Perché, oggi, lo Stato

Le sempre più accese discussioni tra la sinistra europeista (nelle sue versioni riformista e radicale) e la nuova sinistra populista o sovranista (o, semplicemente, statalista), mostrano una volta di più la perdita da parte di quest’area politica di uno dei caratteri che l’hanno resa grande nel Novecento: la duttilità.

Il movimento operaio classico, la sua visione del mondo e in gran parte le sue istituzioni, hanno infatti rappresentato un punto di riferimento nel quale si sono riconosciuti e manifestati i fenomeni più disparati: cooperazione internazionalista e strategie nazional-popolari fino a vere e proprie forme di nazionalismo, opzioni connesse alla democrazia parlamentare e fronti rivoluzionari, rivolte di minoranze sparute e colpi di stato comandati da una potenza estera, ossessioni stataliste e fondamentalismi libertari, sollevazioni contadine e forme di guerriglia urbana. Fiori e carri armati, comuni e polizie segrete.

Tutto questo è stato reso però possibile dalla, relativa, stabilità di due conquiste fondamentali: una rivoluzionaria e tetragona teoria della società, e una filosofia della storia straordinariamente mobilitante, frutto maturo dei processi di emancipazione della modernità. Esattamente il venir meno di questo quadro di riferimento ha permesso, per così dire, una sostituzione del necessario con il contingente. Avvengono così guerre di religione su ciò che un tempo stava assieme, certo problematicamente, perché a disposizione ci sono incerte e strutturalmente deboli idee di società e precisamente nessuna teoria della storia.

È questa la sola base su cui è possibile valutare la discussione tra una sinistra populista e una ancora intrisa dello spirito degli anni ’90: la lettura del processo di ripiegamento della globalizzazione in Occidente, o meglio lo spostamento a Oriente dell’egemonia entro in sistema-mondo capitalistico – con relativa dislocazione alla periferia delle aree di antica industrializzazione – sembra suggerire l’adozione di una strategia populista e sovranista almeno nel medio periodo. E non perché una parte della sinistra abbia improvvisamente scoperto il fascino della nazione e del suo destino di romana grandezza: l’Italia è un paese che ha acquisito in effetti dignità democratica in epoca molto recente, solamente con la Resistenza e la Repubblica, e questo non può essere dimenticato. Si potrebbe al contrario dire che si tratta di una conquista della sua sinistra e del suo movimento operaio. Piuttosto si tratta di accettare il dato di un’Unione Europea reale dei trattati (e non un’Europa ideale sempre auspicabile) quale principale fattore della marginalizzazione del paese e dello spossessamento delle sue classi popolari. Uno stato e istituzioni pienamente sovrani, sottoposti a controllo popolare e democratico, che vogliono e possono dotarsi di strumenti di regolazione dell’economia riprendendo così la strada di uno sviluppo degno di un grande paese, sono in questo contesto fattori indispensabili di livellamento sociale. La destra, nonostante le apparenze, non può farlo, il centrosinistra non lo vuole, i 5 Stelle, che pure lo avrebbero nelle loro corde, esitano. Non sarebbe una cattiva idea, per una volta, farsi trovare pronti.

L’unica riserva plausibile all’opzione populista è dunque relativa alla sua natura corporativa: difendere le prerogative e le conquiste sociali degli stati nazionali europei è, in prospettiva globale, un elemento che tendenzialmente si oppone agli interessi dei subalterni dei paesi vincenti di questa fase storica. Così se al proletario italiano conviene la chiusura, a quello cinese, probabilmente, l’apertura. Lo notava già nel 2005 Giovanni Arrighi, commentando le prospettive dei movimenti globali dell’epoca. Arrighi stesso tuttavia avrebbe forse oggi concluso che l’assunzione di un modello innovativo di stato e di economia mista come quello sperimentato dai paesi guida dello sviluppo mondiale contemporaneo potrebbe condurre a una rinnovata convergenza tra questi interessi attualmente in conflitto.

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