Sarri a X Factor. Genealogie di Anastasio

Si è chiusa ieri sera al Forum di Assago la dodicesima edizione di X-Factor Italia, vinta dal ventunenne Marco Anastasio, di Meta di Sorrento. Per capire l’origine delle sue canzoni di bisogna partire dal suo mare, che si raggiunge scendendo lo scalone di gradini lunghi che porta alla spiaggia del paesino. Meta è un’ora da Napoli, arroccata sull’altura della penisola sorrentina e legata ad essa dalla cerniera della ferrovia circumvesuviana che porta masse di turisti nella più rinomata Sorrento. Scendendo lo zig-zag dei gradoni, il mare si staglia davanti agli occhi da altezze, angolature e prospettive diverse, mentre il sole rimbalza sul Tirreno producendo a pelo d’acqua un brillio maestoso e variabile. La luce trasforma la superficie dell’acqua in una tela gigante che cambia ad ogni momento, ad ogni gradino sceso, proiettando immagini meravigliose ed inquietanti. È da quel mare che arrivano alcuni dei versi più potenti di Anastasio (La metafora del mare).

Abbandonato il nome d’arte – «Nasta era figo, Anastasio sono io» – si è imposto immediatamente come uno dei più credibili candidati alla vittoria di X-Factor. Eppure sembra lontanissimo dalla maggior parte dei precedenti vincitori. La sua voce non si avvicina nemmeno a quella dei talenti che dopo X-Factor sono riusciti a imporsi nella scena musicale, come Giusy Ferreri o Marco Mengoni (con cui i finalisti hanno duettato ieri). Di sicuro Anastasio non risponde al profilo tipico del cantante da talent show. Ma quella del 2018 è stata un’edizione particolare di X-Factor, che ha diversificato molto l’offerta musicale, proponendo artisti e aspiranti tali che sarebbero stati inconcepibili nelle prime edizioni di questo tipo di format: per farsene un’idea si confronti la Light my fire edulcorata con cui Will Young vinse nel 2002 la prima edizione inglese di Pop Idol, con Don’t stop me, l’inedito con cui i Bowland si sono guadagnati la finale in quest’edizione di X-Factor Italia. 

Quest’evoluzione e diversificazione si deve probabilmente a due fattori. Da un lato, un programma che voglia sopravvivere a lungo deve sapersi rinnovare: avere una voce bellissima e potente non basta più, come dimostra la precoce eliminazione della talentuosissima Sherol Dos Santos (e come mostrava, con inquietanti risvolti, l’episodio 15 Milioni di celebrità di Black Mirror). Dall’altro lato, è cambiato probabilmente il significato che X-Factor ha per chi si affaccia sulla scena musicale. Alcuni dei cantanti che più hanno impressionato quest’anno – come le sedicenni Luna Melis e Martina Attili, voci energiche e versatili – erano così giovani quando X-Factor cominciò nel 2008, che difficilmente possono ricordare un tempo in cui non esisteva. C’è almeno una generazione che percepisce X-Factor e i format simili con la stessa naturalezza con cui i nati negli anni ’80 percepivano il Festivalbar o i nati negli anni ’50 il Cantagiro. X-Factor – prodotto dall’azienda inglese Fremantle (precedentemente in collaborazione con l’italiana Magnolia) – non esaurisce certo lo spettro completo della musica pop o commerciale in Italia, ma la diversificazione della sua offerta ne conferma la centralità.

Negli ultimi dieci anni in molti hanno storto il naso quando, uno dopo l’altro, artisti associati variamente al concetto di musica alternativa (Morgan, Elio, J-Ax, Piero Pelù, Skin e Manuel Agnelli) hanno accettato di partecipare come giudici ai talent show musicali. Oggi quel tipo di critica è tanto ininfluente da non essere quasi espressa. O addirittura capita che chi la esprime in maniera blanda (come fece lo Stato Sociale dichiarando: “Non pensiamo che i talent siano il male. Semplicemente non sono qualcosa che può interessare a qualcuno come noi […]. Il sistema ti fagocita, ti impone di stare a determinate regole”), accetti poi, come Lodo Guenzi, il ruolo di giudice. Che piaccia o meno, il format del talent si è imposto ormai fino a dare forma all’idea stessa di musica in televisione, ed X-Factor ne incarna la versione più spettacolare e coinvolgente. Ora è quello il campo in cui giocare se ci si vuole rivolgere ad un pubblico di massa. 

In questo contesto, la novità di Anastasio ad X-Factor consiste non solo nelle sue qualità artistiche, ma soprattutto nell’aver forzato agli estremi, per modi e contenuti, le possibilità che il format offriva. Cantando ogni volta testi scritti da lui sulla musica dei brani che gli venivano assegnati, ha di fatto presentato un inedito ogni sera, invece che una cover. In uno spettacolo nato come un karaoke professionalizzante, Anastasio è riuscito ad imporsi come autore più che interprete, convinto che la principale differenza fra cantautorato e rap sia il maggiore spazio che quest’ultimo concede alle parole. Che si tratti di una scelta meditata appare chiaro nella seconda puntata quando, presentando una versione da brividi di Generale, spiega alla giudice Mara Maionchi: «cerco di rispondere un po’ alla domanda: cosa lo metto a fare a questo, se lo prendo? Che tipo di cover può fare? È una totale reinterpretazione». La strategia denota notevole scaltrezza e Anastasio – che non ha una voce affatto eccelsa – entra nel programma rispettandone formalmente le strutture (una o più cover a puntata), ma modificandone radicalmente il senso (ogni cover è un inedito). Il successo è immediato.

Senza dubbio il genere musicale in cui Anastasio può a tutta prima essere incasellato è il rap. Tuttavia, se lo stile e l’attitudine richiamano l’hip-hop, nei versi di Anastasio manca un elemento caratterizzante di quella tradizione: il contesto urbano, con le conflittualità che si porta dietro. Dai suoi versi emergono tre dimensioni principali: la prima è intima, perfettamente rappresentata nella metafora del letto sfatto, e si concentra, con una sincerità ed una profondità rare, sui dubbi di una persona aperta, un po’ genuinamente pigra, solare ma preoccupata per il mondo attorno, rabbiosa contro le sue bruttezze e contro la propria incapacità di combatterle efficacemente («non mi alzerò mai, da questo letto sfatto e zozzo/che mi tira giù sul fondo ed è profondo come un pozzo/mi ripeto alzati, almeno muoviti/che ste lenzuola sono come sabbie mobili/e non ho manco sonno ma se mi alzo torno affrontare il mondo/e sono tempi bui/il gioco lo conosco a fondo/sono debole e lui cambia regole a suo/piacimento e vince sempre lui (…)/ma non voglio far finta di niente/se in giro vedo solo ed unicamente facce spente»); la seconda è una dimensione universale, immaginifica, che balla fra sogno, realtà, desiderio e terrore, e che attraverso queste immagini riflette sulla condizione umana («ma se stessimo a pensarci un secondo di meno/e strappassimo il velo/vedremmo una scala salire e trafiggere il cielo/staremmo lì a discutere se dietro le nuvole/c’è davvero il paradiso o si cade nel nero e non sono mica certo che ce la farei/gli scalini sono troppi per i piedi miei/e si dice che chi prova a salire lì su/per un motivo o per un altro poi non scende più/ci proverei pure io ma non lo so mica se alla fine ci si arriva/o si muore per la fatica e poi/se ci riuscissi e dopo le intemperie arrivassi e trovassi solo macerie/di un paradiso in disuso magari chiuso per ferie/na na na, non posso farlo/il paradiso forse c’è ed io continuerò a sognarlo»); la terza è una dimensione narrativa, emersa poco nelle esibizioni ad X-Factor, che si concentra su un mondo vario di personaggi sconfitti (Un sassofonista), antisociali (il piromane di Fuoco), sballati (CookingMeth Blues), fragili (T.S.O.), bipolari (Clint Eastwood) o emarginati (Rosso Malpelo). 

Le tre dimensioni si richiamano continuamente l’un l’altra, anche all’interno dello stesso pezzo, e mostrano sempre sfumature politiche. Quello che manca sono invece alcuni tratti somatici fondamentali dell’hip-hop degli ultimi anni: il clubbing, i soldi innalzati a feticcio, le bitches danzanti, le piscine e i pistoloni, i tatuaggi, le macchine truccate. Qualche droga fa capolino ogni tanto, ma più come espediente narrativo che come elemento caratterizzante. Nel video di Intro (esercizio di stile) si comincia con una scena vista mille volte, un playgrund all’aperto, parte il beat e Nasta si muove con aria di sfida verso la telecamera. Ma subito ci spostiamo fra i boschetti della penisola sorrentina, guardiamo il mare dall’alto, in un contesto che ammicca più Leopardi che a Jay-Z. Il testo conferma che si tratta di rap non convenzionale: «dilanio le carcasse di ‘sti rapper da niente/io ci provo a capire le loro rime ma niente/ti conviene rifiutare e rispedire al mittente/chi promette fama e soldi/e chiede in cambio la mente/propongo rime attente senza freni alle mie ruote/propino testi pieni destinati a teste vuote/questi fanno testi che non fanno testo/per teste dismesse/dammi venti barre e ti sposto l’asse terrestre/’ste rime maldestre le lascio a voi». Una volta chiarito cosa non si vuole essere (Quello che non sono), l’esercizio di stile è un manifesto programmatico, non una sfida a chi c’ha le rime più lunghe: serve a fissare i termini dell’impresa, non a darle corpo. Manca in Anastasio il sentirsi all’angolo di chi, come l’Eminem di 8 Mile, ha solo one shot, one opportunity. Meta, per fortuna, non è Detroit, né la East Coast dove i rapper sparano e 50 Cent è costretto a get rich or die tryin’. Persino quando si cimenta in una rap battle, Anastasio non lo fa per strada, ma nel chiuso della sua stanza. Fuori non ci sono i sobborghi delle grandi metropoli. Il clima di Meta è più vicino a quello della Sicilia di Verga, che gli offre la rabbia generosa di Rosso Malpelo. Ispirazioni: mare, serie Tv, letteratura, cronaca, Caparezza e Mondo Marcio. Idoli: Maurizio Sarri. 

Intessendo sull’immaginario di Sarrismo – Gioia e Rivoluzione, Anastasio scrive qualche mese fa Come Maurizio Sarri. Il Napoli è ancora in corsa per uno scudetto che avrebbe avuto dell’incredibile, e il pezzo di Nasta vola, Sarri lo accoglie nel suo studio a Castelvolturno e gli autografa una sigaretta. Proprio come da Sarri, da Anastasio traspare una profonda passione, una rabbia esistenziale spesso nascosta con ironia giù dal palco. Proprio come Sarri, Anastasio ha capito che quel che fuori e contro al sistema è rabbia, per provare a trionfare dentro al sistema – sia esso la Serie A juventucentrica o un format musicale commerciale – deve trasformarsi anche in bellezza. La rabbia è La bestia, la bellezza ciò che ne addomestica la ferocia. La rabbia può basarsi sulle più nobili ragioni di giustizia, ma se si limita ad ringhiare viene isolata, ingabbiata, tacciata di fanatismo. La bellezza può presentare le più affascinanti architetture, ma se non parte dall’esigenza profonda di denunciare e combattere le brutture del mondo, si converte in vuoto esercizio di stile. 

Questo legame fra rabbia e bellezza appare potente in La fine del mondo, l’inedito con cui Anastasio si è presentato al pubblico televisivo nella puntata d’esordio, diventato immediatamente una hit, tanto da finire al primo posto su Spotify. È questo che canta, rosso in volto, verso i giudici: «ma voi davvero volete le cose semplici/inflazionarvi le emozioni/con i pezzi tutti identici/io sono stanco delle cose normali/di certo non mi alzo dal letto per le cose normali/tu non mi credi/io vengo a romperti i pensieri/io vengo a romperti i pensieri». Per rompere i pensieri e ricostruirli in una nuova forma ci vuole la sublime immagine di un meteorite che si abbatte sulla cappella sistina piena di vandali in rave. Chi è già stanco dell’ingiustizia del mondo su cui si affaccia, ma percepisce la propria impreparazione al rinnovamento («e se oggi potessi cambiare il mondo/lo farei domani»), preferisce un mondo «finisca degnamente/che esploda/non che si spegna lentamente». È l’Apocalisse, che forse precede la rivoluzione. 

Ma per la rivoluzione non basta un meteorite. Della rivoluzione si sente la mancanza, si sa che da qualche parte c’è stata, ma ora se ne vedono solo barlumi, ricordi. Per chi non è nato in tempo per vedere il rivoluzionario «Napoli di Maradona», il sovvertimento dei poteri calcistici è incarnato da Sarri: «le rivoluzioni non le fa la bellezza/però c’ho una certezza/verrà il giorno che ne avranno bisogno». Rabbia e bellezza, ma bisogna anche essere scaltri, preparati, consapevoli dei propri mezzi, costanti, capaci di individuare i punti deboli del sistema per incunearcisi dentro: partecipare ad un programma di cover e presentare ogni sera un inedito e ricordarsi sempre che rivoluzionare un format televisivo non significa fare la rivoluzione (di nuovo, si veda il finale del citato episodio di Black Mirror).

La rivoluzione non può essere un gesto solitario, e Anastasio, bravissimo a mettere in versi dilemmi interiori, sembra inseguire i processi collettivi provando genuinamente a rompere gli schemi: nel bel mezzo della protesta dei gilet gialli francesi, si presenta all’appuntamento con Mara Maionchi con indosso un giubbottino catarifrangente. Dura un momento, nella sequenza successiva il gilet non è più indosso, ma in mano, poi scompare del tutto: non si scherza col fuoco, qualcuno della produzione avrà suggerito che X-Factor non è il posto per mostrare solidarietà al popolo francese in rivolta contro l’austerità del neo-liberale Macron. Insomma, come cantava Gil Scott-Heron, The revolution will not be televised? Di sicuro, la rivoluzione non può ignorare il tubo catodico, soprattutto perché questo prova ad appropriarsi di alcune sue armi, ammantandosi così di un’aura progressista: durante la settimana, X-Factor coinvolge i cantanti in campagne contro il bullismo e contro le microplastiche che uccidono la vita dei mari, segue Naomi ed Anastasio nella loro visita al presidio di Save the Children. Ogni tema sociale, ogni battaglia ambientalista è però ovattata, neutralizzata, privata dell’elemento di conflitto, ridotta a una questione di morale individuale, non di atteggiamento politico collettivo.

Da un certo punto di vista X-Factor sembra mettere in scena alcuni degli aspetti ideologici più feroci del nostro mondo, che semina competizioni ovunque. Un gruppo di giovani sconosciuti, spesso studenti, precari, disoccupati o artisti senza prospettive certe, cerca la propria strada nella musica attraverso il successo televisivo. Sono tutti bravissimi, appassionati, hanno grande talento e devono farlo risplendere perché la competizione è durissima: poco importa che uno canti pop, l’altra rock, che un gruppo sperimenti e l’altro vada sul classico, il trionfo dell’uno coincide l’eliminazione dell’altro, voto dopo voto, settimana dopo settimana. Vincitori e vinti esistono da sempre nelle gare canore, ma qui lo scontro assume una centralità nuova, quasi morbosa. È la messa a competizione dell’arte, che invece trae la sua forza proprio dall’abbandono dell’interesse immediato. I lunghi attimi che precedono i giudizi del pubblico o della giuria, le telecamere che indugiano sui volti tesissimi, spaventati, eccitati dei concorrenti, le formule arzigogolate dei giudici che aumentano la tensione, la nettezza dei verdetti che annunciano la caduta o il trionfo: è un piccolo Colosseo simbolico, dove gli occhi sono puntanti più sul pollice dell’imperatore (il pubblico o i giudici) che sul contenuto musicale. Dei partecipanti conta la bravura, ma ancor di più la personalità, la capacità di emozionare, di far immedesimare il pubblico con la propria storia, fino a fare del proprio vissuto un modello riconoscibile. 

D’altronde questa logica della competizione escludente muove programmi che ormai coprono numerosi ambiti. In Masterchef la convivialità e la serenità della cucina lascia il posto alla fretta della cottura, all’ansia dell’impiattamento, all’angoscia dell’assaggio. In The Apprentice questa logica mostra il suo volto peggiore, emblematicamente incarnato da Donald Trump e Flavio Briatore: il comandamento è “sacrificati per diventare imprenditore di te stesso, obbedisci strisciando per poi dominare, sali la scala pestando chi è sotto di te e al tuo fianco, altrimenti sei fuori, solo il migliore si salva”. X-Factor, per fortuna, non raggiunge questi estremi.

Eppure i programmi che si basano su questo tipo di logica sono estremamente popolari, hanno enorme successo, attirano l’attenzione – e spesso la segreta ammirazione – anche di chi se ne dichiara acerrimo nemico. Com’è possibile? È possibile perché quella logica parla ai singoli individui, gli dà del tu, si basa su emozioni fondamentali (gioia, dolore, compassione, disprezzo), le assorbe, le potenzia e le rivende impacchettate. E quelle emozioni ci muovono, ci muovono tutti. Se non si sceglie di star fuori dal sistema (nella consapevolezza della propria ininfluenza), la difficoltà consiste nel denunciarne le brutture e le strutture senza negare la verità delle emozioni su cui esso si basa. Bisogna essere rabbiosi ma belli, scaltri ma appassionati, empatici ma determinati, così come lo è stato Anastasio.

Sfruttando la potenza del mezzo televisivo, Anastasio ha fatto passare messaggi importanti, in controtendenza, ad esempio, con quelli che dominano la scena trap, su cui molte cose a sproposito sono state dette in questi giorni, e qualcuna fortunatamente a proposito. Il nichilismo consumista di gran parte della trap fa da specchio edonista e disperato al mondo di precarietà e mancanza di prospettive che le giovani generazioni vivono. In Anastasio quello stesso nichilismo si esprime con rabbia, ma cerca una via d’uscita che non siano i soldi, i rolex, i marchi d’abbigliamento e le droghe vecchie e nuove. La televisione ha messo in mano ad Anastasio gli strumenti migliori. I fantastici scenografi gli hanno costruito intorno un mondo che parte dal suo letto sfatto e si apre sull’infinito. L’esperta Mara Maionchi lo ha accompagnato ad affrontare il cantautorato (Mio fratello è figlio unico, la bellissima C’è tempo di Fossati) e il miglior pop (Se piovesse il tuo nome) italiani. Poi gli ha affidato i capitoli fondamentali dell’enciclopedia del rock (Another brick in the wall, Stairway to heaven): ogni sera un trionfo, con picchi onirici spiazzanti come quando Anastasio si confronta con Battiato e Sgalambro (La porta dello spavento supremo). 

La televisione però addomestica anche la base e qualche verso di La fine del mondo, e la paura è che la scaltrezza di Anastasio possa non bastare ad evitare che la logica dello spettacolo ingabbi la rabbia e impacchetti la bellezza. Ma è una paura che scompare ogni volta che si apre il microfono e partono i suoi versi, sempre sorprendenti, sempre capaci di rompere i pensieri. La parabola artistica di Anastasio è appena agli inizi, ma lui ha già fatto una piccola rivoluzione.