Il turismo è un problema? Ignoriamolo!

La morsa di crisi economica e pandemica sta strangolando il turismo, settore da cui deriva il 13% del nostro PIL.

D’altra parte, nei mesi in cui il virus imperversava, l’imposizione del lockdown in molte delle nostre città è stata per così dire facilitata non tanto dalla buona disposizione dei cittadini ad accettare le misure restrittive, quanto dall’assenza di abitanti: un fenomeno che lo sviluppo turistico di molte di queste città ha, quanto meno, accentuato, se non contribuito decisamente a creare.

Da molto anni le amministrazioni delle grandi città hanno totalmente subordinato gli indirizzi amministrativi alle esigenze della rendita turistica. Parallelamente, amministratori più illuminati – è famoso il caso di Barcellona o, più recentemente, di Amsterdam – hanno cercato di combattere o quanto meno governare il fenomeno della turistizzazione delle città. Il turismo infatti sposa produzioni a basso valore aggiunto con alta stagionalità/precarietà degli impieghi, impoverendo la diversificazione culturale ed economica delle aree maggiormente interessate.

Ma è davvero possibile un governo del, o addirittura una lotta contro, il turismo?

Per legge pare difficile, a meno di non reintrodurre qualche istituto dell’età feudale. Misure di contrasto come l’introduzione del numero chiuso per visitare una città segnerebbero la resa ad una logica musealizzante, se non la vera e propria fine del concetto di città. E dunque, che fare? Il dibattito attorno alla presunta necessità di favorire un turismo “di elite”, più sostenibile e consapevole, oltre a nascondere, nemmeno troppo discretamente, un retrogusto classista, è destinato a girare a vuoto (di questo passo ci penserà semmai la crisi a far restare a casa i poveri). Ma poi, concretamente, quando si parla di turismo di elite, a cosa ci si riferisce e come lo si può davvero favorire? Calmierando i prezzi dei servizi all’incontrario, verso l’alto? Accettando turisti in base all’ISEE? Attrezzando il banchino dell’ufficio facce a Malpensa? Assumendo prof di storia dell’arte in pensione che improvvisano un esame al malcapitato appena sceso dall’autobus o dal vaporetto, col compito di respingere i “meno consapevoli”? Non scherziamo. Così come appaiono sterili le lagnanze sul turismo cosiddetto mordi-e-fuggi. Non c’è ragione o forza che possa trattenere dieci giorni una persona in uno dei famosi “borghi” (come va di moda chiamarli), per quante “eccellenze del territorio” gli si possano ammannire; così come niente può far desistere quella stessa persona dalla volontà di visitare tutta Roma in mezza giornata, se così vuole.

Il turismo non lo si può quindi combattere, forse nemmeno governare. E se la soluzione fosse ignorarlo? Il problema allora è quello di passare dalla critica del turismo alla critica dell’economia turistica. Abbandonare completamente ogni discorso qualitativo e quantitativo attorno al turismo e concentrare l’azione politica sulle politiche e i servizi non a favore o contro il turismo (o una sua particolare variante) ma a favore di chi vive e lavora nelle città. Considerare il turismo come un qualcosa di totalmente accessorio e contingente (che non vuol dire limitarlo artificialmente), e rendere vivibili e abitabili le città per tutti coloro che lo vogliono. Considerare il turismo un semplice “di più”.

Questo non può avvenire, però, se non a prezzo di rotture nette nei riguardi delle logiche della rendita e del mercato. Occorre prima di tutto tornare a dotare le amministrazioni locali di strumenti di pianificazione commerciale, urbanistica e abitativa. La liberalizzazione delle licenze commerciali, lungi dall’aver creato una società di imprenditori in concorrenza, ha contribuito più che mai alla concentrazione di capitali e alla monocultura turistica che ha impoverito, uniformato e desertificato le nostre città. A maggior ragione questo vale per la liberalizzazione dei canoni d’affitto, delle abitazioni così come delle attività commerciali. Mentre la privatizzazione del trasporto pubblico, specialmente nelle grandi città, ha reso quest’ultimo ancillare alle esigenze del turismo anziché dei cittadini e dei lavoratori.

Le città non hanno bisogno né di invogliare né di combattere il turismo. Hanno bisogno di essere tali, di essere abitate e vissute. I turisti arriveranno, anche i numero maggiore, e si troveranno a visitare luoghi veri. Questo non in onore al “businnes dell’autenticità”, che vorrebbe ipostatizzare i nostri modi di vita in un presente astorico e folcloristico per la gioia e il sollazzo del turista civilizzato – non c’è vita vera se non nella falsa, diceva Franco Fortini. Ma in nome del diritto di tutti, abitanti, lavoratori e turisti, alla città.

Far rinascere le nostre città significa sostituire al vincolo esterno dell’economia turistica il vincolo interno dell’economia al servizio dei cittadini e dei lavoratori. La grande rendita può far finta di niente e attendere che passi la nottata della crisi per ripartire come prima, ma i cittadini comuni non possono più attendere il loro diritto ad una vita, ad un lavoro, ad una abitazione – insomma ad una città – decenti.

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