Chernobyl, quando la scienza sostituisce la politica

“Chernobyl”, la serie TV costruita attorno al disastro nucleare che ha segnato gli anni ’80 e un’intera generazione, ha raccolto un enorme successo. In effetti si tratta di una serie indiscutibilmente efficace ed avvincente, nella ricostruzione dei fatti, nel racconto delle storie umane che vi si intrecciano sopra, e notevole anche dal punto di vista scientifico.  

Al di là del forte coinvolgimento che inevitabilmente suscita il racconto degli eventi, specie per chi ha l’età per ricordarne la cronaca televisiva, e delle vicende umane di alcuni personaggi, un altro aspetto di natura completamente diversa colpisce lo spettatore: la concezione del ruolo della scienza sottesa alla narrazione.

Tutti i politici e burocrati che compaiono nella serie vengono identicamente dipinti come superficiali, impuntiti, privi di alcun senso di responsabilità e soprattutto incompetenti. Le uniche figure positive proposte sono quelle di due scienziati. Il primo, Valery Legasov, direttore del dipartimento di radiochimica e tecnologie chimiche della facoltà di chimica di Mosca, è chiamato dal Consiglio Centrale per sopperire alla totale impreparazione di questo organismo a far fronte all’emergenza affiancando Boris Shcherbina, il vice Primo Ministro che fu messo a capo della commissione d’inchiesta riguardante il disastro. Il secondo scienziato è Ulana Khomyuk, una fisica nucleare che, grazie alla sua acutezza, anche a distanza intuisce subito la tragedia che si sta consumando e si propone per dare il suo contributo, venendo così affiancata al sopracitato duo. Ulana è il solo personaggio di fantasia, chiamato a raffigurare l’intera comunità scientifica che operò al fianco di Shcherbina e Legasov durante l’emergenza. Una scelta non proprio neutra questa, perché un conto è un singolo personaggio eroico che sfida stoicamente tutte le istituzioni, altro conto è una comunità di scienziati che lavora congiuntamente, la cui esistenza è possibile solo in virtù di una volontà politica.  

Le figure dei due scienziati sono di fatto le sole figure positive della serie.  A loro si aggiunge sul finale Shcherbina, redento sia nella competenza che nell’etica dall’intima frequentazione dei due. Anche i pompieri, i minatori, i militari e i civili che sacrificano la propria vita operando al recupero della zona del disastro, i cosiddetti “liquidatori”, vengono ritratti come uomini anche coraggiosi in alcuni casi, ma privi di senso critico, abituati a non porsi alcuna domanda in merito agli ordini impartiti loro. Non parliamo poi dei civili, dei bambini! Insomma a vedere questa serie il messaggio che verrebbe da cogliere è che solo gli uomini di scienza sono in grado di affrontare situazioni di emergenza e solo in loro è dunque bene riporre la nostra fiducia, nelle situazioni di emergenza, sì, ma anche nella prevenzione delle emergenze e per logica deduzione anche nella gestione dell’ordinario. Dunque sembrerebbe che la politica sia superflua quando possiamo disporre del sapere scientifico, se non addirittura nociva. 

A dirla tutta oggigiorno c’è una fetta della popolazione che sembra davvero pensarla così, nutrendo nella scienza una fiducia cieca e nella politica una sfiducia totale. E se i cittadini dovessero scegliere a chi affidare un ministero o una qualsiasi carica politica non avrebbero alcun dubbio. Un medico al ministero della salute, un fisico alla ricerca, un ingegnere ambientale o un climatologo all’ambiente tanto per cominciare.  Ma sarebbe davvero questa la scelta migliore possibile per amministrare la cosa pubblica nell’interesse della collettività?

Se guardiamo bene, la scienza e la ricerca scientifica sono intrinsecamente affette da un’incertezza di fondo, in quanto fondate su modelli probabilistici, per cui nella maggior parte dei casi non possono fornire risposte certe, ma piuttosto una gamma di scenari possibili, ciascuno caratterizzato da una certa probabilità di verificarsi, che a sua volta è funzione della probabilità che si verifichino determinate condizioni intermedie. Pensiamo ad esempio, venendo ad un tema di grande attualità, alle cause dell’anomalo tasso di innalzamento della temperatura terrestre osservato negli ultimi decenni e agli effetti che su di esso si possono ottenere con varie azioni che ipotizziamo di mettere in campo. La scienza non ci offre risposte certe ma, appunto, una serie di scenari ciascuno con una certa probabilità di verificarsi e ciascuno con tutta una serie di implicazioni, ricadute positive e negative negli ambiti più disparati: in ambito ambientale, sociale, economico ed anche tecnologico, sanitario, culturale, etc. Rimanendo nel campo del clima, scegliere di ridurre o meno le emissioni di gas climalteranti e, nel caso, scegliere di farlo lasciando invariato l’attuale parco produttivo ma sviluppando sistemi di cattura e stoccaggio della CO2, o invece rimpiazzando le tecnologie esistenti con il nucleare, oppure con le fonti rinnovabili esistenti, o ancora promuovendo la ricerca per sviluppare nuove tecnologie, avrà degli effetti totalmente diversi sul consumo di risorse, sul paesaggio, sull’industria. Inoltre a ciascuno scenario saranno connessi dei vantaggi e dei rischi specifici, sulla salute, sulla sicurezza energetica, rispetto alla possibilità di sviluppare in modo autonomo il know-how e le tecnologie necessarie o dovendole invece importare, rispetto al rischio di far entrare in crisi alcuni comparti produttivi, rispetto ai costi da sostenere, al rischio di incidenti e molto altro ancora. Sono quindi coinvolte un gran numero di discipline: climatologia, ecologia, medicina, agronomia, ingegneria, chimica, fisica, biologia, informatica, ​politica economica, politica industriale, politica ambientale ed energetica, politica estera, finanza, sociologia. Occorre dunque che qualcuno si faccia carico di raccogliere e valutare a fondo questa mole di informazioni e operare una sintesi nell’ottica del massimo beneficio per la collettività, trovando un compromesso fra interessi antagonisti, facendosi anche carico di gestire l’eventuale dissenso di alcune parti. Questo approccio deve essere adottato sia per la gestione dell’ordinario, la scelta di indirizzi strategici e la pianificazione, che per la gestione delle emergenze, catastrofi tipo quella descritta nella serie tv (che chiaramente ci auguriamo dopo Fukushima non abbia più a presentarsi) o disastri naturali come quelli che purtroppo si presentano con sempre maggior frequenza, alluvioni, frane e terremoti.

Dunque occorre superare l’incantesimo ideologico che vuole la scienza da sola in grado di dettare l’agenda alla politica, la quale deve essere solo mera esecutrice.  La scienza ha un ruolo importantissimo (figuriamoci se sarò io a metterlo in dubbio, io che fin da piccina dichiaravo di voler fare da grande l’astronauta o la scienziata!), ma da sola non basta! 

Se dunque la scienza da sola non basta e c’è bisogno della visione d’insieme e del pragmatismo della politica per operare quei sani compromessi che consentono di agire nell’interesse pubblico, compromessi che sono sempre stati alla base di tutti i passi in avanti dall’umanità, di contro è anche vero che negli ultimi anni spesso è stata la politica ad attribuire alla scienza compiti che non le appartengono, parandovisi dietro per non assumersi le sue responsabilità. E d’altro canto, come accennato prima, una discreta fetta dell’opinione pubblica, sfiduciata dalla politica, ha attribuito alla scienza compiti che non le appartengono. Ci sarebbe poi da chiedersi come si orienta rispetto alla scienza l’opinione pubblica, come può un cittadino arrivare ad un’adeguata comprensione di temi specifici e complessi in un’epoca in cui i social network, divenuti il principale veicolo di informazione, danno voce a tante posizioni discordi, in cui spesso anche gli accademici si dividono in fazioni diverse, facendo alcuni un uso strumentale della propria posizione, per alimentare la propria fama o per inseguire la propria ideologia. 

Come orientarci dunque in questo contesto se non facendo sì che la politica riconquisti la fiducia dei cittadini? Per farlo però dovrà dar prova di essere in grado di formare e mettere in campo personalità di alto profilo, che si dimostrino capaci di reclutare le migliori intelligenze di ogni disciplina, di interrogarle, di ascoltarle, sapendo poi svolgere quell’enorme lavoro di sintesi indispensabile a poter operare le scelte più opportune. Perché “i dati sono scientifici, ma le scelte sono politiche” come ribadiscono anche i Fridays for Future nel report della loro ultima assemblea nazionale.