Libero scambio e protezionismo. Al di là dei luoghi comuni

È urgente rileggere il saggio La globalizzazione intelligente, di Dani Rodrik, scritto nel 2011. Rodrik è forse uno dei più influenti economisti viventi. Vi si trovano almeno tre temi decisivi, che dovremmo essere in grado di riportare al centro del dibattito per comprendere meglio le sfide alle quali la contemporaneità ci espone.
Primo: Stato e mercato non sono antitetici o nemici, come ha cercato di farci credere il mantra della narrazione neoliberista. Al contrario, sono complementari. Rodrik cita e sviluppa uno studio di D. R. Cameron che dimostra come nei paesi nei quali la produttività e il commercio sono più avanzati, c’è stato uno sviluppo maggiore dello stato e del pubblico. Perché? Semplicissimo. Se vuoi fare business hai bisogno delle regole, hai bisogno di giudici che puniscano chi ti frega, di polizia che controlli, di infrastrutture, di uno stato sociale che consenta un aumento della domanda interna. Paesi come la Francia e l’Italia hanno uno stato che incide quasi su metà del Pil, ma Svezia e Olanda arrivano al 55-60%. Quindi non è vero che più Stato uguale meno mercato, ma il proprio il contrario. Laddove c’è più mercato, c’è bisogno di più Stato. Dove questo non accade si creano asimmetrie e disarmonie, come negli  Stati Uniti, il paese più ricco al mondo con 105 milioni di persone in povertà assoluta, o nel modello della flat tax.
Secondo: propendere verso politiche liberoscambiste o protezioniste non è sinonimo di progressismo o di oscurantismo, ma tutto dipende dalle contingenze storiche e dai rapporti di forza. Nel 1845 in Inghilterra si approva la Corn Low. Questa legge di ispirazione ricardiana eliminò i dazi sul commercio del grano. In questo modo si colpivano gli interessi della nobiltà oziosa e, diminuendo il prezzo del pane, questo concedeva agli imprenditori di diminuire i salari che, come ricordava Marx, corrispondevano alla mera sopravvivenza. È l’inizio della politica inglese liberoscambista, saggiamente intrapresa da un paese che aveva un vantaggio sugli altri in termini di produttività. Se sei più competitivo degli altri è ovvio che ti conviene che i dazi siano bassi. In quegli anni però non tutti pensavano che il libero scambio fosse la scelta migliore per il loro paese. Cosa succede negli Stati Uniti? Tra le cause della Guerra di secessione americana (1861-1865) ci furono le diverse esigenze economiche degli Stati del sud, rispetto agli Stati del nord. Gli Stati del sud avevano un’economia che si basava sullo schiavismo e le monocolture del cotone e del tabacco, evidentemente votate all’esportazione. Questi stati volevano intraprendere una politica liberoscambista. Per forza, a loro conveniva. Gli Stati del nord abolizionisti, invece, volevano tutelare un’economia manifatturiera nascente e non ancora competitiva, e, di conseguenza, erano protezionisti. Infatti,  già all’inizio della guerra, Lincoln alza i dazi addirittura al 45%. Nei decenni successivi la politica americana continuerà ad essere fortemente protezionista e proprio in questo periodo la produttività e la ricchezza statunitense supereranno quella inglese. Quindi Stati del nord abolizionisti e progressisti erano protezionisti, mentre gli Stati del sud che tutelavano gli interessi di pochi latifondisti schiavisti erano liberoscambisti. Come si vede le connessioni non sono sempre così lineari.
Terzo: Keynes e l’ordine di Bretton Woods che regolò il mondo nei decenni di maggiore sviluppo  delle nostre civiltà erano critici con l’iperglobalizzazione e per una globalizzazione moderata e intelligente. Per chi non lo sapesse Keynes non era proprio un oscuro sovranista, ma una persona coltissima, cosmopolita e aperta in ogni ambito; era bisessuale e curiosissimo, non certo un Orban del secolo scorso. Studia e lavora a Cambridge all’inizio del ‘900, forse uno dei luoghi, in quegli anni, più fervidi e innovativi; un’Atene periclea contemporanea. Bertard Russel nella sua autobiografia descrive Keynes come la persona più brillante, veloce, acuta che avesse mai conosciuto. L’inglese Keynes fino agli anni Venti era a favore del liberoscambio. Poi, dopo la crisi del ’29, come tutte le persone intelligenti e intellettualmente oneste, al mutare dei fatti cambia la griglia concettuale per interpretarli. Nel 1933 l’economista scrive un articolo dal titolo Autosufficienza nazionale, nel quale sostiene che mentre le idee, la conoscenza, l’ospitalità e i viaggi debbono rimanere internazionali, i beni e la finanza debbano sottostare ad un controllo statale. Questo sarà il principio che animerà Bretton Woods, ovvero l’accordo tra gli Stati che regolerà il commercio mondiale con la creazione del Gatt dalla fine della seconda guerra mondiale fino all’inizio degli anni ‘90, quando verrà smobilitato a favore di un modello di iperglobalizzazione liberoscambista. Il principio era semplice: nell’agricoltura e i servizi ogni stato decideva i suoi dazi; c’era invece una condivisione e un accordo rispetto ai dazi nel manifatturiero, i quali però potevano anche essere poi modificati o ripensati. Bisognava determinare una sufficiente disciplina internazionale per favorire gli scambi, ma nel contempo lasciare abbondante spazio ai governi per rispondere alle esigenze sociali ed economiche della patria. La politica internazionale doveva essere rispettosa degli obiettivi della politica interna, tra cui il pieno impiego, la crescita economica, l’equità, le assicurazioni sociali e il welfare.
Perché questo fosse possibile Keynes pretese e ottenne che a Bretton Woods si costruisse un nuovo ordine nel quale veniva vietata la libera circolazione dei capitali. Questo per due motivi. Il primo perché bisognava controllare e regolamentare la finanza. Infatti finché saranno in vigore le regole decise a Bretton Woods non ci saranno crisi finanziarie. Quando invece negli anni Novanta si deciderà di liberalizzare i movimenti di capitale si assisterà  a continue crisi: la crisi asiatica nel 1997, poi quella Argentina, la crisi del 2007 che stiamo ancora pagando, la speculazione negli Stati del sud Europa del 2011 che abbiamo subito anche noi. In secondo luogo, perché se i capitali avessero potuto muoversi liberamente, gli Stati sarebbero stati costretti ad imporre politiche di dumping fiscale e salariale per attirarli. Ciò avrebbe voluto dire addio alle politiche di piena occupazione e ai diritti economico-sociali. Questo è esattamente quello che si è verificato dopo che, a partire dall’inizio degli anni Novanta, si è deciso di liberalizzare i movimenti dei capitali.
L’ordine di Bretton Woods ha creato un mondo di stati autarchici ripiegati su se stessi? No, al contrario. Con gli accordi che diedero vita al Gatt, dal 1948 al 1990 il commercio mondiale crebbe come non era mai cresciuto e come non crescerà più, ovvero del 7% all’anno. Questo fu però uno straordinario compromesso perché fu la crescita delle economie nazionali a sviluppare il commercio, furono economie nazionali sane a stimolare l’economia mondiale, anche in presenza di controlli sul commercio.
Quindi liberoscambisti o protezionisti? Per una iperglobalizzazione o, come afferma Rodrik, per una globalizzazione intelligente? Non lo so; discutiamone in maniera analitica, ma, per favore, evitiamo etichette banalizzanti come “sovranista”, “rossobruno” o “populista”. Cerchiamo di capire storicamente quali siano stati gli ordini internazionali che hanno garantito in maniera più efficace un compromesso tra crescita, aumento del commercio, piena occupazione e diritti. A meno che non si voglia dire che Lincoln e Keynes erano “sovranisti rossobruni” e gli schiavisti Stati americani del sud “progressisti” e “cosmopoliti cool”.
Vai alla barra degli strumenti