ambiente

La lotta ambientalista in Italia. Facciamo il punto

Un’immagine del 2019 che resterà nella memoria collettiva è quella della giovanissima attivista svedese Greta Thunberg che manifesta solitaria di fronte al parlamento di Stoccolma. Una protesta diventata virale e che ha fatto da scintilla per una nuova stagione di movimenti per il clima: Fridays For Future è il più celebre, ma gli sono seguiti a ruota gli inglesi di Extinction Rebellion, gli americani del Sunrise Movement, i francofoni di Youth For Climate. Organizzazioni composte in prevalenza da giovani e giovanissimi, radicali nelle richieste e con un’attenzione maniacale al mondo dei media. Tutti gruppi che trovano una sintesi nel rituale del Global Strike, lo sciopero globale per il clima che raggiunge numeri da record in occidente e inizia a farsi sentire anche altrove.

Gli effetti di questa mobilitazione si vedono in termini di riflesso nel dibattito pubblico: nel nord e centro Europa i partiti verdi hanno conosciuto una crescita di consensi senza precedenti, mentre nel mondo anglofono è stata la sinistra radicale di Corbyn, di Sanders e del Sinn Fein a capitalizzare alle urne il voto dei giovani preoccupati per il riscaldamento globale. Ma anche il mondo conservatore ha dovuto adeguarsi – pensiamo all’insufficiente ma largamente propagandato Klima Paket di Angela Merkel. Questo senza contare come la crisi climatica abbia inevitabilmente monopolizzato l’attenzione di quei paesi – dall’Australia devastata dagli incendi ai tanti stati insulari del pacifico a rischio evacuazione – dove gli effetti dell’aumento delle temperature sono già da ora più evidenti.

Il clima, insomma, è stato uno dei temi centrali del dibattito occidentale e mondiale dell’ultimo anno, e si è rivelato essere l’unico capace di mobilitare in massa la popolazione giovanile da Berlino a Los Angeles passando per Sydney e Mumbai.

E in Italia?

Per capire lo stato di salute del movimento per il clima italiano e la sua efficacia nell’influenzare il dibattito pubblico dobbiamo tornare al 15 marzo 2019, data del primo Global Strike. Fu quella mattina che il nostro paese scoprì, con sua enorme sorpresa, di essere capofila mondiale nella lotta per il contrasto ai cambiamenti climatici. Mezzo milione di persone in piazza, oltre 120 cortei da nord a sud: l’Italia arrivò inaspettatamente prima per numero di partecipanti. Più della Svezia da dove tutto era partito, più della verde Germania.

Una tendenza confermata in occasione dello sciopero globale del 27 settembre quando l’Italia divenne il primo paese a superare la soglia psicologica del milione di partecipanti. E proprio l’onda lunga di quella giornata portò SWG a rilevare poche settimane dopo come il clima fosse apparentemente divenuto la principale preoccupazione degli italiani, superando questioni come l’aumento delle diseguaglianze, la stagnazione economica e la gestione dei flussi migratori.

Leggendo questi numeri sarebbe lecito pensare che nel nostro paese l’effetto Greta abbia attecchito più che da qualunque altra parte, ma a rompere questo apparente idillio sono i dati incontrovertibili del voto. Alle ultime elezioni europee – mentre in Francia, Germania, Inghilterra e Austria le liste verdi registravano un boom di consensi – le deboli controparti italiane non superavano il 2%. In quella tornata di clima si parlò solo per sottolineare la gaffe del PD che nei cartelloni confuse l’anidride carbonica (CO2) con due atomi di cobalto (Co2). Non è andata meglio nelle regionali che hanno tenuto col fiato sospeso tutta la politica italiana, quelle emiliane. Nella rossa Emilia Romagna la lista “Coraggiosa” – che si proponeva esplicitamente come portavoce dei nuovi movimenti giovanili – si è fermata al 3,7%, mentre il tentativo di cavalcare l’onda da destra – la lista “Giovani per l’Ambiente” – ha ottenuto un risibile 0,2% dei suffragi. Di forze alla Podemos o di leader alla Sanders, poi, in Italia neanche l’ombra.

Sta in questo chiaroscuro tutta la complessità della questione climatica in Italia, al contempo sentita e ignorata, conosciuta ma non presa davvero sul serio. Nel nostro paese le politiche sul clima non spostano un solo voto e, di conseguenza, restano fuori dalla luce dei riflettori dei media mainstream, tornandoci solo occasionalmente in occasione degli scioperi globali o delle sempre più fallimentari COP.

Alla luce di tutto questo non deve stupire se il Decreto Clima approvato a dicembre e fortemente voluto dal Ministro dell’Ambiente Costa sia stato ampiamente bocciato dalla comunità scientifica e dal mondo degli attivisti, impallidendo persino di fronte al pur debole e criticato Green New Deal della Commissione Europea. Inutile sperare di entrare nelle agende dei decisori politici se prima non si è fatto irruzione nel dibattito pubblico.

Le cause

Comprendere perché il successo di piazza dei nuovi movimenti non si sia tramutato in un cambio delle agende di politici e giornalisti non è semplice. Tanto è stato già detto a proposito. Certo è che le piazze dei Global Strike sono composte in prevalenza da non aventi diritto al voto e, di conseguenza, risultano poco attraenti per una politica che si guarda bene dal pensare “alla prossima generazione” come recita la famosa citazione attribuita a De Gasperi. Vero è anche che tra gli stessi giovani scioperanti esistono sensibilità diverse sul tema. Come faceva notare pochi mesi fa un eccellente reportage di Jacobin Italia, la coscienza politica è maggiore tra gli attivisti in senso stretto ma cala fino a farsi talvolta molto vaga tra i “semplici” partecipanti ai cortei.

Queste considerazioni, però, non sono esclusive del nostro paese e non sembrano sufficienti a spiegare come il mondo politico sia potuto rimanere sostanzialmente impermeabile alla più grande mobilitazione giovanile degli ultimi decenni. Occorre aggiungere nuovi tasselli al ragionamento. E allora una delle più grandi differenze tra il nostro ed altri paesi va cercata proprio nell’offerta politica: in Italia non c’era nessuno ad aspettare questa ondata. Non abbiamo partiti verdi – ad esclusione della debolissima ed ormai fuori dai radar Federazione – e tantomeno possiamo contare su opinion leader radicali come la statunitense Alexandria Ocasio Cortez. La nostra sinistra, salvo rari esempi, non sembra essersi innamorata della questione, mentre le formazioni più radicali non riescono ad uscire dalla totale irrilevanza. Persino il nostro Partito Democratico è sensibilmente più distante dalle richieste dei giovani rispetto agli omologhi socialdemocratici del resto del continente. Forse i 5 Stelle di qualche anno fa sarebbero stati capaci di accreditarsi come forza di riferimento per le piazze verdi – come già successe con No Tav, No Triv eccetera – ma il caso ha voluto che Greta Thunberg sia arrivato subito dopo la svolta ad U del partito di Di Maio su tutte le sue storiche battaglie, comprese quelle ambientali.

Perché un tema diventi centrale nel dibattito pubblico è necessario che qualcuno sia in grado di inserirlo in un sistema di valori e proposte, di non lasciarlo isolato ma – al contrario – di egemonizzarlo e tirarlo a sé. Nessuno in Italia ha avuto la forza o l’interesse di provarci sul serio. La lotta per il clima è orfana di parentela politica.

Un’altro elemento che è mancato e continua a mancare è la propulsione antisistema dei movimenti per il clima. Il successo di proposte come il Green New Deal statunitense deriva dall’offrire una sola soluzione per due crisi distinte: climatica e sociale. Parliamo di immaginare un grande piano di investimenti pubblici che fermi i cambiamenti climatici e crei lavoro ben pagato, che ascolti la scienza e i lavoratori. Un ribaltamento dello storico conflitto lavoro-ambiente e una strategia per rompere il tetto di cristallo generazionale che impedisce agli over-30 di appassionarsi alla questione climatica.

Se i movimenti hanno mosso i primi passi in questa direzione, schierandosi apertamente contro l’austerity, i vincoli di bilancio, le disuguaglianze sociali, altrettanto non ha fatto il resto della politica italiana. E così mentre nel Regno Unito le unions parlano apertamente di Green Industrial Revolution e sono state artefici della svolta radicale ed ecologica di Corbyn, in Italia i sindacati confederali continuano a sostenere ogni nuova infrastruttura fossile, ignorando l’enorme boom di posti di lavoro che la riconversione energetica potrebbe portare con sé.

Il clima è così rimasto una questione a sé stante, isolata da qualunque altra e quindi priva di agibilità politica. Il contrasto alla crisi climatica è vissuto alternativamente come un problema “da ragazzi” o “da ambientalisti”, mai da cittadini e ancor meno da lavoratori.

Le prospettive

Come uscire allora da questo cul de sac? Anche in questo caso non è facile individuare una strategia e meno ancora lo è in tempi di coronavirus, dove la terribile tragedia che stiamo vivendo è per lobby e politici al loro libro paga l’occasione perfetta per fare marcia indietro sui (pochi) passi fatti. Una possibile strada ce la offre Naomi Klein, intellettuale da sempre molto vicina a Greta Thunberg, che l’ha anche recentemente intervistata nell’ambito di un webinar promosso da Fridays For Future Europe. Dice la giornalista canadese ai microfoni di Vice USA:

Quando veniamo messi alla prova da una crisi possiamo regredire e sgretolarci oppure crescere e accedere a riserve di forza e pietà che non sapevamo di avere. Questa è una di quelle prove. Il motivo per cui io coltivo la speranza di una nostra evoluzione è che – a differenza del 2008 – oggi abbiamo una vera alternativa politica che propone una risposta diversa alla crisi che va alla radice della nostra vulnerabilità, e un movimento politico più grande a sostenerla.”

Un disastro come quello che stiamo vivendo è un’occasione d’oro per implementare politiche contro i lavoratori, il clima, il welfare, le persone comuni. Ma, ci dice la Klein, è anche il momento in cui il sistema in cui viviamo mostra tutti i suoi limiti e le sue inadeguatezze, e quello in cui più di tutti le persone vogliono risposte.

I movimenti per il clima hanno queste risposte

Pensiamo a quanti nuovi e ben pagati posti di lavoro potrebbe creare un enorme piano di efficientamento ecologico delle abitazioni, quanti altri ne produrrebbe la transizione decennale ad un sistema 100% rinnovabile. Pensiamo a quanti morti – circa 80mila l’anno – risparmierebbe il nostro paese azzerando lo smog e riconvertendo le industrie inquinanti. Pensiamo a quanto potere si potrebbe togliere dalle mani delle grandi corporations riportando sotto il controllo pubblico e democratico settori essenziali della nostra economia, il tutto in un’ottica di consumo razionale e non infinito.

Non solo: sempre più studi suggeriscono come le devastazioni ambientali abbiano giocato un ruolo chiave tanto nella nascita quanto nella diffusione del coronavirus. La riduzione degli spazi non antropizzati in larga parte del pianeta favorisce la contiguità uomo-animale e, di conseguenza, i famigerati salti di specie. Quelli che, per intenderci, ha fatto il virus passando prima da animale ad animale (probabilmente dal pipistrello al pangolino) per poi arrivare all’uomo. Mentre una ricerca di Harvard di pochi giorni fa ha portato alla luce come l’alta concentrazione di inquinanti nell’aria contribuisca sensibilmente all’aumento dei tassi di mortalità dei pazienti covid. 

Attuare un grande piano per la transizione non significa solo dar vita nell’immediato a poderose misure per l’occupazione, ma anche nel medio termine evitare nuove e peggiori catastrofi. Il Green New Deal di cui la stessa giornalista canadese è paladina è l’unica opzione in campo che permetta di evitare il collasso del nostro sistema economico sociale e – al contempo – prevenire nuove crisi sanitarie, umanitarie o finanziarie che siano. Questi concetti, lungi dall’essere troppo complessi per l’elettorato come talvolta si sostiene, sono estremamente intuitivi e vicini al senso comune di una nazione impaurita ma determinata a rialzarsi.

Resta l’inadeguatezza della classe politica e sindacale a farsene portavoce e la non sufficienza dei soli movimenti, specie se di giovanissimi. E tuttavia nei momenti di crisi avvengono cose impensabili, stravolgimenti dello scenario politico inimmaginabili fino a pochi mesi prima. E’ il caso dello scontro intra-europeo a cui stiamo assistendo in queste settimane, del riposizionamento “statalista” di tanti portavoce del liberismo nostrano, della scomparsa di temi – pensiamo all’immigrazione –che fino a pochi mesi fa occupavano le prime pagine di tutti i giornali.

Ci sarà qualcuno capace di inserire per davvero il clima nel dibattito pubblico italiano, di renderlo una battaglia politica ma non identitaria, di portarla all’attenzione dei media mainstream? Ci sarà, insomma, qualcuno capace di cambiare davvero le cose?

Skip to toolbar