È possibile un giudizio equanime sull’opera di Carlo Vanzina?

“Ogni gruppo sociale, nascendo sul terreno originario di una funzione essenziale nel mondo della produzione economica, si crea insieme, organicamente, uno o più ceti di intellettuali che gli danno omogeneità e consapevolezza della propria funzione non solo nel campo economico, ma anche in quello sociale e politico”. A. Gramsci, Quaderni del Carcere.

Carlo Vanzina è morto e, seguendo la definizione di “intellettuale organico” citata in esergo, con lui se ne va il principale intellettuale organico della borghesia grande e piccola che è stata protagonista della rivoluzione neoliberale in Italia. In una parola, se ne va il grande intellettuale organico del berlusconismo. Non il più fine, magari, che lì la palma spetta al più colto e sfuggente Alfonso Signorini. Ma sicuramente uno dei più in vista.

Non si vuole qui esprimere un giudizio sulla produzione filmica di Vanzina, che non ci compete. Certo non si potrà essere accusati di snobismo intellettuale se si afferma che gran parte della sua opera rimane per moltissimi versi al di sotto degli standard della commedia all’italiana raggiunti nella stagione precedente, quella dei Monicelli, dei Magni, dei Germi. Ma non è questo il punto. Qui ci si interroga piuttosto sulle modalità con cui il regista scomparso ha esplicato il proprio ruolo, appunto, di intellettuale organico. Di creatore di un universo simbolico nel quale si sono manifestate quella “omogeneità e consapevolezza” del ruolo di un gruppo sociale in ascesa, e delle armi messe a disposizione di essa.

La presa di coscienza del ruolo egemonico della borghesia italiana a partire dagli anni ottanta trova la propria espressione, brutale ma allo stesso tempo lucidamente realista, nella figura del commendatore tra i protagonisti di Vacanze di Natale (1983), l’impellicciato Guido Nicheli. “Via della spiga – Hotel Cristallo Cortina 2 ore 54 minuti e 27 secondi. Alboreto is nothing”. E quindi il pacco di soldi esibito per superare la coda alla reception ed arrivare in camera in meno di 3 minuti, abbattendo così “il muro delle tre ore”. “Tu mi segui e non prendere iniziative”, ammonisce la moglie (sul ruolo subordinato affidato alla donna ritorneremo). E, ad operazione eseguita, indicando il facchino che esce dalla camera, “Hai visto l’animale com’è andato via scodinzolando?”. Non è questo il primo manifesto artistico della riscossa proprietaria? Solo 5 anni prima una scena del genere sarebbe stata non dico impossibile, ma impensabile. La borghesia italiana (ri)impara a pensare se stessa come classe dominante, passata la grande paura del trentennio precedente, in cui il proprio ruolo era stato, se non ribaltato, quanto meno messo in questione.

Se nell’economia le cose stavano dunque “tornando a posto”, lo stesso valeva nella società. Il ruolo della donna, subordinata, o destinata all’emancipazione soltanto grazie all’uso spregiudicato del proprio corpo come emergerà dai successivi “cinepanettoni”, contrasta diametralmente con il protagonismo assunto dalle figure femminili nella stagione precedente. Si pensi, solo per fare un esempio tra i mille, alla magnifica Stefania Sandrelli nel ruolo (rivendicato con orgoglio) della strega in Brancaleone alle crociate.

Due altri caratteri della rivoluzione neoliberale emergono nettamente dall’opera di Vanzina. Il primo, la distruzione del nesso temporale e la concezione del tempo come un eterno presente, da cui è espunto ogni contrasto dialettico. La perdita di futuro immaginata da Mark Fisher, che però i protagonisti di Sapore di Mare (1983) introiettano in maniera aproblematica, ed anzi alla quale paiono ambire con rimpianto.  L’altro, quello di rivoluzione passiva, ben esemplificato nella capacità di digerire e riutilizzare canoni e protagonisti della controcultura libertaria e progressista della stagione precedente e metterli a servizio del disegno controegemonico di restaurazione. Molte delle “muse” di Vanzina – e poi del berlusconismo “dispiegato” -, da Abatantuono che però sarà tra i primi ad allontanarsi da quell’universo simbolico a Massimo Boldi che invece ne sarà fino all’ultimo protagonista, vengono dal Derby di Milano, fucina di talenti comici e artistici capitanati dall’immenso Enzo Jannacci.

La grande restaurazione, per come Vanzina l’ha affrescata, aveva aspetti di brutalità e di sopraffazione che del resto il regista si guardava bene dal mascherare. Tuttavia a questa brutalità si affiancava una innegabile promessa di felicità. I film, ed i loro protagonisti, lasciavano sempre aperta una speranza sul futuro. Ecco, al di là di ogni spiegazione di carattere economico o culturale, si può forse affermare che il neoliberalismo ha vinto tra la coscienza della gente perché prometteva felicità. Lo stesso può dirsi di qualsiasi orizzonte culturale che si presenta nell’agone egemonico. Si pensi al socialismo delle origini, per come lo narra Bertolucci in Novecento. E allora, forse l’indizio più forte della crisi del modello neoliberale è costituito dalla sempre maggiore incapacità sua di promettere felicità. Un tramonto raccontato in maniera struggente da Don Winslow in L’inverno di Frankie Machine, col vecchio killer che rimpiange gli anni rampanti del reaganismo mentre fa i conti con le miserie attuali. E qui da noi? Oggi gli adolescenti di Sapore di mare, alle prese con l’alternanza scuola/lavoro e con le aspettative cadenti della piccola borghesia, non si potrebbero più godere le vacanze al Forte dei Marmi con la stessa spensieratezza e gli stessi orizzonti temporali lunghi. E i malati di football di Eccezziunale Veramente non potrebbero più affrontare trasferte avventurose per seguire la propria squadra del cuore, tanto più che il FMI ci ha appena avvertiti che quando ci sono i mondiali, per colpa della gente che si permette il lusso di starsene almeno due ore a godersi la partita, cala la produttività.