Verso l’assemblea nazionale di Senso Comune. Le forze in campo e i compiti nostri

In un solo fine settimana, è arrivata l’ufficialità della morte di LeU e dello sfilamento di Rifondazione da PaP  – se questo ne decreti la morte o meno da un punto di vista di tenuta del nome e del simbolo non lo so, ma di certo l’esperienza ne esce fuori tragicamente menomata dopo tutta la sequela di polemiche da avanspettacolo andate avanti per settimane.

Cosa ci aspetta? Il ciclo della sinistra italiana prevede ora un nuovo miscuglio delle carte in vista del prossimo appuntamento elettorale, cioè quello europeo di giugno 2019. Pezzetti che si muovono a destra, altri a sinistra. Il copione è conosciuto: accorati appelli, lettere aperte, “volemose bene”, la disperazione per l’incombere delle elezioni, più qualche soggetto emergente che cerca di affrancarsi dalla marginalità cercando la scorciatoia. Nella fattispecie, vediamo che succede.

Verosimilmente il pezzo più di destra di MDP (Speranza, Bersani, Rossi) tornerà a casina, cioè nel PD, e ciò avverrà con maggior facilità se Zingaretti vincerà le primarie. Altrimenti potrebbe continuare a fluttuare suo malgrado a sinistra del PD, finché i mea culpa non saranno stati sufficienti a farlo rientrare nei ranghi. Su questo settore c’è poco da dire: per questi personaggi, è sufficiente ripetere qualche volta “sinistra” nei propri discorsi e ribadire con piglio fariseo un’ormai sbiadita genealogia ideologica. Ma di mettere davvero in discussione le politiche di precarizzazione del lavoro, di privatizzazione dei gioielli di Stato, di subordinazione dell’Italia a logiche economiche anti-popolari non se ne parla. La realtà è che a star loro sulle palle non erano queste politiche, ma solo ed esclusivamente Renzi che gli aveva sottratto il giochino. Il loro ritorno nel PD è in questo senso un elemento di chiarezza.

Poi c’è il territorio “di mezzo”, destinato all’ennesimo “soggetto unitario” in nome della sacra unità della sinistra: Sinistra Italiana, Rifondazione, Possibile, DiEM 25, vari ed eventuali. A coronare questo colorato drappello di forze, Luigi De Magistris. Questi sembrava voler tenere a bada le cariatidi (vecchie o giovani che siano) che popolano pericolosamente questo mondo. Sembrava poter essere il leader di un eventuale populismo di sinistra. Sembrava promettere bene. Ma non è riuscito a tenere a debita distanza la vecchia sinistra e difetta di un’analisi e una comprensione adeguate del tempo che viviamo, così come di un carisma spendibile oltre Aversa a nord e Torre Annunziata a sud. Lo dico senza ironia.

Ma la vera fonte di disperazione risiede nell’ennesimo accrocco. La critica che come Senso Comune muovemmo alla sinistra all’inizio del nostro viaggio rimane intatta: non si fa politica mettendo insieme dirigenze politiche ormai malandate, bensì rivolgendosi alle maggioranza sociali. Non si fa politica con l’antifascismo militante, con un generico anti-liberismo, con una posizione confusa sull’Europa (su cui ormai non si possono più balbettare parole velleitarie, incapaci di collegarsi a un dibattito che è diventato centrale nel paese), convocando il solito recinto militante e credendosi moralmente superiori al resto della società a cui pur si finisce per chiedere il voto (ebbene sì, funziona ancora così!). Non si fa politica sommando un coro stonato nella piena consapevolezza che ci si tornerà a dividere il giorno dopo.

Infine, più a sinistra, il gruppo exOPG dovrà decidere se sommarsi a questi richiami o rimanere fuori dalla contesa elettorale. Data la visibilità che hanno ottenuto potrebbero chiedere contropartite importanti a De Magistris & co. ed è difficile anticipare il risultato di tali negoziazioni. In caso di picche, sono disposto a credere che rimarranno fuori dai giochi elettorali, per scelta propria. La scena certo poco edificante di Viola Carofalo che festeggia nottetempo un risultato elettorale tutt’altro che esaltante in diretta TV non è solo sintomo di una scarsa serietà istituzionale, ma anche di una certa estraneità di fondo – ricercata, voluta, rivendicata – rispetto alle logiche elettorali. L’obiettivo dichiarato di PaP infatti è sempre stato quello di egemonizzare il campo (esiguo, a dire il vero) delle lotte e se il loro impegno andasse valutato esclusivamente in questi termini bisogna ammettere che qualche successo importante l’hanno ottenuto. Il resto, per loro, è un di più. Naturalmente questa è una prospettiva altamente insoddisfacente per chi non lesinerebbe in conflitto sociale, ma si rende conto che in questa fase l’antagonismo prende più verosimilmente forma attraverso la contesa elettorale. Senza dimenticare che, per cambiare le cose, il controllo dello Stato non può essere relegato ad elemento secondario.

Cosa farà Senso Comune? A breve un’assemblea lo sancirà ufficialmente, ma l’impressione è che ci sia bisogno di più tempo per organizzare un’opzione elettorale decente. Vanno gettate le basi per creare un partito (sì, un partito: viva Paolo Gerbaudo che lo dice chiaramente!) che si muova in modo coerente e non il solito affastellamento di mille sensibilità inconcludenti sul piano politico. Un partito che possa pronunciare parole chiare sull’Europa, sui salari, sulla mancanza di lavoro, sull’ecologia, sull’uguaglianza tra i sessi, in una visione globale di cambiamento della società: un cambiamento fatto di rotture parziali, realistiche, e non di utopie fantastiche. Un partito con salde radici nazionali e capace di pensare in termini genuinamente internazionalisti. Un partito di sinistra che non deve a tutti i costi ribadire di esserlo, perché sinistra si fa non si è. Un partito populista che possa far tornare a votare con emozione. Questo è il nostro orizzonte e non è né breve, né facile, ma sicuramente molto ambizioso: chi è interessato ne è il benvenuto.