La grande convergenza. Siamo davvero condannati a vestire i panni di Marte?

Forse, come avvertiva Zhu Enlai, è ancora troppo presto per poter valutare a pieno gli effetti della rivoluzione francese. Se così fosse, ancor più prematuro sarebbe un giudizio sulla rivoluzione di cui lo stesso Zhu Enlai fu protagonista, quella cinese. Non la pensa però così Mireno Berrettini, che nel suo ultimo lavoro, Verso un nuovo equilibrio globale, affronta il tema de le relazioni internazionali in prospettiva storica  (Roma, Carocci, 2017, 159 pp., 17 euro).

Accanto a quello del coraggio intellettuale, della padronanza del dibattito storiografico e politologico e dell’abilità nel disporre delle fonti, il merito principale del volume è senz’altro quello della chiarezza e spregiudicatezza interpretativa. In tempi di crisi delle grandi narrazioni e di sterile positivismo storiografico, il libro costituisce da questo punto di vista (e non solo) una ventata d’aria fresca. Berrettini fa proprio il paradigma, sistematizzato da Pomerantz e poi variamente declinato da altri studiosi di geopolitica, della Grande divergenza: a partire dalla metà del XVIII secolo l’Occidente si sarebbe avvalso di tutta una serie di contingenze sociali, naturali e tecnologiche per dipanare la propria egemonia sul resto del globo, a spese della altre aree, in particolar modo la Cina, divenute via via periferiche. Valutando appunto in prospettiva storica le relazioni internazionali, l’Autore mette in risalto il carattere di eccezionalità della Grande divergenza, giungendo alla conclusione che il XXI secolo pone in qualche maniera fine a questa lunga parentesi di dominio occidentale. Il multipolarismo e la varietà delle opzioni egemoniche in campo costituiscono, a differenza da quanto possa essere abituato  pensare chi ha vissuto gli ultimi due secoli, la normalità nelle relazioni internazionali. Ciò a cui stiamo assistendo in questo scorcio di secolo sarebbe dunque l’inizio di un processo a ritroso – il “ritorno di un futuro passato”, per dirla con le sue stesse parole -, una sorta di grande convergenza. Le vicende tanto delle relazioni tra i players internazionali quanto tra i gruppi sociali sono letti tutti all’interno di questo movimento pendolare. Nel momento in cui il pendolo torna ad oscillare dalla parte della convergenza, del riequilibrio nelle relazioni di potere globale, tutte le caratteristiche dell’epoca della divergenza vengono a mancare, o risultano comunque relativizzate.

La fase “divergente” sarebbe stata caratterizzata dall’egemonia di una poliarchia euroatlantica (p. 87): il sistema di Stati uscito dalla pace di Westfalia, al di là delle rivalità interne alla sfera egemonica occidentale, assume così il carattere di un insieme funzionale al dispiegarsi di un predominio non di questo o quell’elemento dell’insieme, ma dell’intero sistema occidentale (pp. 64-66). Una visione suggestiva, che trova conferme nel periodo della lunga pax britannica ottocentesca, contraddistinta dall’alleanza anti-cinese delle guerre dell’oppio e dal congresso di Berlino del 1885; e in quello della più breve pax americana sorta dalle macerie del muro di Berlino. Ma che pare da relativizzare per quanto riguarda il nucleo centrale del Novecento. Emerge invece dalle pagine del volume un forte ridimensionamento del carattere realmente bipolare assunto dalla relazioni internazionali nel corso della guerra fredda, una cornice temporale al cui interno l’Autore colloca l’apogeo dell’egemonia statunitense; e una sottovalutazione del carattere destabilizzante per l’ordine mondiale assunto dal costituirsi dei due Reich tedeschi. Alla questione tedesca, cui per lo meno si riconduce l’origine della guerra fredda (p. 47 e p. 51), sono infatti dedicate solo poche righe (p. 87), a dispetto di un’attualità che dovrebbe far maggiormente riflettere sulla storica problematicità dell’integrazione della Germania nell’ordine globale (sia di quella guglielmina che di quella hitleriana che di quella riunificata alla fine della guerra fredda). 

Se questa criticità può essere individuata nella potente narrazione dell’Autore, ciò che invece costituisce un grandissimo merito del libro è la rivalutazione dell’impatto della decolonizzazione e soprattutto della rivoluzione cinese come elemento centrale della storia del XX secolo. Nel lungo periodo, pare suggerire Berrettini sulla scorta di studiosi come O. A. Westad, guardando al Novecento bisognerà individuare nel ritorno della Cina da protagonista sullo scacchiere globale  l’evento di maggiore importanza (p. 58 e p. 62), a discapito dello scontro tra USA e URSS ed i rispettivi alleati. Uno scontro comunque esauritosi con l’89, per cui con lucido realismo l’Autore stigmatizza il comportamento delle classi dirigenti europee occidentali sempre ancorate a schemi sostanzialmente fermi ai tempi del conteinement (p. 82).

Alla luce dalla subordinazione del resto delle aree del pianeta al sistema imperiale policentrico euro-atlantico sono letti pure i grandi fenomeni della storia sociale e politica del mondo otto-novecentesco. Tutti gli -ismi che hanno reso il nostro passato recente così terribile e glorioso non si sarebbero potuti produrre al di fuori della cornice della grande divergenza. Ne esce problematizzata la questione che per brevità potremo chiamare del riformismo. Le conquiste sociali, democratiche e civili che hanno contraddistinto le nostre società sono classificate in qualche maniera come “lussi” dovuti all’eccezionalità della grande divergenza. Il legame tra imperialismo e possibilità del riformismo in occidente è un paradigma assai frequentato, dalla Luxembourg a Lenin ad Harold Laski. Ma mentre per i classici del pensiero marxista e anti-imperialista ad una soluzione si sarebbe giunti attraverso una federazione mondiale di popoli ed una riforma o radicale trasformazione degli Stati, per l’Autore la fine della grande divergenza pone fine ad ogni sogno irenico e/o palingenetico (p. 88). Il multipolarismo dell’età della convergenza è un multipolarismo muscolare, in cui, per usare una metafora dell’Autore, l’Europa dovrà abbandonare le comode braccia di Venere per tornare a vestire i panni di Marte (p. 91); così come i gruppi sociali dovranno adattarsi alla sopravvivenza in questa giungla concorrenziale globale. Anche i movimenti populisti emersi in questo scorcio di secolo vengono letti all’interno di questo paradigma “della scarsità”: non, cioè, riconfigurazione di blocchi sociali in lotta per l’egemonia e per la costruzione di un futuro di pace e prosperità, ma movimenti residuali in lotta per accaparrarsi gli ultimi scampoli di benessere relativo mentre alle porte bussano i barbari.

Da un punto di vista democratico e progressista sarebbe poco proficuo voltare le spalle di fronte allo scenario delineato da Berretti. Uno scenario di lotta accanita per l’egemonia su scala globale e di ritorno al passato nei rapporti sociali all’interno degli Stati si sta per certi versi dispiegando già sotto i nostri occhi. Può tuttavia, e anzi deve, essere sovvertito, a patto che vengano messi in campo nuovi disegni internazionali di cooperazione e produzione democratica e che siano in grado di sviluppare le potenzialità positive dell’ordine multipolare proprio dell’età della convergenza.