Whatever it takes. Sull’uso politico del debito sovrano

Qualche giorno fa la Commissione Audit di Parma ha organizzato la presentazione del libro Il Sistema. Storia del debito sovrano e del suo ripudio, il cui autore, Éric Toussaint, presidente di Cadtm internazionale (Comitato per l’annullamento del debito illegittimo), è con tutta probabilità il più grande esperto di debito pubblico. L’evento, introdotto dalla fondatrice della Commissione, Cristina Quintavalla, ha messo al centro il tema del debito come architettura economica e strumento di dominio del capitalismo. La storia di questo «sistema» risale al XIX secolo, quando l’indebitamento estero e l’adozione del libero commercio divennero i pilastri del processo di colonizzazione capitalistica delle economie periferiche: dall’America latina alla Cina, dalla Grecia alla Tunisia e all’Egitto. Ma la storia non è un processo irreversibile: la «dittatura del debito» è stata sovvertita e non pochi Stati sono riusciti a ottenere la cancellazione dei loro obblighi verso i creditori: Messico, Stati Uniti (!), Cuba, Costa Rica e Russia, negli ultimi due secoli, hanno ripudiato il cosiddetto debito odioso. 

Il debito pubblico non costituisce, dunque, una fatalità, una colpa da scontare. Esso è uno strumento politico in mano ai detentori del capitale, il cui scopo è, come ampiamente dimostrato dalla pubblicistica, favorire una redistribuzione della ricchezza verso l’alto: il sistema del debito sovrano è, perciò, nient’altro che uno strumento micidiale di guerra di classe top down.   

Solo che a questo punto non ci si può non porre la sequente questione: perché non è possibile dichiarare «odioso» anche il debito accumulato negli ultimi trent’anni dai Paesi europei e conseguentemente ripudiarne gli obblighi. In sostanza, perché i popoli europei non si ribellano alla «dittatura del debito»? 

Forse perché di «popoli europei» non vi è propriamente traccia. E questo per una semplice ragione storica: a mancare, nel Vecchio Continente, è la nazione moderna, ovvero quel «contenitore dinamico» del sociale senza cui né la libertà né la democrazia (e nemmeno i paradossi della politica di massa), sarebbero stati possibili. Questo ci consegna l’età moderna: non esiste popolo senza nazione. “Nazione”, infatti, non è né un termine reazionario né una categoria obsoleta. È il nome, irriso dal nostro tempo, di una comunità di volere politico che è tenuta insieme da una comune autocoscienza politica. 

Ora, ciò che bisognerebbe avere il coraggio di dirsi con chiarezza, anche a sinistra, è che la costruzione tecnocratica ed economico-finanziaria dell’Europa è ben altro. Che, anzitutto, le sue fondamenta funzionalistiche non appoggiano sul terreno della modernità istituzionale e politica. La costruzione europeista non è la proiezione degli ideali di Ventotene. Essa, semmai, ne è la negazione, poiché si fonda su ragioni ideologiche e giuridiche che hanno più familiarità con il Medioevo piuttosto che con il corpo dei diritti e l’immaginario della liberaldemocrazia contemporanea. A che cosa sono assimilabili i poteri di banche o multinazionali se non alle regalie medievali? E che cos’è avvenuto con la costruzione dell’Ue? Non si è forse realizzata quella separazione tra gestione comunitaria della moneta (l’Euro) e dimensione economico-sociale (affidata ai governi nazionali, soggetti al controllo democratico) che altro non è se non la fine di quell’unità organica tra spazio sociale ed economico ‘regolato’ dallo Stato-nazione? Come si traduce questa auto-neutralizzazione del ‘politico’ se non nell’apoteosi del sovrano assoluto, del mercato come imperium? 

Il problema è che il collasso dello Stato-nazione implica la fine non solo del ‘politico’ ma anche del sociale. Jean Baudrillard, nel 1978, dava alle stampe All’ombra delle maggioranze silenziose ovvero la fine del sociale, un testo provocatorio nel quale le masse dei moderni stati-nazione venivano considerate come maggioranze silenziose destinate a corrodere il sociale, cioè la stessa possibilità di senso e di ordine. La rivolta delle masse moderne si esprimerebbe come potenza di assorbimento dell’elettricità del sociale e del politico, come pouvoir neutre destinato a sterminare tanto il potere che ordina quanto il contropotere che disordina. Al di là della infelice scelta di sussumere l’età contemporanea in quella moderna (le continuità tra i due periodi storici non sono meno numerose delle discontinuità) e della eccessiva fiducia nella capacità interpretativa della sociologia (l’approccio multidisciplinare nella lettura del reale è sempre raccomandabile se si vuole evitare la tentazione della reductio ad unum), l’interpretazione delle masse di Baudrillard ci è molto utile in quanto svela una verità politica ormai difficile da nascondere: la scommessa populista è destinata a perdersi senza una preventiva costruzione di popolo, cioè qualcosa che necessita ben più di un’arte del dire populista. Ciò che occorre a un discorso di trasformazione che sappia afferrare la sostanza del sociale è che esso si doti della volontà progettuale di esprimere un senso, una certa idea di ordine etico valoriale, entro cui articolare una nuova autonomia politica, in grado di ricostruire l’edificio di una comunità politica consapevole di sé. Secondo Baudrillard, esiste un tipo di resistenza al potere che ha a che fare con la teoria del flusso a due fasi di comunicazione (two-step flow of communication): «La massa non costituisce affatto una struttura passiva di ricezione dei messaggi dei media, siano essi politici, culturali o pubblicitari. I microgruppi e gli individui, lungi dall’allinearsi su una decodifica uniforme e imposta, decodificano i messaggi a modo loro, li intercettano (attraverso i leader) e li traspongono (secondo livello), opponendo al codice dominante i propri sotto-codici particolari, e finendo per riciclare tutto ciò che entra nel loro circuito, esattamente come i primitivi riciclano la moneta occidentale nella loro circolazione simbolica». 

Esisterebbe, quindi, un’astuzia delle masse, consistente anzitutto nel sapere che non ci si libera di niente. Che non si «abolisce un sistema se non spingendolo nell’iperlogica, spingendolo a un uso eccessivo che equivale a un ammortamento brutale». Viene da pensare che Emma Bonino sia stata quella che più si è avvicinata alla pratica del paradosso in politica, cioè al tentativo di rappresentare l’apocalittico impulso di massa all’autodistruzione. Il risultato elettorale raccolto induce piuttosto a concludere che l’unico cupio dissolvi realizzatosi, per ora, sia quello di Più Europa. 

Ma prima di dichiararsi vinti di fronte al potere delle masse neoliberali, occorre prendere atto che di populismo c’è ancora bisogno. Un populismo però che, a differenza di quello incarnatosi nei Cinque Stelle e nella Lega, sappia mettere al centro la costruzione di popolo, basandosi su un progetto politico responsabile e serio, in grado non solo di attaccare il dominio delle élite, ma anche di governare la difficile transizione alla sovranità nazionale e democratica. Occorre, però, cominciare ad accettare che la maggioranza degli Italiani non vuole l’Italexit e che se esiste una via spendibile per capitalizzare politicamente la forza disgregatrice delle masse anomiche dell’oggi, bisogna dire chiaro e forte che è giusto fare ancor più debito. Occorre accettare l’astuzia delle masse («non ci si libera di niente») e provare a rappresentarne e articolarne le istanze in senso antagonistico all’Unione Europea. Ma, come afferma Fabrizio Maronta, «non è minacciando di andarcene che possiamo sperare di ottenere risultati, bensì prospettando di restare a tutti i costi – sorta di whatever it takes a rovescio – e di arrecare ipso facto seri danni alla moneta unica e all’Unione».