Le teorie (sbagliate) della classe disagiata: una critica economica al libro di Raffaele Alberto Ventura

Teoria della classe disagiata di Raffaele Alberto Ventura è stato uno dei saggi più discussi del 2017. La teoria del libro, in breve, è la seguente: un’intera generazione, nata borghese e allevata nella convinzione di poter migliorare – o nella peggiore delle ipotesi mantenere – la propria posizione nella piramide sociale, oggi deve fare i conti col fatto che quella vita che gli era stata promessa «non esiste». Per troppo tempo quella generazione, come le precedenti, ha vissuto al di sopra delle proprie possibilità, accumulando così un debito pubblico impressionante.

Ma adesso i nodi sono venuti al pettine: i creditori bussano alla porta, costringendoci a fare i conti con l’insostenibilità di un modello di crescita “drogato” (in quanto, appunto, debito-centrico) e col fatto che le  «contraddizioni strutturali del sistema capitalista» – tra cui Ventura annovera la finanziarizzazione dell’economia, la robotizzazione, la domanda stagnante, il debito pregresso e persino la caduta tendenziale del saggio di profitto – rendono vana qualunque speranza di uscire dalla crisi attuale con le ricette “keynesiane” del passato. Ai “proletari cognitivi” di oggi (cui si rivolge in primis il libro di Ventura), dunque, non resta che rassegnarsi al proprio declassamento: disoccupazione, semi-occupazione, precariato, lavoro povero, ecc. sono l’inevitabile prezzo da pagare per aver ostentato troppo a lungo «una ricchezza che non abbiamo». Il senso del libro è tutto racchiuso nella sua chiosa kafkiana: «c’è molta speranza, ma nessuna per noi».

La lettura è indubbiamente affascinante, soprattutto per le numerose citazioni letterarie – Kafka, Goldoni, Shakespeare, Molière, Goldoni, Cechov e molti altri – che Ventura porta a sostegno della propria tesi. Come recita la quarta di copertina, l’obiettivo del testo di Ventura è leggere l’economia come fosse letteratura e la letteratura come fosse economia. L’intuizione è per certi versi geniale: se accettiamo che la grande letteratura è tale anche perché ci offre degli strumenti senza tempo per leggere la realtà, tanto nelle sue declinazioni psicologiche e spirituali quanto in quelle sociali e politiche, perché non usare la letteratura anche per leggere l’economia? Questi “esperimenti” interdisciplinari, però, si espongono sempre a un rischio: quello di usare la letteratura per confermare ex post le proprie idee su un certo tema, in questo caso l’economia.

Questo è precisamente l’errore in cui incappa Ventura. Tutta la sua analisi, infatti, è viziata da una serie di errori, incomprensioni e malintesi di fondo sui meccanismi dell’economia che portano l’autore a interpretare in maniera errata sia certi fenomeni storici (per esempio la crisi del keynesismo) che la crisi attuale. Sostanzialmente, come detto, Ventura ritiene che la crisi attuale sia il risultato – inevitabile – di alcune “contraddizioni storiche del capitalismo”, e che dunque la condizione disagiata che oggi vivono milioni di persone in occidente e in particolar modo in Italia sia una condizione storicamente determinata – e quindi, appunto, inevitabile –, contro il quale ha poco senso protestare.

I problemi di questa analisi sono molteplici. Innanzitutto si tratta di una visione profondamente a(nti)-politica: l’idea che, anche all’interno del mondo capitalista (non è chiaro se Ventura ritiene possibile un’organizzazione post-capitalista della società), stante le “condizioni storiche” attuali, possano esistere diverse forme di società, diversi modelli di produzione e di consumo, diversi rapporti tra classi, ecc. – in breve che possa esistere una politica diversa – è semplicemente inconcepibile. Siamo sostanzialmente di fronte ad una forma di iper determinismo storico che finisce inevitabilmente per giustificare lo stato di cose esistenti: le cose sono quello che sono e non possono essere altrimenti.

Sono numerose le obiezioni che si possono muovere a tale visione. La prima è che essa non è per nulla nuova. In qualunque epoca storica sono esistiti i Ventura di turno – tanto a destra quanto a sinistra – che hanno descritto (e spesso cercato di giustificare) le condizioni esistenti in quel dato momento storico come le uniche possibili e/o il risultato di implacabili “leggi storiche”. Basti pensare agli anni trenta della grande depressione: anche allora non mancarono gli economisti e i commentatori – molti dei quali sono anche citati nel libro di Ventura (la teoria della “stagnazione secolare” più volte citata da Ventura viene elaborata proprio in quegli anni) – che lessero quella crisi negli stessi termini in cui Ventura legge quella di oggi: la grande depressione, a seconda dei punti di vista, era descritta (a sinistra) come la conseguenza delle contraddizioni insanabili del capitalismo, risolvibili solo tramite una rivoluzione, o (a destra) come il giusto pegno da pagare per gli eccessi del passato. Parlando della crisi attuale, Ventura fa una sorta di crasi tra le due posizioni.

In linea con le suddette analisi, negli anni trenta (come oggi) l’austerità venne vista da molti come l’unico rimedio possibile; è questa, infatti, la strada che seguiranno in quegli anni diverse economie europee (Germania in primis), con le conseguenze drammatiche che conosciamo. Per fortuna, però, non tutti caddero in questa trappola: economisti come Michał Kalecki e John Maynard Keynes e politici come Franklin Delano Roosevelt dimostrarono, nella teoria e nella prassi, che un’altra risposta alla crisi era possibile. Come dichiarò Roosevelt alla convention democratica del 2 luglio 1932: «I nostri leader repubblicani ci parlano di leggi economiche – sacre, inviolabili, immutabili – che causano situazioni di panico che nessuno può prevenire. Ma mentre essi blaterano di leggi economiche, uomini e donne muoiono di fame. Dobbiamo essere coscienti del fatto che le leggi economiche non sono fatte dalla natura. Sono state fatte da esseri umani». Roosevelt, col suo New Deal, dimostrò che era possibile una via d’uscita “progressiva” dalla crisi, basata sull’intervento statale tanto come volano di stimolo economico quanto come strumento di democratizzazione dell’economia nonché di regolamentazione e limitazione della «libertà dello speculatore, del manipolatore, del finanziere».

Con il New Deal, «il contrasto alla disoccupazione di massa e alla miseria sociale, la regolazione dei salari e degli orari di lavoro, il sostegno del reddito in agricoltura, i diritti e i poteri dell’organizzazione sindacale a livello aziendale e settoriale, la protezione sanitaria e previdenziale pubblica rientravano a pieno titolo nei parametri essenziali della politica economica del governo, al pari degli investimenti nelle infrastrutture materiali e culturali, della funzione regolata e allargata del credito, del disciplinamento della finanza, della politica monetaria e commerciale». Qual è la grande lezione del New Deal? Che la maggior parte delle crisi nel capitalismo ha origini finanziarie – la dinamica classica è quella di una bolla speculativa che a un certo punto scoppia, privando l’economia di una delle sue risorse principali: la moneta – e dunque può essere risolta, anche abbastanza rapidamente, attraverso la mobilitazione di risorse finanziarie pubbliche, per loro natura inesauribili (su questo punto tornerò più avanti).

Negli anni trenta, insomma, due regioni con modelli economici relativamente omogenei e colpite dalla medesima crisi – Europa e Stati Uniti – hanno risposto alla grande depressione secondo modalità radicalmente diverse e con esiti diametralmente opposti: l’Europa con l’austerità (che contribuirà all’ascesa dei totalitarismi), gli Stati Uniti con la democrazia economica. Eppure i due continenti non vivevano entrambi le medesime “contraddizione storiche del capitalismo”? La storia degli anni trenta dimostra chiaramente che, al netto di certe condizioni date, è sempre la politica a determinare il corso della storia; di predeterminato c’è ben poco.

Oggi ci troviamo in una situazione molto simile a quella degli anni trenta: lo scoppio di una bolla finanziaria (molto simile a quella del ’29) ha provocato una crisi dell’economia reale a cui – esattamente come negli trenta – si è scelto di rispondere in maniera prociclica: cioè con l’austerità. Ma oggi come ieri questo è il risultato di scelte politiche precise (il fatto che alcune di queste scelte, come quella di aderire all’unione monetaria, anticipino la crisi finanziaria non cambia la natura delle cose). E lo dimostrano, banalmente, le enormi divergenze che esistono anche all’interno del mondo cosiddetto sviluppato: vi sono paesi dove, al netto di problemi sociali non trascurabili (lavoro povero e di scarsa qualità, scarsa mobilità sociale, ecc.), la disoccupazione è estremamente bassa (basti pensare al Giappone, all’Australia, agli stessi Stati Uniti, ma anche – per quello che riguarda l’Europa – alla Germania, alla Repubblica Ceca, al Regno Unito, all’Olanda, ecc.) e paesi con tassi di disoccupazione che si possono tranquillamente definire “di massa” (la Grecia, ovviamente, dove il tasso di disoccupazione si aggira intorno al 21%, il più alto da sessant’anni a questa parte; ma anche la Spagna (17%), l’Italia (11%), la Francia (9%), ecc.).

E lo stesso vale per la disoccupazione tra i laureati, una categoria a cui Ventura dedica ampio spazio nel libro: anche qua si va da 20% della Grecia, all’8% dell’Italia, al 2% della Germania e della Norvegia.

Questi paesi non fanno forse parte dello stesso mondo capitalistico? Non vivono forse le stesse “contraddizioni insanabili”? E allora come si spiegano queste divergenze? O dovremmo credere che tali contraddizioni strutturali riguardano solo certi paesi, tra cui il nostro? In tal caso, Ventura sarebbe in buona compagnia: gli economisti della Commissione europea la pensano esattamente così, tanto che hanno inventato un parametro – quella della disoccupazione strutturale o naturale – secondo cui in qualunque paese in un dato momento esiste un tasso di disoccupazione “naturale” che dipende proprio dalle condizioni “strutturali” di quel paese, che per loro natura non sono modificabili per mezzo di un diverso orientamento delle politiche economiche (il caso vuole che il tasso di disoccupazione naturale sia sempre molto vicino a quello della disoccupazione effettiva; per una critica teorica di questa impostazione si veda qui).

Per quel che riguarda l’Italia, la posizione di Ventura è quella condivisa – ahinoi – da ampi strati della popolazione: la crisi profondissima in cui versa il nostro paese non dipende dal regime economico-istituzionale vigente, dall’appartenenza dell’Italia all’unione monetaria europea, dalle politiche fiscali ed economiche perseguite in questi anni, ecc., – insomma, non dipende dalla politica e dunque non può essere risolta da quest’ultima, per esempio attraverso l’adozione di un regime economico-istituzionale diverso da quello vigente – ma dipende (i) da limiti immanenti, “strutturali”, forse addirittura antropologici, che per loro stessa natura non offrono soluzione, nonché (ii) dai peccati che abbiamo commesso in passato, in primis l’accumulo di un enorme debito pubblico, causato dall’aver vissuto per lunghi anni “al di sopra delle nostre possibilità”.

Analizziamo il primo punto: se veramente i problemi dell’Italia affondassero le loro radici nella struttura stessa della nostra economia (se non addirittura della nostra psiche), allora non si capisce, però, come l’Italia abbia potuto godere di una stagione di straordinario sviluppo durato fino alla fine degli anni ottanta. Fino a quel momento e per oltre trent’anni, l’Italia è stato uno dei paesi che cresceva più rapidamente in Europa. Poi, a partire dai primi anni novanta, quel trend non solo si arresta improvvisamente, ma addirittura conosce una drammatica inversione di tendenza che dura fino ai giorni nostri. I seguenti due grafici sono illuminanti: il primo mostra l’andamento della produzione industriale italiana relativo alla produzione industriale tedesca, mentre il secondo mostra il PIL italiano pro capite relativo agli altri paesi sviluppati.

 

Cosa è successo tra l’inizio e la metà degli anni novanta? Sono emersi improvvise “contraddizioni strutturali” nella nostra economia? Siamo diventati d’un colpo tutti corrotti e scansafatiche? O in quegli anni sono state prese delle precise decisioni politiche che potrebbero – forse – spiegare la curiosa parabola dell’economia italiana? Sarà una coincidenza – anche se dubito che Ventura, da materialista storico quale è, creda alle coincidenze – ma quelli sono gli anni in cui inizia il percorso di convergenza del nostro paese verso i criteri di Maastricht, che ha implicato non solo il fissaggio del tasso di cambio e una stretta fiscale estremamente violenta (che dura fino ai giorni nostri), ma anche – e soprattutto – un programma di “riforme” che ha investito praticamente ogni aspetto dell’economia italiana, che fino a quel momento si era caratterizzata per la pervasività del controllo e dell’intervento pubblico, trasfigurandone radicalmente la natura, in un processo non dissimile dalle “terapie shock” imposte dal Fondo monetario e dalla Banca mondiale ai paesi in via di sviluppo nel corso degli anni ottanta e novanta. Tra le misure adottate per “europeizzare” e “modernizzare” l’Italia ricordiamo la liberalizzazione di molti settori, lo smantellamento e privatizzazione di buona parte dell’apparato industriale e di pianificazione pubblico, la deregolamentazione del mercato del lavoro, la compressione salariale, ecc.

Già immagino la risposta di Ventura: «Va bene, anche ammettendo che queste misure abbiano avuto un qualche impatto negativo sull’economia italiana, esse erano comunque necessarie per risolvere gli eccessi di spesa dei decenni precedenti, di cui ora paghiamo le spese nella forma di un colossale debito pubblico». Tale interpretazione dei fatti – anch’essa molto diffusa purtroppo – non trova però alcun riscontro nella realtà. Come si può vedere nel grafico n. 5, nel corso di tutti gli anni settanta – ossia negli anni in cui abbiamo fatto ampiamente ricorso alla spesa in deficit – il nostro rapporto debito/PIL è rimasto relativamente stabile intorno al 50-60%, grazie soprattutto alla parziale monetizzazione del deficit pubblico e al calmieramento dei tassi di interesse da parte della Banca d’Italia.

A partire dai primi anni ottanta, poi, il debito esplode. Come mai? In quegli anni abbiamo cominciato a fare spesa clientelare e a elargire pensioni a pioggia come se non ci fosse un domani? Ancora una volta mi tocca smentire Ventura: le ragioni dell’esplosione del debito pubblico italiano negli anni ottanta non sono da ricercare in un improvviso aumento della spesa pubblica – che anzi è rimasta in linea con la media europea per tutto il periodo – ma piuttosto nella decisione di far aumentare vertiginosamente i tassi di interesse (funzionale alla partecipazione dell’Italia al Sistema monetario europea (SME), su cui non mi soffermerò per ragioni di spazio), in primis attraverso il “divorzio” tra Banca d’Italia e Tesoro del 1981, che ha formalizzato il divieto per la banca centrale di intervenire sul mercato dei titoli sovrani per calmierare i tassi di interesse. Per smentire definitivamente l’idea dell’Italia “spendacciona” che dovrebbe fare ammenda per “gli eccessi del passato”, poi, basti sapere che lo Stato italiano è uno dei pochi paesi al mondo che registra un avanzo primario – sarebbe a dire che le entrate (le tasse) sono superiori alla spesa pubblica – da quasi trent’anni, senza che questo abbia inciso sul rapporto debito/PIL, che anzi negli ultimi anni è tornato a crescere, soprattutto a causa della caduta del PIL (a sua volta imputabile alle politiche di austerità).

«OK – direbbe probabilmente Ventura – ma ‘sto debito, a prescindere da come si è accumulato, è comunque un problema, no?». Per sostenere tale tesi, Ventura traccia una suggestiva analogia tra l’Italia schiacciata dal debito e Antonio, il mercante di Venezia che nell’omonima commedia di Shakespeare fa da garante al suo amico Bassanio per un prestito chiesto da quest’ultimo all’usuraio Shylock. L’usuraio, come è noto, pone una condizione estremamente punitiva: in caso di mancata riscossione del debito, egli avrà il diritto di asportare una libbra di carne dal corpo del mercante. Secondo Ventura, l’Italia nel 2011, si è trovata nelle stesse condizioni in cui si ritroverà inaspettatamente Antonio: «i creditori hanno iniziato a dubitare che fossimo in grado … di restituire il debito» e dunque sono venuti a reclamare la loro libbra di carne, doverosamente offerta loro da Mario Monti (è la dura lex del mercato, baby). Il paragone è molto suggestivo, come detto; peccato che sia del tutto infondato da un punto di vista economico. Ventura, infatti, commette uno degli errori più comuni quando si parla di debito pubblico: quello di paragonare le finanze di uno Stato a quelle di un privato cittadino (il mercante di Venezia), di una famiglia o di un’impresa. Peccato che le due realtà non potrebbero essere più diverse: in quanto privati cittadini, siamo fin troppo consapevoli del fatto che per rimborsare un debito siamo costretti a intaccare le nostre entrate, ridurre le nostre uscite o entrambe le cose (insomma a “fare austerità”); che in caso di debito eccessivo possiamo diventare insolventi (“fare default”); e che in qualunque momento possiamo letteralmente “finire i soldi”.

Questi “vincoli”, però, in linea generale, non si applicano a uno Stato; o meglio, non si applicano a uno Stato dotato di sovranità monetaria (diverso è il caso di un paese appartenente all’eurozona, come vedremo). Laddove un paese disponga di una banca centrale disposta a garantire il debito pubblico emesso nella valuta nazionale, infatti, quest’ultimo non rappresenta mai un problema – né il paese sarà mai soggetto al rischio di default – poiché la banca centrale può sempre intervenire per sopperire a una eventuale carenza di acquirenti privati o per rimborsare i titoli in scadenza, esattamente come faceva la Banca d’Italia prima del divorzio del 1981. L’ha ammesso persino la BCE in un suo recente report: «In uno Stato che dispone della propria moneta fiat, l’autorità monetaria e quella fiscale sono in grado di garantire che il debito pubblico denominato nella propria valuta nazionale non sia soggetto al rischio di default, nella misura in cui i titoli emessi dal governo sono sempre monetabilizzabili in modo equivalente». Da ciò ne consegue che i soldi non sono una risorsa scarsa: la banca centrale, infatti, ha il potere di creare moneta in quantità illimitata e può impiegare tale potere per finanziare la spesa in deficit di uno Stato. L’unico vincolo reale è quello dell’inflazione, che a sua volta dipende dalla disponibilità di risorse reali (per intenderci: una volta impiegati tutti i fattori produttivi, se si continua a fare spesa in deficit, si avrà inflazione).

Purtroppo quello della scarsità della moneta è un mito duro a morire, anche in ambienti eterodossi e soprattutto tra i pensatori di matrice marxista (come Ventura). Non è un caso: uno dei principali responsabili di questo malinteso, a sinistra, è proprio un economista marxista, James O’Connor, che difatti Ventura cita profusamente nel suo libro. Nel 1972 O’Connor pubblicò un celebre libro, La crisi fiscale dello stato, la cui argomentazione principale era a grandi linee la seguente: poiché la capacità dello Stato di sostenere la domanda attraverso la spesa pubblica dipende dalla sua capacità di tassare il surplus dei capitalisti, la compressione dei profitti causata dalle contraddizioni emerse in seno al modello keynesiano tra la fine degli anni sessanta e l’inizio degli anni settanta (incapacità di risolvere il conflitto distributivo capitale-lavoro, inflazione importata a causa dello shock petrolifero, crescente competizione internazionale, ecc.) voleva dire che lo Stato non era più in grado di svolgere questa funziona regolatrice. Certo, gli Stati potevano sempre ricorrere al debito pubblico, ma questo avrebbe semplicemente posticipato il problema perché – scrive Ventura – «debito significa interessi, interessi significano ulteriore spesa pubblica, spesa pubblica significa aumento del prelievo fiscale», tornando così al punto di partenza.

Come detto, però, tutta l’analisi di O’Connor era viziata da una visione errata della natura della moneta, a sua volta derivante da una mancata comprensione delle implicazioni di fondo di ciò che era avvenuto l’anno precedente alla pubblicazione del libro, nel 1971: la fine del regime di cambi fissi di Bretton Woods. Questo evento di portata storica aveva inaugurato il passaggio da un regime monetario in cui la quantità di moneta che poteva essere emessa da uno Stato era limitata dalla quantità di riserve auree possedute dallo Stato in questione, a un regime monetario cosiddetto “fiat” (dal latino «così sia») – tuttora in vigore – in cui le valute non sono più coperte da riserve di altri materiali (come l’oro) e dunque non hanno più un limite teorico di emissione. Insomma, se il ragionamento di O’Connor – tutto basato sulla nozione della scarsità della moneta – poteva avere un senso fino al 1971, lo stesso non poteva dirsi nel mondo post-’71 (una critica più approfondita alle teorie di O’Connor è contenuta nel mio libro Reclaiming the State). Ma il danno ormai era fatto, tanto che a distanza di quasi mezzo secolo dalla pubblicazione del libro di O’Connor, c’è ancora chi si rifà a quell’analisi – già fallace al tempo – per spiegare la crisi attuale e la presunta impossibilità di perseguire politiche espansive nel contesto attuale.

Nella misura in cui tali limiti esistono oggi – particolarmente in Europa –, essi sono di natura prettamente politica, non tecnica o finanziaria. Con l’adesione all’euro e l’istituzione della Banca centrale europea (BCE), infatti, abbiamo rinunciato a una delle più importanti prerogative di uno Stato sovrano – la possibilità di emettere moneta –, acquisendo così «lo status di ente locale o di colonia», come avvertì il celebre economista britannico Wynne Godley nel 1992. E dunque, a differenza di uno Stato “normale”, siamo perennemente soggetti al rischio di default o comunque alla “buona volontà” della BCE. La “crisi del debito” del 2011 va letta unicamente in quest’ottica: lungi dall’essere la conseguenza di un debito eccessivo o della perdita di credibilità dell’Italia, come sostiene Ventura (come già detto, la “fiducia dei mercati” non ha alcun impatto sulla capacità di uno Stato sovrano di far fronte al debito emesso nella propria valuta, per il semplice fatto che uno Stato non dipende dai mercati per le proprie capacità di finanziamento), essa è esclusivamente imputabile all’assenza di una garanzia sui debiti pubblici da parte della BCE, cui Draghi ha parzialmente rimediato nel 2012. Come ha scritto Adam Tooze, direttore dell’European Institute alla Columbia University, in un magistrale articolo sul tema, «il ruolo dei mercati obbligazionari in rapporto alla BCE … non era tanto quello di un vigilante che colpisce a ruota libera, quanto quello di gruppi paramilitari che vengono autorizzati al pestaggio sotto lo sguardo della polizia … al fine di forzare i governi dell’eurozona a riequilibrare i loro bilanci». Insomma, più Garage Olimpo che Il Mercante di Venezia!

Ci sono molti altri temi trattati da Ventura che meriterebbero di essere approfonditi: il futuro del lavoro, la robotizzazione, la finanziarizzazione dell’economia, l’inflazione, la bilancia commerciale, ecc. In questa sede, però, ho preferito limitarmi a quelli che ritengo essere gli errori macroeconomici più, ahem, macroscopici compiuti dall’autore, ossia quelli riferiti alla moneta e al debito. Per concludere: il libro di Ventura è un’ottima lettura che offre delle riflessioni molti stimolanti e in parte condivisibili sui limiti della cultura, le falle del nostro sistema educativo, l’autopercezione dei “proletari cognitivi”, ecc. Purtroppo, però, se si parla di processi storico-economici, la letteratura non può sostituire una salda conoscenza dei meccanismi economici. Il rischio di confondere la fiction con la realtà, altrimenti, è sempre dietro l’angolo.