virus, le uova fatali

Fronte del virus. Intervista a Simone Famularo (II)

Riprendiamo l’intervista a Simone Famularo, medico chirurgo a Milano, da settimane in prima linea nel fronteggiare l’emergenza sanitaria in corso. Per la prima parte, vedi qui.

Possiamo effettivamente sostenere che la diffusione di una pandemia globale oggi, dopo le prove generali della Sars nel 2003 e dell’Aviaria successivamente, siano dei fenomeni in qualche modo “politici”? Lo dico, considerandoli sia come conseguenza della globalizzazione, sia perché hanno a che fare con l’antropizzazione della natura, con il tentativo di dominio dell’uomo sulla natura come tratto della civiltà capitalista. Premesso ciò, quanto può essere un aggravante l’orientamento di certe politiche che si ostinano a ribadire il primato dei mercati sulla cura e la sanità dei cittadini? Penso, ad esempio, alle dichiarazioni di Boris Johnson (che adesso ha fatto dietrofront), agli appelli a continuare a lavorare e produrre, come ha fatto in questi giorni Matteo Renzi… Si può effettivamente discernere la crisi pandemica dalla politica?

Un problema sanitario è una questione evidentemente anche politica, perché le malattie non sono un corpo estraneo, fanno parte del mondo così come modellato dall’uomo. L’eziogenesi, lo sviluppo e la diffusione di un virus è intimamente connesso al modo di condurre la nostra vita, di trasformare l’ambiente e di vivere i rapporti sociali Da questo punto di vista, è evidente che una pandemia è un problema che riguarda l’uomo come animale politico e la Tecnè che l’uomo stesso costruisce per organizzare la vita associata.

Tutti i morbi che abbiamo avuto nella storia dell’umanità sono dipesi dagli scambi e dalle relazioni tra gli esseri umani, perché questo è il solo modo in cui si diffondono le malattie infettive. Dopodiché, tutto il resto, il modo di affrontare un’epidemia, di trovare soluzioni per arrestarne lo sviluppo, è una questione politica. L’idea che, a tal proposito, aveva in mente Boris Johnson, ad esempio, era folle, tant’è che lui stesso è stato costretto poi a fare severamente marcia indietro.

c’è una specificità che riguarda il capitalismo che ha a che fare con la diffusione del virus e con il modo di affrontarla? A proposito di quest’ultimo fattore, a mio avviso le misure di contenimento del contagio, la quarantena, il blocco delle attività produttive, sono state decise con ritardo e ci hanno colti un po’ impreparati, perché fino alla settimana precedente si continuava a dire “dobbiamo continuare a lavorare, tutto deve procedere nella normalità”.

Come accennavo prima, per poter esistere e propagarsi, qualsiasi epidemia ha bisogno di un substrato biologico che la accolga e ne favorisca la diffusione. È evidente che la vita associata dell’uomo, che esiste dalla notte dei tempi, favorisce la possibile diffusione di malattie infettive, ma tutto questo avviene indipendentemente dalla formazione sociale: sia essa capitalista, socialista, feudale, arcaica o tribale.

Tuttavia, è evidente che un’organizzazione di un certo tipo, come quella capitalistica globale – che implica interconnessioni ai massimi livelli tra gli esseri umani –, può aumentare il rischio di una propagazione a livelli incontenibili. Ma la risposta non può essere chiudere le frontiere, rinunciare all’interconnessione globale, perché il problema non è il fatto che siamo interconnessi, quanto il ruolo e l’importanza che hanno la circolazione delle merci e dei capitali, rispetto alla vita umana, finanche quando questa è in pericolo. La questione è il predominio della forma-merce sulla vita umana! Il problema non è il fatto che si produca o ci siano scambi e interconnessioni (anche perché non è che in un’ipotetica organizzazione non capitalista si smetta di produrre e avere scambi), quanto l’assenza di politiche di welfare: penso, nella fattispecie, alla centralità che ha acquisito nei sistemi democratici il benessere delle persone, alla presa in carico da parte dello Stato della cura e della salute dei cittadini, alle sicurezze sociali e nei luoghi di lavoro, al miglioramento delle condizioni e della qualità della vita dei lavoratori, ecc. Ecco, l’esistenza di politiche di welfare, a mio avviso, rappresenta l’antidoto principale al rischio di un’emergenza sanitaria come quella che stiamo vivendo, perché la loro applicazione previene e stempera la portata dei pericoli che una pandemia reca con sé.

Non credi che in Italia, nonostante siamo stati il primo Paese d’Europa ad aver avuto focolai di coronavirus, abbiamo sottovalutato l’emergenza? C’erano i precedenti della Cina e della Corea del Sud che avremmo dovuto studiare più approfonditamente: non potevamo non conoscere la gravità di quest’epidemia, né i tentativi efficaci (mi riferisco soprattutto alla Corea) che sono stati messi in campo per contrastarla… A proposito, cosa pensi del “modello coreano” di contrasto all’epidemia attraverso il ricorso al controllo e alla prevenzione?

Hai colto nel segno, perché le differenze che ci sono state tra la gestione cinese e la nostra sono necessariamente da analizzare e comprendere alla luce di differenze riguardanti i due regimi politici: totalitario l’uno, democratico l’altro.

I ritardi di cui parli che abbiamo avuto in Italia sono legati al fatto che quelle misure di lockdown adottate in Cina, fino a qualche settimana fa, in Italia sarebbero sembrate alla stregua di un colpo di stato autoritario, con tutte le sospensioni delle libertà costituzionali implicate. Lo stato d’eccezione delle misure di lockdown era concepibile in un sistema come quello cinese, ma difficilmente sarebbe stato accolto di buon grado in un Paese democratico come l’Italia, senza ripercussioni nell’ordine pubblico e appelli alla Costituzione violata. L’abbiamo visto in piccolo con la gente che, all’annuncio delle chiusure delle filiere produttive e della riduzione degli orari di apertura dei negozi è andata nel panico e ha cominciato ad assaltare i supermercati.

Ci sono scenari piuttosto complicati che hanno a che fare con la conciliabilità tra la doverosa e impellente lotta alla diffusione del virus e la nostra cultura democratica, la nostra idea di stare assieme. Lo si vede banalmente nel fatto che, nonostante siano tre settimane che siamo in quarantena, il governo è stato costretto a introdurre delle norme sempre più stringenti sul lockdown, aumentando anche le sanzioni per i trasgressori.

Riguardo la Corea del Sud, invece, mi sento di dire che le misure adottate lì sono un elemento di riflessione qui da noi, perché ci portano a dire: “quanto siamo disposti a sacrificare la nostra privacy per cedere informazioni sulle nostre vite a chi opera forme di controllo e monitoraggio con la finalità di prevenire il contagio e arrestare la diffusione del coronavirus?” Per quanto mi riguarda, non avrei dubbi a scegliere, perché oggi l’unica risposta possibile è: “sacrifichiamo quanto c’è da sacrificare perché la vita e la salute pubblica viene prima di tutto”. Tuttavia, non posso non pormi delle domande sugli effetti a lungo termine di certe scelte, perché se è vero che cedere le nostre libertà per finalità di controllo può oggi salvarci la vita, un domani potrebbe creare uno strumento di dominio totalitario sulle nostre vite.

C’è il rischio che lo stato d’eccezione, sulla base dell’esistenza di un precedente, diventi la norma. Il precedente rappresentato dai Paesi asiatici è stato difficile da importare qui in Italia, perché noi abbiamo una storia, una cultura politica, una tradizione completamente differente.

Quindi, siamo alla questione – schmittiana se così si può dire – della sovranità: “chi governa sullo e una volta finito lo stato d’eccezione?”. Invece, vorrei chiederti, relativamente all’altra strategia messa in campo dai coreani, vale a dire la prevenzione attraverso una somministrazione diffusa di tamponi alla popolazione, di modo da isolare gli asintomatici positivi, cosa ne pensi? Credi che sia attuabile in Italia, così come è stato fatto a Vo’ Euganeo?

Non ho idea se sia possibile attuare in Italia il modello coreano della somministrazione diffusa dei tamponi, ma di certo sarebbe auspicabile, perché l’assoluta priorità è evitare il contagio e, per farlo, abbiamo bisogno di sapere chi è infetto, dove si trova, che contatti ha avuto e bloccarlo prima che diffonda il virus, così come bloccare l’eventuale catena di trasmissione. È una procedura difficilissima, che richiede anche un forte controllo sociale da mettere in atto, ma è ad oggi uno dei pochi strumenti che sembrerebbe essere in grado di arrestare la diffusione esponenziale della malattia.

Da un punto di vista clinico e medico questa è indubbiamente la strada da seguire, la questione però poi sono le ricadute sul piano etico-politico dell’adozione di tali misure. Può la nostra democrazia sostenere l’impatto enorme di interventi che mettono in discussione i nostri diritti e le nostre libertà?

A proposito degli effetti politici di quest’epidemia, è chiaro che ci attendono imponenti cambiamenti che avranno a che fare con trasformazioni profonde delle nostre vite, del rapporto Stato-mercato, dei sistemi politici. Alcuni scenari sono catastrofici e segnalano il rischio di un nuovo autoritarismo; altri, invece, sembrano preannunciare la possibilità di un nuovo socialismo. Tu come ti poni, sei catastrofista?

Non mi ritengo in alcun modo catastrofista. Ho letto di recente l’intervista a Zagrebelsky e devo dire che sono piuttosto d’accordo con lui: non vedo un rischio di dittatura dietro l’angolo. È evidente, però, il rischio implicati nell’adozione di certi dispositivi di controllo di cui parlavo. Che ne sarà di queste forme di controllo sociale, ora necessarie, quando torneremo alla normalità?

Per altri aspetti, questo lockdown sta portando al pettine tutti i nodi della brutalità del rapporto tra capitale e lavoro. Il cinismo del padronato, dei capitalisti è sotto gli occhi di tutti. Penso al pressing di Confindustria, ad esempio, affinché le attività produttive continuino e i lavoratori tornino a lavorare, col rischio di esporli al contagio. Ciò riacuisce un conflitto di classe che credevamo lasciato alle spalle.

Beninteso, non credo che tutto questo condurrà a uno sbocco rivoluzionario, cionondimeno ha spianato la strada all’apertura di un discorso collettivo. Il nuovo schiavismo, congiunto alla mancanza di un reddito garantito per chi è costretto a restare a casa senza lavorare o ha già perso il lavoro potrebbe portare a una situazione esplosiva, dove il problema per l’establishment non sarà più “rimanete a casa, perché c’è il virus”, ma evitare il conflitto sociale. Già i prodromi di questa situazione si sono cominciati a vedere a Palermo o in altre città in cui cittadini, infuriati e ridotti all’indigenza, minacciano di assaltare i supermercati per potersi sfamare. È possibile, pertanto, che il modello capitalistico sconti una crisi di legittimità dal momento in cui molti si chiederanno quali siano i sacrifici da fare sull’altare di questo modello economico e sociale.

Cosa pensi del rapporto tra “esperti” e “popolo”? Sta ritornando quella fiducia che il cosiddetto “momento populista”, per dirla con Laclau e Mouffe, aveva messo in crisi?

Credo che si stia ricucendo quel rapporto tra il mondo della scienza e della cultura e la società. Però, questo processo avviene in modo indipendente dagli eventi di questi giorni.

Oggi prevale la necessità, di fronte allo stato di bisogno, di richiamare i vari “professoroni” al servizio della causa, perché scopriamo che quelle conoscenze che abbiamo irriso in realtà sono necessarie per salvarci la vita.

C’è un tema, però che permane ed è quello del rapporto tra la conoscenza e le persone. La conoscenza, i saperi dovrebbero essere al servizio delle persone Chi rappresenta il mondo della scienza dovrebbe adottare uno stile di comunicazione e, in generale, una modalità di relazionarsi con i propri “capi” – che sono appunto i cittadini -, orientati a consentire a tutti la comprensione dei saperi, consentendone così la diffusione, e la partecipazione condivisa alle decisioni.

Quando si dice che “la scienza non è democratica”….

Ecco, a proposito, risposi pubblicamente al signor Burioni quando se ne uscì con quest’infelice affermazione, una fesseria di tale livello… Burioni è l’emblema del rigore scientifico e dell’inappuntabilità metodologica, che si rinchiude in una torre d’avorio lontana e distante dai cittadini, ai quali egli annuncia il verbo rivelato da un balcone altissimo che non si vede neanche troppo bene.

Quest’idea di una Scienza terza nei rapporti politici e di classe, che addirittura si erge al di sopra di tutti è alla base di una concezione elitaria della conoscenza, che ha portato lo sviluppo di odio e intolleranza verso di essa, aumentando le spinte oscurantiste che caratterizzano il nostro tempo. La scienza e la conoscenza non sono dei Misteri da proteggere, ma una realtà da svelare con semplicità e rigore, perché è soltanto attraverso le conoscenze che si possono creare maggiori libertà, consapevolezza, rispetto e democrazia.

Non servono vulgate, servono divulgatori capaci che mettano tutti nelle condizioni di capire. Per intenderci, è lo sforzo interessantissimo e fondamentale che tanti stanno facendo in questi giorni, a partire da esperienze come quella della pagina facebook “coronavirus-Dati e analisi scientifiche” 

Lasciamo Simone qualche minuto prima che inizi il suo turno in reparto. Questa sera, ha il turno di notte e si sta preparando, assieme ai suoi colleghi, ad andare in trincea per condurre una guerra in prima linea contro il coronavirus. Ci lasciamo con l’idea che non sia la sola battaglia che ci attende da qui ai prossimi anni.

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