Come organizzarsi in grande: la strategia di Sanders

Come ci si organizza in tempi in cui la società sembra restia a qualsiasi forma di organizzazione? Il libro Rules for revolutionaries: How big organizing can change everything scritto da Becky Bond and Zack Exley, due staffer della campagna di Bernie Sanders, che si trovano in tour in Italia in questi giorni, offre alcune risposte a questa  domanda. Gli autori raccontano la loro esperienza della campagna di Sanders e ricostruiscono le ragioni del suo inaspettato successo. Se Sanders è riuscito quasi a soffiare la vittoria alle primarie a Hillary Clinton è stato grazie alla capacità della sua campagna di adottare una strategia molto rischiosa, che si basava sul coinvolgimento diretto della base di sostenitori come militanza diffusa arruolata in un piano strategico. Questa scelta è nata dalle condizioni difficili in cui si trovava la campagna di Sanders all’inizio delle primarie dei democratici, con fondi e staff molto limitati rispetto ai concorrenti, a partire dalla Clinton. Per rispondere a questa situazione Sanders ha organizzato la campagna non come il classico comitato elettorale della tradizione statunitense, ma piuttosto come un movimento sociale. Si è affidato all’entusiasmo e buonsenso dei suoi sostenitori e alla loro capacità di contribuire in maniera creativa e disciplinata a un progetto di larga scala.

Per Exley e Bond, questo evento è la manifestazione di un modello diverso di organizzazione politica rispetto a quella altamente professionalizzata e manageriale della politica statunitense. Adottando la dinamica più informale e flessibile di un movimento sociale, la campagna di Bernie Sanders è riuscita a trasformarsi in un processo espansivo capace di mettere a rischio l’incoronazione, data per sicura alla vigilia delle primarie, della Clinton come candidata democratica. In questo modo la campagna ha messo le basi per un nuovo modo di fare politica negli Stati Uniti; un modello che sta continuando a macinare risultati visto che Exley e Bond sono anche i talent scout della nuova iperleader dei democratici Alexandria Ocasio-Cortez.

Il concetto chiave del libro è l’idea di Big Organising o “organizzarsi in grande”. Il concetto è fondamentalmente una critica all’idea di Community Organising di Saul Alinsky, che negli anni ’60 e ’70 diede vita a una serie di campagne sociali a livello locale, che mettevano assieme sindacati, associazioni e gruppi religiosi. L’idea di Alinsky era che fosse necessario puntare su un cambiamento lento, coltivando pazientemente nuovi leader, che dopo un periodo di apprendistato sarebbero stati in grado di radicare le strutture organizzative nelle comunità. Questa, per inciso, è la tradizione del community organising da cui proviene l’ex presidente americano Barack Obama.

Per Bond e Exley questo tipo di strategia è insufficiente quando si tratta di fare i conti con le necessità organizzative di una grande campagna elettorale. In questo caso è necessario costruire in poco tempo e pressoché dal niente un movimento di massa, che sappia radunare sostenitori sia nelle reti sociali che nello spazio fisico, allo scopo di sostenere i propri candidati. Questo richiede l’adozione di una dinamica organizzativa fluida e virale simile a quella di recenti movimenti sociali come Occupy Wall Street, che hanno dimostrato una capacità dirompente di mobilitazione nel breve periodo. Ma pure la capacità di essere concordi intorno alla leadership e al piano che viene proposto, condizioni fondamentali per potere fare il salto di scala, necessario a una competizione elettorale di grandi dimensioni.

Un’organizzazione agile

I due staffer di Bernie Sanders illustrano questa ricetta organizzativa con una sorta di decalogo, anche si in questo caso si tratta di una ventina di punti, di “regole per i rivoluzionari”, ovvero per coloro che vogliono cimentarsi in una simile impresa politica. Ne riproduco quattro tra quelle che credo siano più significative per il caso italiano, prima di commentarle in dettaglio.

  • Regola 1 – Il lavoro è distribuito. Il piano è centralizzato
    Nell’organizzazione distribuita, il lavoro può essere distribuito, ma se vuoi vincere qualcosa di grande è necessario avere un piano centralizzato. Invece di far fiorire mille fiori, costruisci una fabbrica di fiori. Delega pezzi di lavoro da un piano di campagna strategico centralizzato a una rete di volontari che possono lavorare attraverso lo spazio e il tempo, e nei numeri necessari per ottenere obiettivi concreti che mettono la vittoria a portata di mano.
  • Regola 3 – La rivoluzione non sarà salariata
    Non ci saranno mai abbastanza soldi per pagare tutti gli organizzatori di cui la rivoluzione ha bisogno. La buona notizia è che ci sono abbastanza eccellenti leader volontari tra i tuoi seguaci, e 3 o 4 volontari talentuosi possono fare il lavoro di un organizzatore a tempo pieno.
  • Regola 9 – Lotta contro la dittatura degli esagitati
    Non permettere a persone ben intenzionate ma in fin dei conti dannose di far fuggire le persone dal tuo movimento. A volte la persona peggiore è quella che ha troppo tempo a disposizione e finisce per monopolizzare le conversazioni e per far scappare le persone normali che tu vorresti attrarre. È importante chiedere a queste persone di andarsene dal tuo gruppo per evitare che spaventino gli altri.
  • Regola 22 – Le persone nuove alla politica sono i migliori rivoluzionari
    In un movimento entusiasmante e in crescita, la maggior parte delle persone saranno completamente nuove alla politica. Non zavorrare questi leader entusiasti con il vecchio bagaglio della nostalgia del passato. Se non siamo riusciti a vincere con gli attivisti veterani di mille sconfitte non è forse meglio accogliere attivisti nuovi?

Questo insieme di “regole” per la buona organizzazione configurano un modo di fare politica profondamente diverso da quello in cui molti a sinistra sono abituati e che continuano a perseguire nonostante le sue evidenti falle.

Prima di tutto il centralismo – suggerito dalla regola numero 1 – è vissuto oggigiorno come una sorta di bestemmia dalla sinistra radicale in Italia, pure quella che a parole si professa leninista, ma in realtà è ossessionata da pratiche assemblearie con discussioni approfondite tra i soliti noti. Il problema di tali pratiche è che attraggono per lo più gli habitué dei meeting, che spesso non sono rappresentativi della popolazione che vuoi mobilitare. E in secondo luogo queste pratiche spesso producono discussioni e litigi a non finire. Dal tempo dei social forum al “processo del Brancaccio” molte di queste dinamiche assembleari partono con le migliori intenzioni solo per sfociare in rissa.

In questo culto dell’orizzontalismo, sostenuto in maniera esplicita, o praticato inconsciamente, pesa ovviamente l’eredità dei movimenti del ’68, gli anni ’70, e i movimenti studenteschi dalla Pantera all’Onda. Questa eredità è la ragione per cui termini come centralismo o verticismo vengono ancora oggi agitati come accuse verso la odiatissima “dirigenza”, di qualsiasi natura essa sia. Questa cultura anti-autoritaria ha perso smalto in molti paesi dopo la crisi del 2008 di fronte al ritorno del socialismo e della domanda di più Stato. Ma continua a imperversare nella cultura politica della sinistra italiana con effetti spesso deleteri.

In secondo luogo, Bond e Exley insistono sulla non-professionalizzazione dell’attività politica (regola 3) e la necessità di fare affidamento sugli attivisti volontari in una dinamica simile a quella dei movimenti sociali. Si tratta di una posizione di critica alla prassi del campaigning statunitense dove le campagne politiche sono altamente professionalizzate, con la comunicazione affidata a consulenti e spin doctor, e l’organizzazione a organizzatori e campaigner a tempo pieno pagati. Ma anche in Europa e in Italia abbiamo visto dinamiche simili negli ultimi anni, con i partiti che assomigliano sempre più a aziende di marketing.

Questa regola non è tuttavia da intendersi come un rifiuto totale della tecnica dell’organizzazione e della comunicazione politica, e della necessità di un personale salariato, seppur ridotto. Piuttosto significa che viste le scarse risorse economiche a disposizione di un movimento di natura popolare, tale movimento non riuscirà mai ad assumere come personale salariato tutte le persone che sono necessarie al suo successo. L’unico modo per avere qualche chance è creare un’organizzazione aperta a chiunque possa dare una mano, che si tratti di gestire una pagina Facebook o organizzare un evento locale. Anche a costo di rimetterci in alcune occasioni, quando la fiducia in alcune persone si dimostra malriposta.

In terzo luogo, nella regola 9 Bond e Exley picchiano duro contro quelli che chiamano “annoying” (tradotto da me rompiballe, o in gergo “mutande pisciate”) ovvero persone che o per problemi personali o per sociopatia, o incapacità di lavorare assieme si dimostrano spesso una spina nel fianco per movimenti e organizzazioni. Questo è stato uno dei motivi principali che ha portato al crollo di movimenti come Occupy Wall Street e molti altri, e che si sono trovati a fare i conti con persone ingestibili. Più in generale, in una situazione di bassa partecipazione politica, il rischio è che tra chi partecipa si annoverano molte persone che la politica la fanno per hobby, perché non hanno di meglio da fare e che portano con sé seri problemi personali e psicopatie che possono essere distruttive per i gruppi ospiti. Quanto suggeriscono Bond e Exley potrà sembrare crudele, ma è un problema serio per chi vuole organizzare un movimento di ampia scala.

Infine (regola 22) Bon e Exely lanciano una forte critica agli attivisti iperpoliticizzati, ai militanti duri e puri. Perché adottano una postura massimalista, e pensano di sapere già tutto sull’attività politica, quando una forma organizzativa efficace necessita invece di umiltà, duttilità e capacità di adattamento rapido a uno spazio in continuo spostamento. Meglio reclutare persone alla prima esperienza, che fare affidamento su militanti incattiviti da mille sconfitte, e dall’innumerevole serie di scissioni che ha costellato l’evoluzione della nostra sinistra parlamentare e extraparlamentare negli ultimi decenni. Spesso l’esperienza di lungo corso, corredata di risentimento e di sospetto previo nell’anticipazione dell’ennesima delusione, si dimostra una zavorra insuperabile per ogni progetto politico. Meglio allora iniziare da zero con coloro che, magari sia pure solo per inesperienza o ingenuità, almeno nutrono ancora qualche speranza e entusiasmo nella possibilità di cambiare le cose.

Oltre i vecchi schemi

Dunque fiducia nei sostenitori e nei simpatizzanti e nella base sociale che si vuole rappresentare, e sviluppo di una militanza attiva e effettivamente rappresentativa della società, in cui giovani, e persone inserite in servizi chiave come infermiere, insegnanti, lavoratori siano i veri protagonisti. Ma anche capacità di operare in maniera efficiente a grande scala, il che richiede da parte di tutti una disciplina ferrea, evitare attentamente settarismi e litigi che sono la malattia infantile dell’ultra-sinistra e che contribuiscono più di ogni altra cosa ad allontanare le persone comuni dalla politica. Ecco dunque il significato dello slogan “big organising” o organizzarsi in grande.

Nel complesso, il libro di Exley e Bond offre una ricetta organizzativa molto strutturata e convincente che, seppur ideata per il contesto americano, offre alcune lezioni importanti agli attivisti europei. Se la sinistra italiana vuole andare oltre la serie interminabile di sconfitte a cui abbiamo assistito nell’era neoliberista, deve avere il coraggio di mettere da parte alcuni elementi della propria identità e della propria cultura organizzativa. È solo facendo tabula rasa di molti di questi preconcetti che si può pensare di “organizzarsi in grande”. Solo facendo crescere una nuova militanza genuina, fatta non solo di militanti di lungo corso ma anche di persone comuni che non fanno politica per hobby, che si può avere qualche chance per competere con forze di establishment e di destra; forze che sono spesso molto meglio organizzate e certamente meglio finanziate delle forze popolari. Per concludere, ciò che insegna la campagna di Sanders è che se la sinistra vuole tornare a mietere successi deve avere il coraggio di pensare in grande e abbandonare le sue certezze, e accettare che tante cose che si pensavano sull’organizzazione politica erano sbagliate.