Patrimoniale: facciamo chiarezza

Per l’ennesima volta la proposta di buon senso in materia di politiche fiscali arriva da dove meno te lo aspetti, da quella che in teoria dovrebbe essere l’ala più restia di tutta la maggioranza a proposte del genere: gli ex Democristiani del Partito Democratico Fabio Melilli e Graziano Delrio (proprio lui, l’ex falco renziano) sono gli estensori della proposta di una Covid-tax, o contributo di solidarietà, e al momento i suoi unici sostenitori.

Qui a Senso Comune la cosa non dovrebbe stupirci più di tanto perché quando abbiamo iniziato, ormai più di tre anni fa, cercavamo un modo semplice di diffondere concetti ormai purtroppo non più di moda come la progressività fiscale. In uno dei primi post del periodo proponemmo la tabella degli scaglioni IRPEF così come era uscita dal CDM del 1973 a presidenza Mariano Rumor, non proprio un movimentista. Quello schema riassumeva  benissimo il concetto esponendo tutte le 32 aliquote previste per i livelli di reddito. Si delineava il profilo di un’imposta giusta dove chi aveva di più pagava di più con la percentuale del prelievo che aumentava esclusivamente in base alla quota di reddito eccedente quella dello scaglione immediatamente precedente.

Grazie a vari aggiustamenti in corso d’opera, tutti figli della più determinata reazione delle classi dirigenti occidentali, nel tempo si è assistito al costante livellamento di questi scaglioni fino ad arrivare alla attuale configurazione che prevede solo 5 tipi di aliquote.

Parametrando i valori odierni a quelli del 1973, in cui un milione di lire valeva quanto circa 7400,00 euro di oggi, è facile calcolare che le modifiche sono state sostanzialmente peggiorative per tutti quelli che guadagnano meno di 350.000,00 euro lordi all’anno circa; eccolo il vero 99% calpestato dall’avanzata dell’economia neoliberista. Ora si potrà dire che le modifiche sono state dettate anche dall’esigenza di aumentare il gettito fiscale, ma allora perché non mantenere le trentadue classi di contribuzione elevandone i rispettivi valori?  Sarebbe stato sicuramente più equo che ridurle a cinque.

Ma veniamo finalmente alla proposta di questi giorni e analizziamola nel dettaglio. Il progetto prevede cinque scaglioni di prelievo fiscale per gli anni 2020 e 2021 per chi percepisce un reddito lordo ai fini IRPEF superiore agli 80.000,00 euro così suddivisi:

Fino a 80.000,00 euro Niente
Oltre 80.000,00 euro

4%

Oltre 100.000,00 euro

5%

Oltre 300.000,00 euro

6%

Oltre 500,000,00 euro

7%

Oltre 1.000.000,00 euro

8%

Le aliquote si aggiungono a quelle normalmente previste (sempre il 43% per i casi sopra gli 80.000,00 euro) e si riferiscono esclusivamente alla parte eccedente lo scaglione immediatamente precedente. La platea di riferimento è composta da 803.741 contribuenti pari al 1,95 del totale dei contribuenti IRPEF che sono 41,2 milioni, la misura consentirebbe di metter da parte un valore di 1,25 miliardi di euro.

Come appare evidente si tratterebbe di tassare, se non l’uno, il 2% più ricco della popolazione, per questo la levata di scudi bipartisan risulta emblematica degli schieramenti in campo e pone più di un quesito circa la reale rappresentanza politica delle forze in parlamento. Il primo a schierarsi convintamente è il solito Oscar Farinetti che ripropone addirittura il prelievo forzoso sui risparmi come nel celebre 1992 di Giuliano Amato. Si tratta di una doppia scorrettezza: da un lato si annulla qualsiasi progressività fiscale, dall’altro di aggrediscono i risparmi e non i guadagni. Ma la posizione di Farinetti non dovrebbe sorprendere sulla base del suo percorso politico e delle idee che non ha mai nascosto, e sopratutto per un interesse di classe: in fin dei conti si tratta di un ricco che non vuole pagare.

Nemmeno dovrebbe sorprendere l’ennesimo tweet di Mattia Sartori, sempre più improbabile strumento di propaganda liberal, a stupire è la reazione di tutto l’arco parlamentare, delle destre, ma anche del PD e del M5S. Questi che interessi vogliono rappresentare quando si schierano contro un’idea in fin dei conti anche banale? E sopratutto perché lo fanno? Appurato che la Covid-tax lambisce i patrimoni del 2% più ricco dei contribuenti anche il più becero calcolo elettoralistico dovrebbe consigliare ai partiti di maggioranza di valutarne l’opportunità a discapito di qualsiasi altra ingiustizia già perpetrata in passato. Eppure sembrano non prenderla nemmeno in considerazione, nemmeno Giuseppe Sala, che pure dovrebbe essere scottato dalla irresponsabile campagna #milanononsiferma.

Nel suo eccessivo fracasso l’episodio della coraggiosa proposta di Delrio e Melillo dimostra come oggi più che mai gli interessi della classe dominante siano sovrarappresentati e praticamente egemoni a tutti i livelli istituzionali, così passa per normale urlare a gran voce che chi guadagna un salario di circa 4.000,00 euro netti al mese non possa metterne da parte 60 per far fronte ad un momento di debolezza collettiva, perché queste sono le grandezze di cui abbiamo parlato fin qui, di questo si tratta, il tutto mentre i media danno spazio a chiunque riproponga lo spettro della più grande ingiustizia fiscale della storia repubblicana pur di distogliere l’attenzione da quella che sarebbe la soluzione più normale. La questione della Covid-tax dimostra in maniera lampante che ci sono 98 contribuenti italiani su 100 di cui nessuno tutela gli interessi in parlamento e nelle altre istituzioni. Siamo noi, il 99% che ancora non ha rappresentanza politica.