L’innovazione passa anche per lo Stato

Alessandro Obino nel suo ultimo libro, Risorse-Umani 4.0, analizza il mondo del lavoro odierno in maniera disincantata e sicuramente ben informata. Ma esagera nel criticare il possibile ruolo dello Stato

Tempo fa Alessandro Obino, progettista informatico e proprietario di Exagogica, mi contattò via Facebook per farmi sapere che nel suo ultimo libro ero il giornalista più citato. Le mie interviste a Raffaele Ventura e a Giuseppe Catozzella, che avevo fatto per L’Espresso, lo avevano aiutato a descrivere il quadro della situazione italiana odierna nella sua opera Risorse-Umani 4.0. Perché Industria 4.0 e l’avvento dell’era digitale ci rendono sempre più risorse e sempre meno umani (Castelvecchi, 2018).

Mi ha fatto la cortesia di inviarmi il libro, che ho letto con piacere. Si è rilevata essere una buona analisi dello stato delle cose nel mondo del lavoro, che punta a far capire come non dobbiamo subire l’attuale era digitale ma piuttosto accettarla e muoverci creativamente all’interno di essa cercando di capire quali competenze occorrano. Fin qui il cuore delle sue argomentazioni, che è certamente di buon senso. Ho però l’impressione che la sua impietosa analisi del settore pubblico italiano sia troppo ingenerosa, almeno nella sua dimensione storica. Più in generale, esiste in questo volume una sfiducia ricorrente nelle possibilità della politica che non può essere accettata.

Le FAAMG e l’educazione italiana

Che le aziende digitali dominino non solo le nostre vite ma i mercati azionari è un fatto accertato. Facebook, Apple, Amazon, Microsoft, Google: sono queste, le multinazionali FAAMG, quelle che fatturano più di tutte le altre grandi imprese. Se solo 15 anni fa erano compagnie petrolifere come la Exxon Mobil e banche come Citigroup e Bank of America a dominare a Wall Street, oggi sono Zuckerberg, Bezos e Page ad aver vinto la partita. I colossi digitali hanno prodotto reti che mettono in relazione produttori e consumatori in maniera direttissima, con un semplice click: è il cosiddetto capitalismo delle piattaforme. Quasi tutta la nostra vita lavorativa e sociale dipende dalle scelte delle loro dirigenze, tanto che non solo autori come Jonathan Taplin dichiarano sul New York Times che il loro monopolio non è più giustificabile ed andrebbe rotto o almeno regolato allo stesso modo in cui all’inizio del Novecento si fece con il colosso delle telecomunicazioni At&T, ma persino il cofondatore (ora senza più quote azionarie) di Facebook, Chris Hughes, ha scritto sullo stesso giornale che è giunto il momento che il regno di Zuckerberg, proprietario anche di WhatsApp e Instagram, sia spezzato. Hughes ha in particolare posto l’accento sulle scorrette pratiche di esclusione dalle pagine di Facebook delle estensioni di altri social come Twitter e Snapchat, accusando così Zuckerberg di stare bloccando l’innovazione nel settore, e sui problemi emersi in merito alla gestione di dati personali.

Qualcun altro, come Nick Srnicek, è arrivato persino a chiedere che i giganti digitali diventino di proprietà pubblica. Un invito non così peregrino se pensiamo che svolgono già utilità pubbliche; oltre a fungere da piattaforme per l’iniziativa imprenditoriale, chiudono la bocca ai neofascisti sostituendosi in questo allo Stato italiano!

L’invito di Obino, per certi versi più modesto ma comunque fondamentale, richiama invece ad un impegno soprattutto individuale, considerando che ripone ben poche speranze nella politica. E’ attraverso la nostra creatività che possiamo utilizzare queste reti per svilupparci professionalmente; ma per fare questo dobbiamo affidarci soprattutto alle nostre capacità di approfondimento, visto che le necessarie riforme del nostro sistema scolastico, inadatto alle sfide che abbiamo davanti, non vengono fatte. L’attacco di Obino si scatena in particolare contro il liceo classico, che a suo avviso è troppo concentrato a formare gli studenti italiani sulla cultura tradizionale (letteratura e lingue antiche), pur importanti; più in generale, la scuola e l’università dovrebbero piuttosto, a suo avviso, educare ad utilizzare i saperi umanistici in combinazione con le abilità logico-matematiche per la crescita professionale. Un punto di analisi condivisibile, seppure a tratti, forse, troppo acido verso un sistema scolastico su cui pure lui stesso si è formato (è uscito dal liceo classico e poi ha studiato scienze della comunicazione all’università). Ad esempio, se è vero che non brilliamo nelle materie scientifiche, è pur vero che in fondo per quanto riguarda le capacità matematiche siamo in perfetta media Ocse. I propositi di Obino sono solo in parte condivisibili, perché se è vero che tali competenze vanno apprese con uno sforzo individuale nel conoscerle, questa sfiducia generalizzata per la politica non può essere appoggiata.

Il settore pubblico italiano

Il modo in cui l’autore alle sue conclusioni è peraltro oggettivamente discutibile quando passa per una condanna totale della storia del settore pubblico italiano, della cui situazione odierna di certo non possiamo parlare troppo bene. Accanto a corrette valutazioni su come nel cruciale periodo delle privatizzazioni dei colossi pubblici italiani i nostri capitalisti abbiano pensato più a come fare denari che a produrre innovazione, acquistando e rivendendo gli apparati imprenditoriali pubblici senza impegnare risorse nella ricerca e nello sviluppo, Obino sembra completamente tralasciare quanto le nostre aziende di Stato abbiano in precedenza contribuito fortemente a far diventare il nostro Paese tra i primi nel mondo per sviluppo imprenditoriale. 

Come ha raccontato Simone Gasperin in Riuscire a riveder le stelle? Uno sguardo al passato per un Rinascimento economico italiano, saggio contenuto nel libro I giovani salveranno l’Italia. Come sbarazzarci delle oligarchie e riprenderci il futuro (Imprimatur, 2018), nel 1975 le nostre Iri ed Eni impiegavano insieme il 30% della spesa complessiva in ricerca e sviluppo impiegata allora in Italia.

La Stet (gruppo Iri) realizzò nel 1977 il primo esperimento al mondo di cablaggio della fibra ottica in un contesto urbano; lo stesso anno l’Italia inviava in orbita il satellite Sirio progettato e costruito in Italia attraverso una collaborazione tra Cnr e aziende del gruppo Iri. A fine anni ’80, la società Autostrade (quando ancora in mano pubblica) introdusse il primo sistema al mondo su larga scala per il pagamento del pedaggio autostradale: il famoso Telepass.

Questi sono solo alcuni esempi di come il sistema produttivo pubblico italiano era allora in grado di produrre innovazione. Giustamente, per quanto riguarda l’ambito privato Obino ricorda l’esempio di Adriano Olivetti, il cui gruppo industriale fu certamente all’avanguardia nel settore dell’elettronica (dalla sua impresa uscirono fuori infatti il primo calcolatore multifunzione e la prima macchina da scrivere elettronica al mondo); ma in merito al settore pubblico, si limita solamente a denunciare le disfunzioni della “politicizzazione”. Sebbene la corruzione sia odiosa, ricordare solo questo come prodotto delle imprese pubbliche appare ingeneroso verso gli sforzi da esse prodotti nel dopoguerra.

Negli anni ’90 arrivò la stagione delle privatizzazioni, tutte giustificate dai nostri politici con lo scopo di risanare il debito pubblico, ma i cui ricavi non potevano pagarne nemmeno una piccola parte; il debito é infatti rimasto sempre molto alto.
Obino ricorda giustamente che il comportamento dei capitalisti italiani in quel periodo è stato da pescecani; la Olivetti è stata smembrata e indebitata dalle gestioni De Benedetti e Colaninno, così come la Telecom dalla gestione Tronchetti Provera. Allo stesso modo, le privatizzazioni delle aziende Iri hanno portato l’Italia ad affacciarsi al nuovo millennio senza imprese rilevanti nel settore della ricerca e dello sviluppo. Ricorda infatti ancora Gasperin che tra le prime cinquanta imprese dell’Unione Europea per innovazione, il nostro Paese ne annovera solo tre: Fca all’11° posto, Telecom Italia al 21°, Leonardo al 28°. Le prime cinque, invece, sono tutte tedesche.

Se, come disse Catozzella nell’intervista a me rilasciata, manca oggi in Italia “un senso collettivo di nazione e partecipazione” e “uno slancio culturale verso il futuro”, potremmo cercare le cause anche in quel periodo di svendita di un intero patrimonio imprenditoriale e tecnologico.

Conclusioni

E’ certamente preziosa questa riflessione da parte di Alessandro Obino, che ha avuto la fortuna di frequentare proprio il centro di ricerca della Fiat, l’Isvor. La sua tristemente lucida analisi su quanto sia difficile per un giovane trovare il proprio posto nel mondo del lavoro ci serve per fare un’operazione di ricognizione del quadro in cui ci muoviamo. E d’altro canto, è lui stesso a ricordarci che è il lavoro che rende degna la nostra esistenza. Come ricorda Ventura nell’intervista a me rilasciata, “quello che fa muovere la società è qualcosa basato su una scommessa irrazionale”, ed è quella che dobbiamo fare noi in quest’era digitale per trovare la nostra strada.

E’ stato però necessario in questa sede smontare la sua sfiducia verso le possibilità della politica, che noi di Senso Comune del resto ci impegniamo a ricostruire.