Che fine ha fatto la musica? Intervista a Antonello Cresti

Perché è avvenuto un distacco così forte tra la musica alta e la maggioranza del popolo? Perché la musica non ha quasi più valore in senso sociale e politico?  Sono tutte domande che ossessionano la mente di Antonello Cresti, giornalista musicale e “agitatore culturale” (come ama definirsi), che ha provato a darsi risposte nel recente “La scomparsa della musica.
Antonello sarà nostro ospite il 4 marzo a Firenze per parlarci dei temi aperti nel libro e in questa intervista e per discutere delle possibili alternative politiche all’esistente. Presto ulteriori dettagli.

di Christian Dalenz

Da sempre appassionato delle sette note, Antonello Cresti si è impegnato nel settore da artista prima con i Cocainomadi, “un gruppo di culto a Firenze”, mi dice, e poi con il Nihil Project, un duo “aperto alla sperimentazione tra più generi insieme ad altri musicisti e con una componente filosofica controculturale intrisa di filosofia orientale e pensiero della decadenza.
Poi la scelta di diventare propagatore culturale, come giornalista – “ma ho scritto pochi articoli, soprattutto per Rockerilla…”- e come scrittore di libri. In questo ambito le sue opere sono state dieci. Spicca in particolare la trilogia di Solchi Sperimentali, così composta: un primo libro dove si analizzavano le varie correnti musicali globali dagli anni ’60 ad oggi; un secondo dove si trattava la sperimentazione musicale italiana; un terzo dedicato al Kraut Rock tedesco.

Ora il libro più politico, La scomparsa della musica (NovaEuropa Edizioni), scritto in forma di dialogo insieme al musicologo Renzo Cresti (che, attenzione, non è suo parente). L’opera rappresenta, in estrema sintesi, una ribellione contro l’idea che la musica debba essere solo un sottofondo e non arte a cui dedicarsi completamente e che abbia un significato generazionale sociale e politico.
Un’uscita editoriale che si accompagna alla fondazione della Convenzione degli Indocili, una serie di iniziative che tenterà di ribaltare il tavolo del dibattito dalla parte della controcultura.

Cominciamo dal capire meglio chi sei. Che tipo di musica ti interessa in particolare e quali sono stati gli ascolti più formativi per te?

Al centro del mio interesse c’è la musica che si pone criticamente rispetto al sistema dominante, in particolare nei confronti del neoliberismo. Sono interessato a tutte le alternative al neoliberismo, tra cui non metto solo le alternative politiche ma anche quelle spirituali.  Mi ha sempre interessato tutto ciò che è sotterraneo, deviante rispetto al percorso tracciato dal sistema. Mi interessa il misticismo, l’ecologia profonda: tutto quello che non è standardizzato. I miei gusti vanno di pari passo con questa mia predisposizione. La psichedelia è il mio luogo di partenza per estrazione culturale e modo di sentire le cose. Sono stato sempre vicino alla musica dei ’60: il mio primo amore sono stati i Beatles e sento una particolare affinità culturale con la psichedelia della fine di quel decennio. Un altro artista per me formativo è stato Franco Battiato. Ma amo molto anche altri generi, ad esempio, giocando con gli opposti, il black metal (in particolare Burzum e Cradle of Filth) e il canto gregoriano, che mi permette di fare meditazione attraverso la musica.

L’operazione di Solchi Sperimentali sembrerebbe aver colpito nel profondo il panorama musicale nostrano, visto l’interesse che ha ricevuto. Ce ne parli?

Solchi sperimentali nasceva con l’idea di fare una sorta di percorso tra i vari generi attraverso la categorizzazione delle musiche altre. Per musiche altre intendo tutte quelle che portino con sé una ricerca di alterità, una ricerca dell’altro, una ricerca di concezione dell’esistenza. Che fondino sfera creativa ed esistenziale. Volevo creare nuove categorie di ascolto e all’interno proporre ascolti che ritenevo significativi. Come per esempio gli Ulver, Diamanda Galas, Terry Riley, i francesi Magma, gli italiani Area. Cose non di massa ma conosciute, insieme ad altri artisti più di nicchia. Ho anche ricollegato questi movimenti musicali al momento storico; per esempio, quando ho scritto dell’industrial music inglese, l’ho contestualizzata nell’epoca thatcheriana in cui si è sviluppata. Con molti degli artisti di cui ho scritto sono entrato in contatto diretto, in particolare con quelli italiani.

Con chi tra questi artisti in particolare hai sviluppato un rapporto?

Mi onora in particolare aver conosciuto Juri Camisasca. Come ascoltatore l’ho conosciuto da ragazzo, con il suo album Il carmelo di Echt del 1991 e mi fulminò soprattutto per l’immaginario spirituale e mistico che evocava, ancora di più che per motivi musicali. Mi avvicinò anche al canto gregoriano. In quel periodo lui era uscito dal monastero in cui si era ritirato; attualmente abita da eremita in un paesino alle pendici dell’Etna, non lontano dal luogo in cui abita Franco Battiato.

Circa dieci anni dopo lo vidi in concerto, uno dei pochi che fa. Ebbi l’occasione di parlarci e da lì siamo rimasti in contatto. Prima mi ha rilasciato un’intervista per Solchi Sperimentali Italia, poi nell’estate del 2017 io e Francesco Paolo Paladino abbiamo lavorato insieme a lui a un documentario sulla sua vita.

Camisasca è una persona la cui capacità di narrare il suo quotidiano e le sue esperienze è davvero affascinante. Con questo lavoro abbiamo cercato di immergerci nella sua dimensione meditativa.

Abbiamo dunque capito che la tua cultura musicale è davvero molto ampia. Perché denunci con questo nuovo libro “La scomparsa della musica”?

Il libro nasce da un disagio nei confronti della produzione di massa musicale odierna. Non perché la voglia snobbare, ma perché è musica fatta male, senza contenuti, senza divertimento. Il mio disagio riveste anche la parte sociale di queste espressioni: è una musica che non rappresenta nulla, anche perché è svanita la gioventù come categoria anagrafica, come spazio vitale dove c’è il coraggio del cimento, dell’innovazione.  C’è un appiattimento totale, depressivo. Nella trap odierna, per esempio, c’è un immaginario fintamente trasgressivo, con allusioni a droghe e alla sessualità esplicita, che crea un cortocircuito di senso: si dà l’idea di trasgressività ma si è in realtà molto integrati. C’è l’esaltazione del Capitale più di ogni altro prodotto. I trapper sono l’avanguardia del neoliberismo.
Io vorrei piuttosto riavvicinare la musica a una missione più alta, che è quella di ispirarci un atteggiamento protagonistico nella vita. La musica può scatenare emozioni che ci mobilitino. Se la musica non ha un senso profondo nella società diventa solo un soprammobile, un sottofondo a cui prestare poca attenzione. Voglio una canzone che dica davvero qualcosa e che faccia identificare i giovani in un momento generazionale.

Che cosa ha determinato secondo te questa perdita di un ruolo sociale e politico della musica nella società?

Il momento storico preciso in cui le cose sono cambiate è da rintracciare nel passaggio da un capitalismo legato alla merce al capitalismo immateriale della finanza, che vuole plasmare il mondo a sua immagine e somiglianza. In una famosa intervista, Frank Zappa raccontava dei discografici che non capivano nulla di musica e che però non si facevano troppe domande sulla cornice concettuale del prodotto artistico se vendeva.
Lui, Dylan e altri grandi sono stati fortunati ad avere a che fare con quei discografici. Questo perché oggi siamo passati agli esperti di settore: giovani, rampanti, con master in economia e marketing, questi discografici odierni pensano di saper interpretare la gioventù e vogliono decidere cosa va e cosa non va in base alle loro teorie sul mercato. Loro rappresentano il capitalismo distopico che ha mandato in crisi profonda il settore. Questi novelli Marchionne della discografia non solo stanno distruggendo una visione umanistica della società, ma falliscono anche gli obiettivi economici.

Ci spiega meglio cosa intende?

Riprendiamo per esempio il fenomeno della trap: non vende, è solo virtuale, le visualizzazioni sono molte ma ognuna di esse vale pochi centesimi. In tutto il trap l’impresa non rende la resa.

Inoltre rifiuto l’idea per la quale si è arrivati a questa situazione perché “il popolo è stupido”. Un’idea che fa parte di una mentalità radical chic che ha fatto più danni della grandine. Il popolo in realtà è depresso perché gli è stata tolta ogni possibilità di protagonismo, di essere sé stesso; è apatico. Un’apatia indotta dai meccanismi di mercato che dicevamo prima e che ora va smossa; non è un fatto automatico che avvenga. Il precariato nel lavoro e nei sentimenti ha purtroppo contribuito.

Qui con me come nel libro citi costantemente la trap come esempio negativo. Ma cosa ne pensi invece dell’indie, che è l’altro genere di grande commerciale?

Preferirei in realtà non spendere troppe parole su un fenomeno così pietoso. L’indie sta al rock come Leu sta al comunismo. E’ espressione di una sinistra dei costumi che è unita insieme alla destra del denaro nella lotta per sostenere le ragioni del neoliberismo. Si tratta di una caricatura assoluta dell’impegno sociale che porta in realtà nella direzione opposta.  Non vi troviamo né narrativa né emozioni. Tutti prodotti da laboratorio, non c’è una vera espressione musicale profonda. Questi cosiddetti fenomeni non saranno nemmeno considerati come simbolo dell’oggi. Hanno seguito perché non c’è alternativa. Se i media propongono solo questo i musicisti davvero “altri” non accedono alle masse. E attenzione, la possibilità di far conoscere questi artisti c’è.

Bene, abbiamo dunque descritto il tragico quadro in cui si trova la musica d’oggi. Come ne usciamo? Nel tuo libro indichi in primo luogo una riforma dell’insegnamento musicale nelle scuole.

Ciò è assolutamente necessario, ma più in generale c’è da fare un gran lavoro a 360° gradi. Se i giovani sono condannati al precariato le loro scelte culturali saranno basse. Se pensano invece di poter cambiare la società le stesse scelte saranno migliori. Bisogna dare prospettive, e questo compito tocca ai politici e alle famiglie, che devono dire ai ragazzi che loro sono i protagonisti delle loro vite. La crisi in corso la dobbiamo vedere come opportunità per vedere qualcosa di migliore. Anche il giornalismo deve svolgere con onestà intellettuale il proprio compito, dove il ruolo lo avrà soprattutto la passione da condividere con gli altri. Far capire che si fanno le cose perché fa stare bene farle, e che vanno fatte nonostante tutte le difficoltà. Io girando l’Italia vedo che c’è un Paese con gente che si organizza e si dà da fare. Le energie ci sono ma vanno messe in rete. Il Paese può essere rimesso in piedi.

E tu pensi di contribuire a rimettere in sesto l’Italia con la Convenzione degli Indocili? Ce ne parli?

La Convenzione degli Indocili sposta la prospettiva musicale e spirituale di Solchi Sperimentali in un’area più ampia di idee. Stiamo cercando di mettere in rete gli intellettuali di varia specializzazione che abbiano espresso in questi anni un pensiero alternativo al neoliberismo.

L’ambizione è quella di essere trasversale. Non ci interessa la provenienza di base dei singoli: semmai, il tasso di alternatività delle loro idee. Tentiamo di spostare il paradigma dominante e portare un rinnovamento culturale approfittando del momento di tramonto del pensiero elitario. E lo vogliamo fare in maniera dialogante, non più conflittuale come purtroppo spesso avviene, tra tutte le nuove correnti di pensiero.

Il momento storico è propizio e i primi segnali di ricezione del progetto sono incoraggianti. Le iniziative nei prossimi mesi saranno tante. Stiamo per lanciare una testata online e abbiamo già messo a punto una rete di piccole case editrici.

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