si frappongono nella lotta sociale alla conquista di un posto di lavoro nella funzione pubblica. Primo fra tutti, le numerose domande mal formulate o grammaticalmente scorrette, quelle per le quali non compare alcuna risposta corretta o non oggettive, ma con un criterio di soggettività tale per cui risulta impossibile reperire una risposta esatta. 

Solo per fare alcuni esempi, è sbagliata la data d’uscita del film Ossessione, firmato dal regista Luchino Visconti. Non il 1942, come imporrebbe una delle risposte più vicina alla soluzione, ma il 1943. O ancora la domanda riguardante Valerio Adami, indicato come artista che «presenta la sua pittura negli anni Trenta». Adami, nato nel 1935, è improbabile che possa aver prodotto qualcosa negli anni Trenta; così come il quesito su quale sia l’opera di Giulio Paolini datata 1940, il quale Paolini, però, è nato nel 1940. Degno di nota anche il cambio d’identità su Giuseppe Bertolucci: nelle possibili risposte è indicato come il produttore del film Sconcerto Rock. In realtà, il produttore della pellicola è il fratello Bernardo. Si potrebbe procedere a lungo nella lista dei quesiti contestabili e oggettivamente errati e che i membri dei vari gruppi Facebook hanno raccolto e sottoposto al MAECI senza ottenere alcuna risposta né chiarimento. Preferiamo qui limitarci nell’elenco e non infierire sugli sventurati funzionari incaricati della preparazione dei quiz. 

Tuttavia, anche questi ostacoli non costituirebbero un problema insormontabile se, oltre alla banca dati contenente i quiz, fosse stata resa pubblica, come ordinariamente avviene per i concorsi, anche la banca dati delle risposte esatte. In tal modo ogni candidato avrebbe potuto prepararsi verificando la correttezza delle proprie risposte. Ciò però non è avvenuto, generando un ostacolo oggettivo e inficiando la correttezza stessa della prova preselettiva. Ma anche ciò non avrebbe costituito un grave problema se il Ministero, per il tramite del Formez che organizza, coordina e gestisce l’iter concorsuale, avesse messo a disposizione degli iscritti al concorso del materiale didattico (magari online e in open source) su cui studiare e prepararsi. Al contrario, come ormai è prassi per ogni concorso nel pubblico impiego, si lascia che pullulino spacciatori di manuali male assortiti e superficiali sulle materie di concorso, pubblicati dalle più svariate case editrici. Per di più, l’iscrizione al concorso prevedeva una quota di 15 euro, che moltiplicati per il numero degli iscritti ammonta ad un incasso approssimativo per lo Stato di circa 230mila euro (che salgono a circa 450mila se si considerano entrambi gli ambiti concorsuali). 

Tante sono le domande che sorgono spontanee sulle modalità concorsuali, ma su alcune, forse meno evidenti, occorrerebbe riflettere e dare più urgentemente risposta: 

1) Perché far pagare i propri cittadini per l’iscrizione a un concorso pubblico?

2) Perché affidare l’organizzazione di questo, così come di tutti i concorsi pubblici, a un ente di diritto privato, pur se legato al Ministero della Pubblica Amministrazione e alla Presidenza del Consiglio, qual è il Formez (in origine “Centro di formazione e studi per il Mezzogiorno”), anziché ai ministeri competenti? 

3) Perché applicare delle modalità concorsuali fondate sulla memorizzazione e sulla ripetizione, anziché sul ragionamento e sul senso critico dei candidati?

4) Perché non eliminare o riformulare il sistema delle prove preselettive, funzionali esclusivamente ad escludere la gran parte dei candidati e non a valutare la reale capacità e la corrispondenza dei candidati per quella particolare funzione pubblica? 

5) Perché non applicare un principio di trasparenza e di uniformità nelle procedure concorsuali del pubblico impiego?

Verrebbe il dubbio che anziché mirare all’assunzione di persone altamente qualificate e capaci di promuovere la cultura italiana all’estero, questo concorso sia stato l’ennesimo strumento da parte dello Stato per far cassa, attraverso la disoccupazione, sulla pelle dei propri cittadini e delle loro aspirazioni professionali e di vita. Da quel “fondata sul lavoro” che apre il primo articolo della Costituzione, questa Repubblica sembra sempre più, per tanti giovani, fondata sul ricatto della mancanza di lavoro.