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La montagna dell’eurogruppo ha partorito il topolino

La propaganda bipartisan del governo che rassicura “mai Mes, sì agli eurobond” e dell’opposizione che ruggisce contro “i traditori”, declamando difese della Patria e Caporetto ,ha trasformato il dibattito sull’eurogruppo svoltosi la settimana scorsa in uno scontro tra tifoserie opposte, prevalentemente incentrato sulla questione del Mes. Ma il Mes non è il solo problema, anzi probabilmente non rappresenta nemmeno il principale, perché ben altre sono le questioni sul tavolo che, anche qualora non danneggiassero l’Italia, certamente non apporterebbero alla lunga alcun beneficio alla nostra economia. È necessario, innanzitutto, fare chiarezza sulle proposte e su quanto emerso dall’incontro di giovedì.

Dopo il primo incontro-fiume di mercoledì scorso, conclusosi in un nulla di fatto, i ministri delle Finanze dell’Unione europea sono tornati a riunirsi lo scorso giovedì.

Questa volta sono bastate poche ore per addivenire a un sofferto accordo che ha visto premiare la posizione dell’Olanda e della Germania sul no agli eurobond e un sì al ricorso al Meccanismo Europeo di Stabilità, con condizionalità sospese solo per quanto riguarda le spese sanitarie.

Mentre il ministro delle Finanze Roberto Gualtieri e il commissario europeo Paolo Gentiloni cantano vittoria, le opposizioni si sono scatenate parlando di una “Caporetto” e alludendo al tradimento degli interessi dell’Italia. A placare le polemiche sono intervenuti dapprima il M5S con una nota ufficiale da parte del capo politico Vito Crimi e poi lo stesso Capo del governo Giuseppe Conte che ha assicurato che il Mes non sarà mai attivato dall’Italia e che nella prossima riunione del Consiglio europeo insisterà con la costituzione degli eurobond, poiché la partita sull’emissione delle obbligazioni di debito pubblico ancora non si è chiusa.

Le proposte sul Tavolo dell’Eurogruppo

La trattativa nell’Eurogruppo dei giorni precedenti si è svolta su quattro proposte, delle quali la più discussa in Italia ha riguardato il ricorso da parte degli Stati ai prestiti del Mes che Germania, Olanda, Finlandia – i “falchi del Nord” – vorrebbero con condizionalità, cioè attraverso la sottoscrizione di memorandum da parte dello Stato che intenda accedere al prestito, come quelli che hanno affamato la Grecia durante la crisi del debito sovrano.

Le altre proposte hanno riguardato gli aiuti della Banca europea degli investimenti, il sostegno da parte del Sure alle casse integrazioni nazionali, come proposto dalla Commissione europea e, infine, la proposta francese del Recovey Fund, il fondo finanziato da obbligazioni congiunte (una sorta di “eurobond light”) per rilanciare le economie dei Paesi dell’Unione.

Il vertice di giovedì 9 si è concluso con un accordo per un’operazione dal valore di 1.000 miliardi di euro, presentata in pompa magna dalla stampa mainstream, quando per fare una comparazione, in USA (con circa 328 milioni di abitanti, contro i 513 milioni dell’Europa) sono stati mobilitati il doppio delle risorse: circa 2.000 miliari di dollari. Questo pacchetto è basato su tre pilastri.

Il principale riguarda l’accordo raggiunto sull’uso flessibile del Mes, nel senso appunto di possibilità di ricorrere al prestito senza condizionalità limitatamente al finanziamento dell’assistenza sanitaria e dei costi relativi alla cura e alla prevenzione.

Nel comunicato viene altresì specificato che “superata l’emergenza i Paesi si impegneranno a rafforzare i loro fondamentali economici e a rispettare il quadro di bilancio”. Ciò, potrebbe voler dire che le condizioni potranno essere riviste in qualunque momento dai creditori, dimostrando quanto la categoria stessa di non condizionalità sia alquanto flebile . Coloro che tifano per un Mes senza condizionalità, al posto del sistema attuale, rischiano in buona sostanza di rimanere delusi.

Dunque, 410 miliardi potrebbero essere messi a disposizione del Mes che, accanto alle linee di credito già previste (da cui potrebbe arrivare una cifra pari al 2% del Pil di ogni Stato), prevede anche l’attivazione di un Rapid financing instrument.

In ogni caso, l’Olanda, nei giorni scorsi, si era strenuamente opposta ad un eccessivo alleggerimento delle condizioni di utilizzo del Mes e finanche alla proposta francese del Recovery Fund, un fondo finanziato da titoli congiunti.

Alla fine, la proposta dei francesi è stata accolta sia dalla Germania che dall’Olanda. Si tratta, come si diceva, di un fondo di solidarietà da 500 miliardi teoricamente finanziabile con debito comune europeo. “L’Eurogruppo è d’accordo a lavorare ad un Recovery Fund per sostenere la ripresa – si legge nel documento – Il fondo sarà temporaneo e commisurato ai costi straordinari della crisi e aiuterà a spalmarli nel tempo attraverso un finanziamento adeguato”.

Le modalità con cui si svolgerà questo processo restano però un’incognita, giacché, dopo le conclusioni dell’eurogruppo di giovedì, sarà il Consiglio europeo a stabilire come finanziare il nuovo fondo: se con bond comuni o con altri strumenti. C’è da attendersi che l‘Olanda e la Germania restino fermi sulla loro posizione di contrarietà assoluta ai bond, anche nella forma light come quella che Gualtieri e Conte hanno intenzione di spuntare al prossimo Consiglio europeo. Al momento, di certo, Il Recovery Fund non può rappresentare un canale cui attingere risorse da parte degli Stati.

Per quanto concerne il secondo pilastro, gli aiuti della Banca europea per gli investimenti (BEI), si è stabilito che essa aprirà delle linee di credito per le imprese. Nulla che riguardi quindi gli Stati e la spesa pubblica necessaria per affrontare la crisi, ma sul tavolo sono previsti in ogni caso 200 miliardi per dar ossigeno alle imprese in affanno.

Il terzo pilastro è il famigerato SURE. Si tratta del fondo “anti-disoccupazione” della Commissione europea per aiutare i paesi europei a sostenere (attraverso dei prestiti) i costi della cassa integrazione. La cosa che salta subito all’occhio è il fatto che, non trattandosi di prestiti a fondo perduto, qualsiasi risorsa finanziata dal SURE graverebbe sul debito pubblico degli Stati, esattamente come i prestiti del vituperato e tanto contestato Mes.

Inoltre, il fondo dovrebbe avere una dotazione «fino a 100 miliardi» ma nei fatti dipende dall’ammontare delle garanzie che gli Stati metteranno a disposizione su base volontaria. Quindi, se da un lato la partecipazione al programma è su basi volontarie, dall’altro la partenza è condizionata dal fatto che tutti gli Stati membri mettano a disposizione le garanzie necessarie sul tavolo della Commissione europea. ”Ciascuno Stato dell’UE – ha sottolineato Stefano Fassina – deve dare garanzie irrevocabili, liquide e immediatamente esigibili alla Commissione affinché la Commissione possa emettere sul mercato i titoli necessari a raccogliere le risorse da prestare agli Stati in difficoltà”.

La questione degli eurobond

Quanto agli eurobond, il ruggito dell’Italia si è trasformato in sordo miagolio che non ha meritato nemmeno menzione nel documento finale dell’Eurogruppo. L’emissione di eurobond comporterebbe una cessione di sovranità fiscale da parte degli Stati membri verso una sovranazionalizzazione che testimonierebbe un processo di avanzamento verso una più compiuta integrazione europea. Proprio quella stessa sovranità fiscale cui alcune nazioni non sono disposte a rinunciare. Tra queste l‘Olanda che gode di incommensurabili vantaggi dovuti al dumping fiscale di cui beneficiano molte aziende italiane, a scapito dell’Italia.

Attraverso gli eurobond, i singoli Paesi sarebbero tenuti ad effettuare prelievi fiscali finalizzati al rimborso dei titoli emessi attraverso gli stessi eurobond senza alcuna voce in capitolo da parte dei singoli parlamenti nazionali. Questo è il principale motivo politico, al di là degli interessi di natura economica, che spinge la Germania (oltre che Olanda e Finlandia) ad essere contraria all’emissione degli eurobond: perché l’utilizzo delle risorse sarebbe scelto a livello sovranazionale e intergovernativo o, al massimo, mediante il Parlamento europeo, la cui legittimità democratica però è molto più debole di quella dei parlamenti nazionali.

Del resto, la bocciatura degli eurobond era l’unico esisto scontato dell’eurogruppo, giacché la cancellliera Angela Merkel, poco prima dell’incontro aveva ribadito di non credere «al debito comune a causa della situazione della nostra unione politica», ovvero – tradotto – a causa dell’inesistenza di un’Europa politica, al di là dell’Unione monetaria, e del prevalere degli interessi nazionali tedeschi.

In buona sostanza, gli eurobond in ogni caso sono stati bocciati ed è improbabile che sul loro utilizzo Italia e Spagna la spuntino nelle conclusioni del prossimo vertice del Consiglio europeo. A meno che gli stessi eurobond, espulsi dalla porta non rientrino dalla finestra sotto altro nome e in versione “soft”, come esito del Recovery fund proposto dai francesi.

Del resto, con l’asse franco-tedesco perfettamente ricucito pochi giorni prima, era scontato che le conclusioni dell’euro-gruppo si risolvessero con la capitolazione dell’Italia e degli Stati del sud.

L’annosa questione: dove prendere i soldi?

Ovviamente, come si sono precipitati a chiarire M5S e il Premier Conte, per placare le opposizioni infuriate dopo l’Eurogruppo, ciò non significa che l’Italia abbia attivato o attiverà il Mes (che per essere attivato ha bisogno dell’assenso del parlamento). Tuttavia, è probabile che l’unica modalità attraverso la quale poter attingere nel breve periodo (senza attendere il lungo processo di attivazione del Recovery fund il cui funzionamento è ancora ignoto e tutto da decidere) un finanziamento da parte dell’Unione europea sia per l’Italia proprio il Mes. A meno che l’Italia non scelga di finanziarsi sui mercati, confidando nella copertura della Bce e non venga realizzata a stretto giro una patrimoniale effettiva – che nulla ha a che fare con quella proposta dal Pd – che colpisca grandi patrimoni, rendite e transazioni finanziarie.

Urgono, inoltre, strumenti deterrenti per impedire alle nostre aziende di usufruire di sistemi fiscali più vantaggiosi nei Paesi come l’Olanda che realizzano dumping fiscale. Che le risorse finanziarie tornino nei luoghi in cui si realizzano profitti! Lo stesso vale nei confronti delle multinazionali presenti in Italia. Piattaforme come Amazon, Gloovo, Foodora, Airbnb, Facebook, Google anche qualora fossero investite da misure fiscali più severe, non potrebbero rinunciare al mercato italiano.

E allora, perché non sottrarre parte del valore immenso che le piattaforme realizzano sulle spalle dei tanti utenti (senza retribuzione) e dei loro lavoratori, in molti casi – come il caso dei riders – costretti ad affrontare una crisi economica epocale in assenza di garanzie previdenziali e continuità di reddito?

Sarebbe un modo per far sì che, almeno questa volta, la crisi non venga pagata dal 99% della popolazione, cioè da noi tutti che non facciamo parte di quell’1% previlegiato dell’élite finanziaria.