Legge elettorale: istruzioni per l’uso

Parlare di riforma elettorale, in Italia, provoca oramai, anche tra coloro che si nutrono quotidianamente di politica, un moto di irrefrenabile fastidio. Questa reazione potrebbe essere quanto meno limitata se quanti ne scrivono sui giornali riuscissero a spiegare le cose e non cadessero in clamorosi ed elementari strafalcioni nella loro grammatica politica e istituzionale (come quando, ad esempio, parlano di “proporzionale” o di “maggioritario” senza ulteriori specificazioni: il che vuol dire, letteralmente, parlare del nulla). Semplicemente, molti non sanno nemmeno di cosa si parla: fanno eccezione, è doveroso ricordarlo, gli articoli di Andrea Fabozzi sul “Manifesto”.

Detto questo, un modo forse più interessante di parlare di leggi e di riforme elettorali è quello che muove da un altro approccio: generalmente il chiacchiericcio sull’argomento si fonda sul tentativo di capire “cosa conviene a chi”. Intendiamoci, in molti casi, le cose stanno effettivamente così: quando si discute di riforme elettorali c’è sempre in azione questa logica di (presunta) massimizzazione degli obiettivi che ciascun attore politico si prefigge. Ma non c’è solo questo: spesso in modo implicito, chi propone una particolare riforma elettorale presuppone una qualche idea del futuro assetto del sistema politico, e del ruolo e dello spazio che egli potrebbe o vorrebbe ritagliarsi. Non entrano in gioco solo le convenienze immediate, di corto respiro (o meglio, quelli che pensano solo a queste, molto spesso si ritrovano a fare i conti con gli effetti perversi o imprevisti delle riforme che erano state concepite sulla propria taglia): contano gli scenari di medio-lungo periodo che si pensa di dover favorire, e il ruolo che si pensa di poter giocare all’interno di essi.

Ebbene, il dramma italiano – in questa fase politica – è che nessuno sembra veramente in grado di pensare un qualche orizzonte strategico per la propria azione. O meglio, la destra probabilmente non ne ha molto bisogno: viaggia sull’onda dello “spirito del tempo”, prospera e lavora sulla frattura che si sta creando tra una globalizzazione del capitale finanziario che procede senza ostacoli e il ripiegamento nazionalistico e identitario che sfrutta interessi e bisogni di protezione e di sicurezza sociale.

Tutto ciò che continuiamo a definire “sinistra”, almeno in Italia, appare decisamente afasico, incapace di articolare un discorso credibile sul futuro, e una conseguente strategia. La riforma elettorale è solo l’ultimo tassello di un insieme di scatole cinesi: si parte (o si dovrebbe partire) da un’idea e da un modello di democrazia, a cui ispirare una serie di riforme e di innovazioni istituzionali, e –infine – dentro queste, anche di una legge elettorale. I sistemi elettorali, è bene ribadirlo, non determinano di per sé la forma di un sistema di partiti o di un assetto istituzionale, ma possono indubbiamente orientarlo in un senso o nell’altro, e contengono molti incentivi e vincoli sulle strategie che gli attori politici possono immaginare. E dunque, la domanda di oggi dovrebbe essere: di cosa ha bisogno la democrazia italiana? E i riformatori del campo democratico, sulla base di quali idee si muovono? Ah, saperlo! Diceva un personaggio televisivo che solo i più anziani oramai ricorderanno….

In attesa di capire se qualcuno riesce ad abbozzare almeno una risposta a questi interrogativi, le cose intanto procedono: e siccome fare una riforma elettorale è un tipico “gioco strategico” (ossia, un “gioco” in cui ciascun attore cerca di ottenere il massimo, tenendo conto delle mosse degli altri, cercando anzi di anticiparle; un gioco in cui alla fine “vince” chi riesce a comporre una coalizione dominante, e a produrre una convergenza su una soluzione a cui si giunga a partire anche da motivazioni diverse, o come “second best”), forse in questi mesi potrebbe accadere in Italia qualcosa che assomiglia ad una felice congiunzione astrale. Ovvero poiché nessuno sa veramente cosa fare, che scenari strategici ipotizzare, è possibile che prevalga la razionalità tipica delle condizioni in cui vi è un “velo di ignoranza”: nessuno sa immaginare veramente quali effetti produrrebbe un certo sistema elettorale, tutti hanno paura di rimetterci le penne; e allora scatta un riflesso difensivo, portando a scegliere un sistema che minimizzi il rischio. E dunque, è possibile che alla fine, proprio per questo, si approdi ad un sistema proporzionale che non risulti troppo distorsivo.

Beninteso, a mio parere, l’adozione di un sistema proporzionale non è un ripiego, una sfortunata circostanza a cui rassegnarsi, ma la risposta più coerente ad un possibile obiettivo: la ricostruzione di un sistema politico (e di un sistema di partiti) fondato sulle tradizioni di cultura politica effettivamente presenti nella storia del nostro paese, sulla capacità di rinnovarle senza abbandonarle, e sulla capacità anche di costruire nuove identità e nuove culture politiche. Ma, naturalmente, qualora si arrivasse ad un sistema proporzionale per altre vie, o pe vie traverse, sulla base anche di modesti calcoli di convenienza, non si potrebbe che festeggiare comunque questo esito: il tipico caso in cui, dal “gioco” di attese e timori contrastasti, emerge un benefico effetto imprevisto…

Beninteso, come in tutte le trattative, non si può dire nulla di certo, fino a che non si chiuda veramente l’accordo: e le mine vaganti sono tuttora molte. Sembra che, al momento, l’opzione prevalente sia quella di un sistema proporzionale “corretto”, come si legge e si dice sui giornali. “Corretto” in quanto si vorrebbe limitare gli effetti di frammentazione di un proporzionale “puro”. Il modo con cui calibrare questa correzione è oggi l’oggetto del contendere. Si tratta di dettagli “tecnici” che hanno forti implicazioni politiche. Le alternative sono due: o una soglia di accesso nazionale e rigida (che qualcuno vorrebbe al 5%, altri al 3%), o una “soglia implicita”, ossia una soglia che derivi spontaneamente dal calcolo di attribuzione che si effettua per ogni circoscrizione. Ma una tale soglia è “implicita” solo per modo di dire, essendo a sua volta legata ad altre tre variabili: la formula del calcolo, la dimensione della circoscrizione (quanti eletti) e l’assenza di un recupero nazionale dei resti. Questi ultimi elementi richiamano alcuni aspetti del sistema spagnolo, che si caratterizza appunto per una dimensione variabile delle circoscrizioni (che coincidono con le province, a partire da quella madrilena, che elegge 36 deputati, fino alle più piccole di 2 o 3 seggi) e per l’adozione della formula D’Hondt, che favorisce i partiti più forti e quelli con i consensi territorialmente concentrati.

Insomma, la “soglia implicita” di cui si discute potrebbe essere variabile, se le circoscrizioni (oggi in Italia 27 e spesso molto ampie), rimarranno diverse nella loro ampiezza (in questo caso, un partito del 3% potrebbe ottenere un seggio solo nelle circoscrizioni più grandi); e potrebbe essere molto diversa se si adottasse, invece della formula D’Hondt, un “quoziente naturale”: in questo caso un partito con il 3% dei voti potrebbe ottenere un seggio anche in una circoscrizione che elegga almeno 12 seggi.

A quel che risulta, gli efficientissimi Servizi Studi della Camera e del Senato stanno fornendo chi siede al tavolo del negoziato tutte le possibili e immaginabili simulazioni: si possono sbizzarrire. Se c’è la volontà politica di chiudere un accordo, un compromesso ragionevole è possibile. Non ci resta che attendere.

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