Tre condizioni per un nuovo governo

Nel novembre del 1918 la guerra per i tedeschi era già persa. Fu il crollo dell’Impero. Le forze conservatrici ripiegarono, l’onta della firma dell’armistizio fu lasciata al governo socialdemocratico appena entrato in carica. Dal punto di vista retorico quelle stesse forze che avevano condotto il Paese sull’orlo del baratro ordirono un’insistente propaganda imperniata sul “tradimento socialista”, un discorso avvelenato che ebbe un peso fondamentale nella delegittimazione della successiva Repubblica di Weimar e che costituì la base retorica della reazione nazista. Un po’ come da noi il discorso sulla “vittoria mutilata”, che accompagnò l’ascesa al potere di Mussolini.

Oggi suonano esagerati gli allarmi sul nuovo fascismo, né ci sono armistizi da firmare, ma nella spericolata crisi agostana innescata da Salvini si annida il rischio della raccolta di un frutto avvelenato. Certo, se si tornasse subito al voto Salvini avrebbe la strada spianata verso un governo egemonizzato in lungo e in largo dalla Lega. Ma pure la nascita di un governo parlamentare potrebbe essere a sua volta funzionale alla propaganda leghista, dovendo far fronte ad alcune mine già innescate come la clausola di salvaguardia che condurrebbe all’aumento dell’IVA, e reggendosi su una maggioranza composta da forze fino a ieri contrapposte. Una trappola bella e buona, come quella tesa dai conservatori alla socialdemocrazia nella Germania di cento anni fa. Tuttavia un nascente governo “istituzionale” potrebbe limitare, anziché rafforzare, l’egemonia salviniana, lungo tre direttrici, e a patto di alcune precise condizioni:

1) da un punto di vista politico immediato, potrebbe mettere fine al mito dell’infallibilità salviniana. Si tratta di piccoli segnali intangibili, ma nell’ultimo anno Salvini ha indovinato ogni mossa; ora ha fatto cadere il governo per andare ad elezioni subito (almeno così dice), e se ad elezioni immediate non non si dovesse andare, per la prima volta dimostrerebbe di aver sbagliato i conti. Un fattore meramente simbolico, ma non privo di valore per chi sulla proiezione di simboli vincenti gioca tutte le sue carte (stante la ben poco miracolosa prova offerta dalla compagina governativa uscente);

2) da un punto di vista istituzionale, dimostrerebbe che il Parlamento non è alle esclusive dipendenze dei capricci di un solo leader, per quanto in ascesa. Dovrebbero però al contempo essere prese una serie di misure conseguenti per ri-parlamentarizzare la nostra democrazia: prime tra tutte il varo di una legge elettorale decorosa, la rinuncia della nuova maggioranza a governare per decreto, e la formazione di questa nuova maggioranza alla luce del sole e non sfruttando transfughi desiderosi di rimanere aggrappati ai privilegi parlamentari; quanto questa spinta parlamentarista e proporzionalista possa avere effetto sul PD, partito dello “spirito maggioritario”, è difficile dirlo, e le prime mosse di Zingaretti paiono più che altro rivolte al consolidamento di una rendita da opposizione in un’ottica nuovamente bipolare;

3) da un punto di vista politico di più lungo periodo, dovrebbe dimostrare che si possono fare, con maggioranze alternative, politiche alternative a quelle perseguite negli ultimi lustri. E qui le cose si fanno ancor più problematiche, se è vero che uno degli eventuali contraenti, il PD, ha governato negli ultimi 20 anni in nome della sacralità del vincolo esterno neoliberale, e soprattutto in nome della sacralità del vincolo esterno ha condotto la sua opposizione nell’ultimo anno. 

Anche nel caso del varo di un limitato governo di scopo, rivolto al semplice disinnesco delle clausole che condurrebbero all’aumento dell’IVA, dovrebbe essere marcata questa discontinuità programmatica, poiché anche questa operazione minima comporterebbe una scelta politica: tagliare ulteriore spesa sociale? Accennare un riordino in senso progressivo della nostra fiscalità? Agire in deficit? Ognuna di queste opzioni sarebbe gravida di conseguenze.

Se un nuovo governo si apprestasse ad approvare una o due finanziarie “lacrime e sangue” che “ci chiede l’Europa”, rafforzando nel senso comune il TINA, allora sì che si farebbe il famoso “gioco di Salvini”. I partiti e la loro credibilità verrebbero definitivamente delegittimati e si aprirebbero spazi per ogni tipo di avventura. Abbiamo già baciato diversi rospi, alla fine correremmo il rischio di diventare tutti dei piccoli ranocchi. 

Da “il manifesto”, 13. 8. 2019