Un Green New Deal per sfuggire alla trappola della sostenibilità neoliberale

La manifestazione di venerdì scorso ha riportato la crisi ecologica al centro del dibattito pubblico, e questa, al netto delle polemiche spicciole sulla giovane Greta, è senza dubbio un’ottima notizia. Del resto non è la prima volta che figure simili vengono elette a simbolo di una causa più grande (ricordiamo Severn Cullis, che allora dodicenne partecipò al Summit di Rio del ’92), ed è evidente che un’iniziativa di questa portata non possa essere semplicemente il frutto di una ragazzina intraprendente. Una constatazione ovvia che però non intacca le potenzialità politiche della mobilitazione, così come la nobiltà e l’urgenza del suo fine. Molto più di “chi c’è dietro?”, quello che bisognerebbe chiedersi una volta risvegliata l’esigenza di una lotta efficace contro gli squilibri ambientali, è come dare una risposta a queste istanze in una prospettiva concreta e realizzabile.

Non ci accorgiamo certo nel 2019 che i cambiamenti climatici, così come le altre criticità legate all’impatto umano sull’ecosistema, rappresentano una minaccia enorme per il benessere nostro e delle generazioni future. La questione ambientale ha radici lontane, e dai primi movimenti degli anni ’60 a oggi è riuscita a ritagliarsi uno spazio di egemonia sia fra le persone, sia negli apparati istituzionali del mondo occidentale, in particolare in Europa. Dai numerosi programmi delle Nazioni Unite – che iniziarono nel ’72 con la Conferenza di Stoccolma – passando per le agenzie dell’Unione europea, la ricerca scientifica, i gruppi intergovernativi, le commissioni, i panel di esperti, gli accordi internazionali, fino ad arrivare alle strutture dirigenziali delle aziende multinazionali e addirittura, più di recente, delle grandi società di investimento, non c’è ambito istituzionale di alto livello che non si occupi di sviluppo sostenibile, ossia di creare un modello economico «che soddisfi i bisogni del presente senza compromettere la possibilità delle generazioni future di soddisfare i propri», per citare la commissione Onu che elaborò il concetto nell’87. È doveroso allora chiedersi come mai, nonostante quasi mezzo secolo di impegno delle istituzioni internazionali – alla conferenza di Stoccolma ne seguirono innumerevoli altre, di cui ben 24, negli ultimi 25 anni, dedicate ai cambiamenti climatici –, la situazione rimanga fuori controllo e continui a peggiorare.

La ragione principale è che gli sforzi messi in campo per rispondere a quest’esigenza comune, avvertita in maniera trasversale dalla maggior parte della popolazione, si sono concentrati sull’istituzionalizzare le istanze di cambiamento in modo da renderle conformi, se non addirittura funzionali, all’ordine economico neoliberale. L’ambientalismo è stato declinato, con una logica gattopardesca, in accordo con l’ideologia dominante di una società composta dalla somma degli individui e costruita per il mercato. Il sistema capitalistico è riuscito a contenere al proprio interno la contraddizione ambientale, trasformando una possibile minaccia in uno stimolo per la sua crescita, o almeno per la sua sopravvivenza. All’interno di un modello economico in cui le istituzioni pubbliche servono soltanto a legittimare i mercati e a garantirne il funzionamento, si è affidato alla libertà delle imprese e alle preferenze dei consumatori il delicato compito di salvare il pianeta. Abbiamo assistito negli ultimi anni a una pressione commerciale crescente sulla sostenibilità ambientale, gli scaffali dei supermercati si sono colorati di verde e la comunicazione delle aziende di successo non manca mai di ribadire il suo rispetto per l’ambiente, per le comunità e per i diritti umani. La sproporzione fra quanto comunicato e i benefici realmente ottenuti (quella che un economista definirebbe “asimmetria informativa”) è tanto vasta da risultare ridicola. Lo sviluppo sostenibile è stato largamente usato come arma retorica per dare un volto buono al capitalismo, facendo sì che tutto diventi sostenibile in modo che nulla sia più contestabile. Questa strategia ha contribuito a governare il malcontento, veicolandolo in prospettive riformiste che non mettono in discussione il modello liberista. Si è riusciti a depoliticizzare il conflitto sulle risorse ambientali, per sua natura comune, e quindi politico, declinando la responsabilità su base individuale e relegando la soluzione all’interno del mercato: “compra l’insalata bio, vai a mangiare da Farinetti, viaggia con la Toyota ibrida e investi in un fondo green”. Ognuno può e dovrebbe fare la sua parte, in quanto consumatore, a patto di non mettere in discussione il sistema normativo che regola l’economia, considerato, per dogma di fede, immutabile ed eterno. Questo meccanismo di “voto col portafoglio”, come lo chiama l’economista Leonardo Becchetti, presuppone che per salvare l’ambiente si debba disporre di un portafoglio sufficientemente cospicuo, oltre alle possibilità di accesso a mercati e infrastrutture. È una strategia che non soltanto fallisce nel perseguire lo scopo dichiarato, ma rischia di capovolgere il conflitto – come è avvenuto in Francia – proponendo una divisione fra il popolo sporco, che si muove a gasolio senza curarsi della malnutrizione degli orsi polari, e un’élite illuminata che vive nei grandi centri girando in Tesla e mangiando biologico (poco importa se con un solo volo fra Milano e New York si emette più Co2 di quanto una Panda possa fare in sei mesi). Da una simile narrazione prendono spunto i numerosi complottismi, moltiplicatisi negli ultimi giorni, che vedono nei cambiamenti climatici una farsa orchestrata ai danni del popolo. «Ovviamente non è l’auto in quanto tale […] che i gilet gialli oggi difendono – ricordava Micheà. È semplicemente che la loro auto diesel usata di seconda mano […] rappresenta la loro ultima possibilità di sopravvivenza, vale a dire di avere una casa, un lavoro e di che sfamare se stessi e le loro famiglie nel sistema capitalista di oggi, che avvantaggia sempre di più i vincitori della globalizzazione».

Per allontanare il rischio di un ribaltamento delle posizioni occorre ribadire – come ha fatto anche Greta Thunberg – che il problema ecologico non è soltanto una questione inter-generazionale, ma provoca e acuisce diseguaglianze sia a livello di classe sia a livello geografico, qui e ora. Questo sostanzialmente per due ragioni: la prima è che le risorse pubbliche e comuni (come l’aria pulita) vengono consumate da chi le utilizza per farne profitti senza pagare alcun prezzo. Il costo ambientale è a carico della collettività, mentre il profitto rimane privato (quella che in economia si chiama “esternalità negativa”). La seconda è che il mercato fornisce, solo a chi può permetterseli, dei sostituti privati che permettono di migliorare la propria condizione in un contesto comune sempre meno vivibile (non potrai comprare aria pura ma puoi comprare una villa in collina, cibo sano e vacanze ai tropici. In economia, “beni difensivi”). Il dissesto ambientale in sé non rappresenta quindi alcun problema, almeno nel medio periodo, per l’attuale sistema economico. Il capitalismo riesce anzi a trarre un beneficio diretto dalla creazione di nuovi mercati che fungono da surrogato a beni pubblici e comuni, un tempo accessibili e fruibili da tutti. I bisogni collettivi vengono declinati in termini di responsabilità e problemi individuali a cui il mercato riesce sempre a fornire una soluzione, anche morale, per chi è in grado di comprarsela.

Quale risposta realistica proporre quindi a Greta e alle migliaia di persone scese in piazza venerdì, consapevoli che le misure adottate finora non sono servite a risolvere il problema? Rimarcare le diseguaglianze e ri-politicizzare il conflitto è il primo passo per articolare una soluzione. Il secondo, ancora più importante, è spiegare che il mercato non può evitare di produrre risultati socialmente catastrofici sull’ambiente senza essere sottoposto a una regolamentazione rigida, che permetta di contrastare i suoi effetti esterni e che in alcuni casi lo escluda dall’allocazione di determinate risorse e dal funzionamento di specifici settori economici. Solo tramite un sistema normativo adeguato, e uno Stato in grado di intervenire nell’economia, è possibile realizzare una transizione rapida verso un modello energetico rinnovabile e una radicale trasformazione del sistema produttivo, che riduca la quantità di risorse utilizzate e di rifiuti prodotti. Trasformazioni che richiedono senz’altro un cambiamento culturale nei modelli di consumo, che non è tuttavia ipotizzabile prescindendo da una ristrutturazione, a livello politico, del sistema istituzionale e normativo (sarebbe come voler combattere la violenza rifiutandosi di istituire una legge che condanni l’omicidio). Questa regolamentazione sociale dell’economia di mercato, principio cardine della Costituzione repubblicana e della socialdemocrazia in generale, non può che derivare da un’istituzione democratica sufficientemente forte da ristabilire il primato della Politica. Sta qui – e non nei limiti tecnici o fisici di una riconversione ecologica – l’ostacolo principale al raggiungimento dell’obiettivo. Se è vero che gli squilibri ambientali non hanno confini, e richiedono soluzioni globali, è altrettanto vero che l’umanità non è ancora riuscita a produrre spazi di decisione democratica che vadano oltre la dimensione nazionale, e che gli spazi sovranazionali a oggi esistenti, ed egemoni, sono i principali promotori di una governance anti-democratica della società. Gli Stati, qualora dotati dei poteri necessari per decidere democraticamente sulle questioni economiche (condizione inesistente all’interno dei trattati europei), sono l’unico strumento a disposizione per trasformare queste istanze in azione normativa. Realisticamente, va però tenuto conto del fatto che riprogettare un’economia sostenibile a livello nazionale in un sistema economico integrato a livello globale, significa ridisegnare gli equilibri commerciali e geopolitici (banalmente, regolare il commercio estero secondo gli stessi standard ambientali adottati all’interno), e presuppone un’influenza strategica sufficientemente forte. Sovranità economica e influenza geopolitica sono le due condizioni necessarie, anche se non sufficienti, che possiede il Paese da dove arriva la proposta più concreta messa in campo finora: il Green New Deal di Alexandra Ocasio-Cortez. In Europa, nel frattempo, la consapevolezza sul problema ecologico mossa dal “venerdì per il futuro” rappresenta un’occasione preziosa per aggregare consenso politico attorno a soluzioni radicali, le uniche possibili, in grado di promuovere un’alternativa sociale, democratica e internazionale all’attuale modello dell’Unione europea.