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Fronte del virus. Intervista a Simone Famularo (I)

Intervistato dalla redazione di Senso Comune, il dottor Simone Famularo ci racconta i retroscena della lotta contro il corona virus che conduce quotidianamente nel suo ospedale: “bene le misure per affrontare l’emergenza, ma basta tagli alla Sanità e scienziati chiusi nelle torri d’avorio”. 

Abbiamo incontrato Simone Famularo, medico chirurgo a Milano. Simone, trentuno anni e una specializzazione al termine, lavora in un ospedale di Milano, da settimane in prima linea nel fronteggiare l’emergenza sanitaria in corso. Tra un turno e l’altro, Simone ci accoglie e ci racconta, con pacatezza e la lucidità, del suo lavoro, della vita nei reparti ai tempi del coronavirus, della battaglia che quotidianamente conduce, assieme a infermieri e altri colleghi, contro il virus, con tenacia e senza perdersi d’animo. Siamo partiti parlando della situazione nel suo ospedale, andando poi a toccare tutti gli aspetti più significativi di questa emergenza: dalla crisi sanitaria in Lombardia alla situazione del Sistema sanitario pubblico, dalle misure di contenimento adottate in Italia al confronto con quelle degli altri Paesi, fino a sviscerare il rapporto tra scienza, società, politica e capitalismo.

Simone, com’è la situazione nel tuo ospedale?

Milano è stata investita in maniera importante dall’infezione da coronavirus, non tanto come Bergamo o Brescia, anche se purtroppo stanno cominciando a salire i numeri anche qui. Quindi, purtroppo, trovare a Milano degli ospedali che non abbiano tra i ricoverati dei pazienti Covid-19 è una delle sfide che la Regione deve affrontare, perché gli ospedali puliti sono necessari per garantire la continuità assistenziale di tutte quelle malattie che, emergenza coronavirus o meno, continuano a sussistere. Ciò detto il mio ospedale è molto investito dall’infezione.

E tu nella fattispecie sei impegnato in prima linea o ti è capitato di intervenire nell’emergenza, facendo fronte ai bisogni dei malati di coronavirus?

In una primissima fase, quando ancora non si era capita la portata di questo fenomeno, noi chirurghi non siamo stati direttamente coinvolti. Il personale specialistico, costituito da anestesisti, rianimatori, pneumologi e infettivologi, era sufficiente a fronteggiare il fenomeno; di conseguenza, paradossalmente, la nostra attività si era anche ridotta per far spazio a risorse e spazi per i malati di Covid19. Al momento attuale che i numeri sono saliti esponenzialmente, tutti quanti noi stiamo venendo reclutati su questo genere di attività. Io stesso, stanotte, sarò di turno al pronto soccorso nell’area Covid19.

Sono stati istituiti dei protocolli ad hoc per far fronte all’emergenza Covid19 o c’è stato un cambiamento organizzativo?

È cambiato tutto. Credo che nessuno fosse preparato all’emergenza che stiamo vivendo questi giorni. Sicuramente non lo ero io, come non lo erano neanche i miei colleghi. Devo dire che la direzione dell’ospedale ha saputo reagire in maniera piuttosto energica, riuscendo a cambiare completamente l’assetto del nostro ospedale attraverso la riorganizzazione degli spazi per ospitare i pazienti Covid19: si tratta, ci tengo a precisare, non di aggiungere qualche posto letto, ma di disporre di spazi sicuri con tecnologie di rimozione dell’aria e di attivare percorsi di sicurezza che consentano di separare le aree dei reparti. Non passa giorno senza che un reparto ordinario non venga convertito in un reparto Covid19.

Quest’emergenza ha richiesto dunque una ridefinizione dal punto di vista organizzativo. I processi comunicativi – tra direzione ed esecuzione, tra reparti, nelle linee di comando – hanno subito lo stesso processo di riorganizzazione?

Per fortuna la direzione sanitaria ha adottato una linea di estrema trasparenza, di pronta e precisa comunicazione dei cambiamenti e delle necessità. Noi non facciamo altro che ripetere che questa è una sfida che si può vincere solo tutti assieme, non c’è bisogno solo di persone abili a decidere o che prendano la decisione giusta nel minor tempo possibile, perché serve poi la capacità di rispettarle e di metterle in atto. Su questo la comunicazione adottata è stata fondamentale; è un elemento essenziale della nostra quotidianità: il direttore sanitario invia tutte le sere un bollettino dopo quello della Regione Lombardia attraverso il quale si comunicano i bilanci interni il nostro ospedale. C’è una buona gestione, direi cooperativa e responsabile, di quello che stiamo facendo e c’è una buona gestione della comunicazione a tutti i livelli che coinvolge medici, infermieri, personale sanitario fino agli addetti alle pulizie, il personale degli uffici e dei front office.

Ritieni che si sia prontamente reagito all’emergenza, adottando tutte le norme di prevenzione e profilassi? Ti senti sicuro?

Le protezioni che abbiamo sono quelle previste dai protocolli sanitari. Purtroppo, le protezioni che adottiamo sono un compromesso tra ciò che abbiamo a disposizione e ciò che invece servirebbe effettivamente. Anche se ora sembra più evidente, questo è un problema antico del sistema sanitario italiano: non è la prima volta infatti che ci troviamo a fare delle cose senza avere gli strumenti adatti per poterli fare. Fortunatamente, c’è anche tanta esperienza e tanto coraggio tra gli operatori sanitari.

Nelle ultime settimane ci sono stati cambiamenti per quanto riguarda i protocolli di sicurezza? Si è dotato il personale sanitario degli strumenti di sicurezza necessari per affrontare l’emergenza?

Assolutamente sì. All’inizio di questa avventura – detta così, sembra che si tratta di tanti mesi fa, invece si tratta di settimane – il nostro ospedale, tranne in determinate condizioni, disincentivava l’uso di mascherine, ma non per volontà dell’ospedale stesso, quanto perché così prevedevano le linee guida nazionali e dell’Oms le quali, nel corso delle ultime settimane, sono variate repentinamente.  Noi abbiamo cercato di adeguarci tempestivamente alla situazione mutata: tutto il personale del mio ospedale ha ora a disposizione il materiale necessario per proteggersi, anche se purtroppo comincia a scarseggiare.

Ci sono stati dei momenti in cui il panico e lo sconforto hanno preso il sopravvento, soprattutto in relazione al timore di non riuscire a sostenere la domanda di cura da parte degli ammalati che necessitano un ricovero ospedaliero? Non avete timore di andare incontro al rischio di un “collasso”?

A dire la sincera verità no. Il merito, certamente, è della lucidità di chi organizza quotidianamente tutto nei dettagli, garantendo la continuità del servizio e delle prestazioni. Far fronte lucidamente all’emergenza oggi, per assicurare un domani. Questo, a mio avviso, è quanto sta accedendo in tutta quanta la Lombardia, perché il problema non è se un singolo ospedale non ce la fa, ma se la rete regionale tiene. C’è un’ottima rete lombarda attualmente in piedi, guidata dalla Regione che si sta comportando – tocca riconoscerlo – con estrema perizia, individuando degli spazi aggiuntivi e facendo degli sforzi incredibili per aprire dei nuovi posti letto dedicati. Se davvero è una guerra quella che stiamo combattendo direi che, non solo ci stiamo armando, ma stiamo resistendo con estremo coraggio e anche con discreti risultati, anche se la fine sembra lontana. I caduti sono già tanti…tanti miei colleghi si sono già ammalati e sono a casa con la polmonite o ricoverati in ospedale.

Ad eccezione del sistema lombardo, pensi che altrove si sarebbero raggiunti i medesimi risultati oppure la battaglia contro questo virus sarebbe stata più sofferta se si fossero avuti i numeri dei contagi della Lombardia?

Innanzitutto, va riconosciuto indubbiamente il merito del lavoro dei tanti medici, infermieri e operatori sanitari che in tutta Italia in qualunque Regione stanno salvando vite umane; è ovvio però che dappertutto si soffre la mancanza di fondi pubblici, una questione cronica del sistema sanitario italiano che in alcune Regioni è sicuramente molto più grave e ha comportato ingenti danni alla rete ospedaliera, quindi alle stesse possibilità di cura. La Lombardia vanta una tradizione molto importante di buona organizzazione, anche se il sistema lombardo non è il migliore d’Italia, ma ha il pregio di aver dispiegato un sistema organizzativo molto efficace. Purtroppo, la carenza cronica di risorse, anche la disorganizzazione che spesso le dirigenze hanno mostrato in altre regioni d’Italia fanno temere che vincere la battaglia in Lombardia è di capitale importanza, perché se davvero arrivasse la cosiddetta onda anche in altre regioni non è detto che il prezzo che pagheremo in vite umane sarà contenuto.

C’è una ragione per cui in Lombardia c’è stata una manifestazione tanto aggressiva del virus? Un’aggressività come mai si era vista non solo in Europa, ma neanche in Cina, con un tasso di mortalità molto più elevato dell’Hubei ad esempio.

Il tasso di mortalità, in realtà, dipende soltanto da cosa ci si mette al denominatore. Noi praticamente non facciamo più tamponi se non quando ci si presenta una sintomatologia grave. La scelta di ridurre il numero di tamponi inevitabilmente riduce il denominatore, quindi fa crescere le percentuali che vanno prese per quel che sono: un rapporto tra due numeri. Ci sono una serie di variabili che intervengono a condizionare questo rapporto: fattori anagrafici indubbiamente, ma anche il fatto che il virus è arrivato qui senza che noi ce ne accorgessimo e ha avuto modo di diffondersi prima che riuscissimo a intervenire con delle misure adeguate a fronteggiarlo. Forse ci siamo resi conto tardi della gravità della situazione che è maturata dentro casa nostra.

Ha colpito nei giorni precedenti le immagini di Bergamo: si pensava che la fase più acuta in Lombardia si fosse manifestata nel lodigiano, invece vediamo che a Bergamo si è manifestato qualcosa di inaspettato.

Bergamo ad oggi sembra essere proprio l’emblema di un certo capitalismo molto violento e spregiudicato che ha fatto il possibile, fino all’ultimo, per mistificare e rimuovere l’emergenza che aveva davanti agli occhi, pur di non ridurre i profitti delle proprie fabbrichette. Bergamo andava chiusa molto tempo fa.

Quindi, secondo te, la responsabilità è di chi ha deciso di continuare a tenere aperte le attività produttive?

A Bergamo assolutamente sì.

Tra le variabili che incidono, te la sentiresti di dire che rientrano anche quelle ambientali ed ecologiche? Il fatto, ad esempio, che il bergamasco e la Padania lombarda è tra le zone più inquinate d’Italia per fattori climatici e di sviluppo industriale…

Questo non lo so di preciso, ma stante a certi dati, sembrerebbe proprio di sì.

Senza entrare nel merito di come viene gestita oggi quest’emergenza, ci sono secondo te dei fattori che spiegano le modalità preoccupanti con cui questa crisi è esplosa?

Io credo che nessun sistema sanitario al mondo sarebbe in grado di far fronte alla domanda di posti letto ordinari o di terapia intensiva. Chiaramente il disinvestimento nel servizio sanitario nazionale, la totale assenza di incentivi e posti nuovi per le borse di specialità, il blocco del turn over, l’impossibilità di assumere nuovi professionisti è il prezzo da pagare. E lo stiamo pagando oggi. Probabilmente, avremmo sofferto lo stesso, ma non credo così tanto come sta avvenendo. Inoltre, saremmo stati in grado di offrire molto di più di quello che oggi è nelle nostre capacità.

È evidente che, da una parte decenni di politiche neoliberale di disinvestimento nel welfare e di smantellamento del servizio pubblico, dall’altra l’evasione fiscale concorrono alla drammaticità della situazione in atto. Questo non ha niente a che fare con la diffusione del coronavirus, ma col fatto che nel momento di bisogno si paga il prezzo delle scelte scriteriate che sono state compiute.

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