No alla rassegnazione della classe disagiata. Un altro mondo è possibile

Da che cosa nasce il disagio per un giovane oggi? Soprattutto dal non vedere realizzate nella realtà le proprie aspirazioni. Soprattutto quando legate al settore umanistico (arti, filosofia, letteratura ecc.). Proprio in un’epoca dove le possibilità tecniche stanno raggiungendo vette incredibili si vive il paradosso di avere maggiori difficoltà di una volta a poter vivere delle proprie passioni. Come uscirne? Di questo ha provato ad occuparsi Raffaele Alberto Ventura nel suo libro Teoria della classe disagiata, edito con Minimum Fax. Un libro scritto bene e ricco di bibliografia, ma pressoché nullo al momento di offrire una prospettiva ai problemi aperti.

Molte recensioni sono già uscite per parlare di questo ormai conclamato caso editoriale, che è sulla bocca di molti. Il fatto che esista questo successo indica che il problema delle ambizioni giovanili frustrate esiste anch’esso ed è forte. Ed anche se Valerio Mattioli ha ricordato che la gioventù di cui scrive Ventura non è che un segmento di società (la classe medio-alta, che comincia la propria corsa della vita da posizioni agiate, ma non sufficienti per arrivare davvero a vincere la competizione in un’economia disastrata) è evidente che il solo parlare di frustrazione risveglia l’interesse della grande parte del nostro Paese in questo momento storico.

Il registro stilistico del volume è invidiabile. L’economia è argomento ostico per molti: solo i coraggiosi la affrontano in tutte le sue tecnicità, e alle volte ne abbandonano persino gli studi presi dal tedio e dalla noia di vedersi davanti una serie di numeri e non di persone e di storie di vita. In questo senso la trovata di Ventura è geniale. Ha deciso di parlare di teorie ed avvenimenti economici paragonandoli a storie letterarie, tra cui anche i capolavori di Shakespeare o Cechov. In questo senso l’esperimento dell’autore è riuscito. Non ha solo mostrato di saperne molto di letteratura. Anche la bibliografia economica convocata è quantomeno rispettabile. Ha pescato a piene mani da Marx e Keynes, citando anche una serie di autori che a loro si rifanno, sconosciuti a tanti ma non a chi si è occupato di questi due grandi del pensiero economico. Dimenticati scrittori marxisti di economia come Paul Mattick e Ernst Mandel vengono fatti conoscere ai nuovi disagiati che, presi dalle proprie ambizioni, forse mai li avevano sentiti nemmeno nominare. Ma è soprattutto Thorsten Veblen il riferimento principale.

Noto soprattutto per essere il padre della scuola di pensiero istituzionalista, che proponeva di studiare le categorie sociologiche (lo Stato, la famiglia, l’individuo…) per comprendere l’economia, Veblen scrisse un trattato al cui titolo Ventura fa l’occhiolino: Teoria della classe agiata. L’economista americano con origini norvegesi si dedicava qui al particolare fenomeno dell’aumento di domanda per quei beni che vedono aumentare il proprio prezzo. Tra questi, i beni culturali. La classe disagiata di Ventura fa incetta di musica, libri e altri prodotti artistici per confermare il proprio status sociale. Bello. Ma per Veblen questo è il segno di un abbandono del settore produttivo dell’economia che porterà prima o poi alla decadenza. E secondo Ventura, per noi questa decadenza è arrivata. Chi si è dedicato ad attività oziose come l’arte, la filosofia, la letteratura, non ha più posto in un’economia in crisi. Può continuare a fare il prosumer con i social network e tutti i programmi esistenti per produrre velocemente materiale da far consumare a quante più persone possibile, ma non è destinato a poter guadagnare se i soldi li deve ottenere da capitalisti e lavoratori che hanno altre urgenze. La classe disagiata è destinata alla decadenza come la protagonista del capolavoro di Bob Dylan, Like a Rolling Stone. Questo è il quadro descritto da Ventura. Altro compito non rimane all’uomo colto che testimoniare il proprio disfacimento perché altri possano far di meglio nelle proprie vite.

Analisi interessante. Ma per quanto Ventura si sia messo a studiare economia, ha comunque filtrato le fonti per mantenere una posizione crepuscolare, eccessivamente disillusa quando non proprio disperata. Inoltre, come ha già fatto notare Thomas Fazi, diversi stereotipi riguardanti la necessaria austerità nelle finanze pubbliche che vengono ripresi nel libro si rivelano falsi se si considerano le reali possibilità di autofinanziamento dello Stato. 

Per corroborare la sua visione Ventura ha deciso di utilizzare come postfazione uno dei più bei scritti di Karl Marx, nonché il primo di cui si sia a conoscenza: Considerazione di un giovane in occasione della scelta di una professione. Si tratta di un tema scritto per la scuola a 17 anni, in cui il futuro filosofo di Treviri delineava delle linee guida attraverso le quali una ragazza o un ragazzo appena uscito da scuola potrebbe scegliere cosa fare della propria vita. Marx invitava a non seguire né illusioni né eccessivi idealismi, ma piuttosto di sviluppare una coscienza che portasse a seguire un cammino che serva non solo a sé ma all’umanità intera. Giova forse ricordare che lui stesso cambiò percorso di vita quando un altro era già stato incominciato: la famiglia lo voleva avvocato, ma dopo un anno di giurisprudenza scelse la filosofia. Uno scritto davvero bello, in cui Marx fece già intuire le sue straordinarie doti di pensatore. Ma inserito in un quadro così pessimista come quello di Ventura sembra quasi funzionare come mezzo per l’invito da lui proposto di abbandonare sogni artistici strampalati.

Per entrare nelle forti criticità che tutto il ben fatto discorso di Ventura presenta, credo occorra in primo luogo ricordare quanto importante sia il ruolo della cultura (termine che qui utilizzerò proprio per riassumere in una sola parola tutte le produzioni artistico e letterarie) nella società. Essa ci può mettere nella condizione di poter sviluppare la sensibilità giusta per cogliere le cose del mondo ed orientarle verso buoni fini. “La vita senza musica sarebbe un errore”, ricordava per esempio Friedrich Nietzsche. Insomma non possiamo rinunciare a ricordarci che possiamo essere belle persone, nonostante tutto quello che succede nel mondo. Il rischio del discorso di Veblen prima e di Ventura poi è proprio questo: degradare la cultura a inservibile (discorso tipicamente economicista) quando invece rappresenta proprio l’anima del mondo. E chi decide di dedicarsi ad essa non contraddice il giovincello Marx, perché se si diventa bravi si può effettivamente seguire la causa del bene dell’umanità, in virtù delle riflessioni appena fatte.

E’ però giusto che solo una certa parte della popolazione possa dedicarsi a tale attività? Insomma, è giusto perseverare nell’idea che debba esistere una classe agiata che possa occuparsi dell’arte, mentre il resto della popolazione deve lavorare spaccandosi la schiena oppure cercare di arraffare più soldi possibile, e ridursi eventualmente a far sovvenzionare la produzione artistica dai mecenati? E’ giusta insomma l’esistenza della divisione della società in classi e della divisione del lavoro?

Proviamo a prendere ancora Marx in un momento diverso della sua vita, questa volta insieme al fido compagno Friedrich Engels, per offrire una prospettiva diversa dal nichilismo venturiano. I due  ci suggerivano in un loro scritto “ufficioso” che dovrebbe essere nostro compito pensare a tutt’altro tipo di costruzione sociale. Una società nella quale tutti ci dedicheremo un po’ a tutto, grazie ai prodigi della tecnica che renderà ciò possibile. Stiamo parlando de L’Ideologia Tedesca, un manoscritto mai pubblicato ufficialmente e circolato dopo la morte dei due rivoluzionari tedeschi. Per Louis Althusser si tratta di un testo imprescindibile, perché segnò il punto di svolta di Marx da filosofo politico a economista. Un passaggio è particolarmente significativo:

…appena il lavoro comincia ad essere diviso ciascuno ha una sfera di attività determinata ed esclusiva che gli viene imposta e dalla quale non può sfuggire: è cacciatore, pescatore, o pastore, o critico, e tale deve restare se non vuol perdere i mezzi per vivere; laddove nella società comunista, in cui ciascuno non ha una sfera di attività esclusiva ma può perfezionarsi in qualsiasi ramo a piacere, la società regola la produzione generale e appunto in tal modo mi rende possibile di fare oggi questa cosa, domani quell’altra, la mattina andare a caccia, il pomeriggio pescare, la sera allevare il bestiame, dopo pranzo criticare, cosi come mi vien voglia; senza diventare né cacciatore, né pescatore, né pastore, né critico.”

Recenti iniziative editoriali come Inventing the future di Srnicek e Williams arrivano a teorizzare una società del “post-lavoro”, che non appare però esattamente quella delineata da Marx ed Engels. I quali sembravano piuttosto pensare a una regolazione sociale che lasci tempo di vita sufficiente a dedicarsi a più attività, grazie alla regolazione della produzione generale. Così come chi lavora in attività materiali potrà anche dedicarsi all’arte grazie a una organizzazione generale più ragionevole, chi pensava di dedicarsi solo alla cultura potrà dare una mano alla produzione materiale generale, così da scrollarsi di dosso l’ìdea di essere improduttivo.In questo senso, sembrerebbe più opportuno pensare, oggigiorno, a ridurre l’orario di lavoro, come primo obiettivo. Sei ore al giorno sono più che sufficienti per ciascuno e ciascuna di noi, e si deve puntare anche a meno ore ancora. Il proprio tempo di vita non può essere dedicato solo a far fruttare qualcun altro del proprio lavoro, ma anche a goderne per proprio conto, con amici e parenti. Perché no, con gli stessi colleghi. E per sviluppare il proprio intelletto, o se si preferisce, il proprio fisico.