Integrazione e rinascita. L’esempio di Riace e del suo sindaco

T. Barillà, Mimì Capatosta. Mimmo Lucano e il modello Riace, Roma, Fandango, 2017.

Tiziana Barillà ci porta in un’esperienza tanto singolare quanto ignorata dalla letteratura nazionale e ci racconta la storia degli ultimi vent’anni di un remoto comune della locride, sulla punta dell’Italia, a due passi da Reggio Calabria, e soprattutto del suo sindaco Domenico Lucano, alias Mimì Capatosta.

Riace è un paese affacciato sullo Ionio che per conformazione fisica e storia repubblicana sarebbe potuto essere preso ad esempio per antonomasia di qualsiasi altro piccolo comune del Sud. Un borgo antico arroccato su in collina e quasi disabitato e una marina oggetto di speculazione turistico/edilizia dai contorni non proprio limpidi, quattromila e passa abitanti negli anni cinquanta che diventano milleottocento ai giorni nostri, ma qui viene la prima particolarità: circa cinquecento di questi abitanti sono migranti, ospitati a vario titolo grazie ai progetti portati avanti da vent’anni a questa parte. Si tratta di una percentuale che farebbe impallidire qualsiasi agitatore di paure per non parlare delle linee guida europee sull’accoglienza, eppure è proprio dal primo sbarco di curdi avvenuto nel 1998 che il piccolo comune ha trovato la strada giusta per la propria rinascita. Mimmo Lucano ha una biografia da attivista in varie esperienze collettive dei movimenti di sinistra della zona, ma quando inizia a mettere su la prima associazione che si occupa di accoglienza lo fa al di fuori di qualsiasi schema di appartenenza politica e in quella direzione continua la sua esperienza elettorale e amministrativa. Riace è isolata dalle infrastrutture in grado di garantire collegamenti agevoli e non è vicina ad alcun polo industriale (oggi sarebbe più corretto dire commerciale) capace di stimolare la crescita demografica, qui non ci sono modelli da inseguire, lo sviluppo (e con esso la sopravvivenza del comune) lo si deve inventare. Una delle prime idee è quella di coinvolgere i migranti nelle ristrutturazione delle case abbandonate, in modo da garantire più o meno ad ogni nucleo famigliare una sistemazione decorosa e, per quanto possibile, autonoma: i calabresi emigrati mezzo secolo prima in Venezuela, Canada, Germania, Piemonte, quando vengono contattati dal sindaco Lucano non possono che accettare e comprendere la richiesta di aiuto e ospitalità di chi è stato costretto a scappare dal proprio paese. Così i vicoli del borgo abbandonato riprendono vita, la scuola torna ad essere popolata di bambini e le strade di voci, le varie culture si mischiano e il quadro d’insieme inizia ad essere meglio dell’immagine di una collina in spopolamento. Il passo successivo sono i laboratori che riprendono le tradizioni artigianali del luogo e le inseriscono in un circuito di produzione del valore per la comunità in modo che chiunque si possa sentire parte di un progetto orientato al futuro, emergono soluzioni nuove a problemi atavici e così laddove i vicoli sono troppo stretti per permettere la differenziata questa viene fatta con il caro vecchio mulo, anche lui rinato a nuova vita. Questo modello di accoglienza, che è il primo vero frutto politico della nostra storia, funziona: alla fine più di cento residenti stranieri avrebbero avuto il diritto di andarsene verso l’eldorado del Nord ma sono rimasti lì, parte integrante della cittadinanza, l’esperienza si allarga e coinvolge i comuni limitrofi e non: Camini, Badolato, Acquaformosa, Caulonia, Saracena, Gioiosa Jonica iniziano a condividere i propri esperimenti amministrativi e sociali.

Assimilazione VS Integrazione

L’articolo di Dario Fabbri nel numero di Limes di questo mese pone l’attenzione, fra le altre cose, sulla differenza nei metodi di accoglienza dello straniero di vari paesi, dividendoli fondamentalmente in due categorie: quelli che hanno una visione egemonica del proprio ruolo nel mondo e quelli che non ce l’hanno. Nel primo insieme non possono mancare gli Stati Uniti, guidati dalla decisa intenzione di imporsi sul mondo, una missione che non può ammettere deviazioni, non a caso il loro modello di accoglienza viene descritto come un processo di assimilazione: un processo in cui ogni sforzo è indirizzato a rendere il nuovo arrivato parte del progetto collettivo, anche al costo di operare una rigida selezione, anche limitandone le libertà personali, un immigrato regolare negli USA può mantenere qualsiasi legame con la propria identità comunitaria, l’importante è che partecipi al progetto della nazione. Qual’è invece il disegno della nazione Europa che dovrebbe guidare le nostre pratiche di accoglienza? Quelle pratiche che hanno generato i CARA di Mineo e gli episodi di autolesionismo nei CAS, le cooperative per il caporalato organizzato, la sacerità sociale dei migranti, giustificata addirittura da produzioni legislative ad hoc. La massa umana che arriva dal mediterraneo viene organizzata e distribuita in nome dell’abbassamento delle condizioni di vita ai fini dell’integrazione e in questo senso diventa l’avanguardia di un vero e proprio laboratorio sociale, il tutto avviene sempre con la giustificazione dell’emergenza, anche se dopo più di un quarto di secolo dai primi sbarchi e con le previsioni che danno i flussi in costante aumento questo termine rischia di suonare ridicolo. La verità è che il disastro europeo sull’accoglienza è figlio del peccato originale dell’Unione Europea: la mancanza di un’idea di nazione e di popolo. Se i migranti che erano finalmente diventati liberi di andarsene sono rimasti a Riace è perché da profughi sono diventati cittadini, in questo senso il progetto di integrazione predisposto dal comune diventa un meccanismo di assimiliazione perché inserisce i nuovi arrivati in un disegno cittadino con un compito preciso rendendoli organici a questo sistema e quindi fisiologicamente legittimati.

Battere moneta

Sempre la necessità che aguzza l’ingegno è alla base di un altro esperimento tanto riuscito quanto osteggiato dalle istituzioni: la valuta complementare. Il Bonus era nato nel 2011 per arginare l’emergenza dovuta al ritardo nell’erogazione dei fondi per l’accoglienza che mancavano da più di un anno. I comuni e le associazioni avrebbero potuto far ricorso all’anticipo bancario a un tasso nella norma, ma Domenico Lucano proprio non aveva voglia di erodere la capacità di spesa del sistema di Riace e così furono coniate una serie di banconote di vario taglio per permettere ai migranti di comprare beni di prima necessità in paese e non bloccare l’economia cittadina, garantendo comunque il cambio fisso con l’euro, la spendibilità del conio alternativo e la certezza di poterlo cambiare in moneta corrente all’arrivo dei fondi. Tralasciando il periodo del 2011 che ha rappresentato davvero un’emergenza particolare, il problema della dilazione dei pagamenti agli SPRAR rimane centrale, con ritardi che possono arrivare anche a sei mesi, quindi il comune ha continuato ad erogare Bonus con le facce di Che Guevara e Nelson Mandela che col tempo sono diventati una vera e propria moneta nella definizione più classica: un mezzo di pagamento dal valore certo. Lontani dalla natura speculativa delle criptovalute e dal pericolo di insolvenza di Sardex e simili i Bonus assolvono anche un altro compito fondamentale: fanno da collante commerciale e culturale per la comunità, trattandosi di una moneta dalla circolazione geograficamente limitata diventano un catalizzatore dell’economia cittadina e rafforzano i legami di fiducia esistenti nel loro sistema di riferimento. Naturalmente alla burocrazia europea perfino un esperimento simile non piace poi tanto e anche in questo caso non sono mancati problemi amministrativi e giudiziari perchè “in Italia è vietata l’emissione di moneta e di qualsiasi suo sostituto se non in conformità con quanto previsto nei trattati dell’Unione Europea e dalla legislazione nazionale in materia” come recita la relazione di monitoraggio del Servizio Centrale. Nel frattempo Capatosta va avanti e per la gioia degli economisti da quest’anno i turisti che decidono di cambiare Euro in Bonus ricevono uno sconto del venti percento.

Acqua pubblica: più che un bene comune un bene comunale

Avete mai sentito parlare del dissesto idrogeologico in Calabria? La zona è caratterizzata da un’abbondanza di falde acquifere ad una discreta profondità. Non tutti sanno che la Calabria è la regione che può contare sulla più ampia disponibilità di acqua potabile in Europa e Lucano trova il suo personale pozzo a 157 metri sotto il suolo in territorio cittadino. Le leggi di bilancio sempre più restrittive e il fiscal compact lasciano pochi margini di manovra alle amministrazioni e anche Riace non avrebbe gli 80.000,00 euro necessari alla costruzione di un impianto di estrazione e distribuzione dell’acqua, tuttavia il comune ogni anno ne versa 180.000,00 alla Sorical (società mista tra Regione Calabria e, chi l’avrebbe mai detto, Veolia) per lo stesso servizio. Proprio da questa somma vengono presi i soldi che servono, in una corsa contro il tempo che impone di finire i lavori prima della scadenza della seconda rata annuale, poi va cambiato lo statuto comunale più le consuete traversie giuridiche. Oggi a Riace l’acqua costa 20 euro all’anno, e si può anche migliorare: pare che a Saracena sia gratis.

Prima e durante la scrittura del libro di Tiziana Barillà i telegiornali sono pieni di episodi di cronaca nera riferiti a migranti, chiunque abbia avuto a che fare col Cara di Mineo è sotto inchiesta per qualche indicibile misfatto, la Sorical, e quindi la Veolia, è stata accusata dalla corte dei conti di aver determinato illegalmente le tariffe. Eppure sotto la lente di ingrandimento ci è sempre finito Domenico Lucano che si avvia a concludere il suo terzo ed ultimo mandato da sindaco di Riace. Qui gli immigrati non rubano, non spacciano e soprattutto non vanno via e i trentacinque euro tanto cari a Salvini sono serviti a dare lavoro ad ottanta persone e a costruire una comunità.

Se po’fà…

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