Deutsche bank, “la banca più pericolosa del mondo”

Di finanza non si parla più molto, è un fatto. Mentre a ridosso della crisi del 2007-08 termini di nicchia quali rating, spread, derivati erano usciti dagli ambiti specialistici per raggiungere il grande pubblico e molti opinionisti erano soliti discettare su temi quale debito, Fiscal Compact, Mes ecc. a fine 2018 il dibattito pubblico non li contempla più. Come se i problemi non fossero più urgenti o fossero stati risolti. Non è così.

La pubblicazione di uno svelto libretto degli Attac europei «Dieci anni dopo la crisi prendiamo il controllo della finanza!» risulta una piccola boccata di ossigeno in un contesto sempre più superficiale e disinformato. Se questo agile ma incisivo testo ripropone un po’ tutte le problematiche inerenti la finanziarizzazione, basta spulciare alcune fonti mainstream per rendersi conto di quanto tali dinamiche rimangano di urgenza e pienamente attive oggi. Magari anche peggio di quanto non si pensasse.

Nel benemerito testo di Andrea Baranes «Finanza per indignati» (2012) si citava il valore dei derivati quale 708mila miliardi di dollari. I derivati sono degli strumenti finanziari che garantiscono un prezzo fisso di un bene che può cambiare valore; se usati per tale scopo danno una diminuzione del rischio da tali oscillazioni, ma in base al fatto che possono essere venduti e ricomprati più volte, permettono di giocare sulla incertezza per realizzare un profitto, che definiremmo speculativo. Tanto da influire alla fine sul «bene» cui sono collegati. Chiunque abbia affrontato il loro studio sa che non si tratta solo del problema di speculatori che macinano profitti al di sopra della società, ma di dinamiche che sempre più la attraversano cambiandola – e non in meglio. A fronte della cifra di 708mila miliardi, il 18 ottobre scorso è uscito un importante report dell’Esma – una autorità pubblica a livello comunitario la cui sigla significa Autorità europea degli strumenti finanziari e dei mercati.

In esso si afferma che nella sola Ue le transazioni di derivati assurgono a 660mila miliardi. Come osserva il Sole 24-Ore il 6 dicembre scorso con un tono un po’ preoccupato, se è corretta la proporzione della Banca Internazionale dei Pagamenti (importantissima istituzione finanziaria con sede in Svizzera) per cui i mercati europei rappresentano circa un quarto del totale, la cifra globale non sarebbe 708mila ma 2,2 milioni di miliardi. Non una dozzina di volte il Pil del pianeta ma 33 volte! Secondo Mediobanca, le banche con maggior numero di derivati in pancia al mondo sono Deutsche Bank (48mila miliardi) e la britannica Barclays (40mila miliardi).

Se molto celebre è la propensione del Regno Unito per l’accumulazione finanziaria, meno noto è quanto pure l’economia tedesca sia intrecciata con essa. Deutsche Bank, il colosso attorno a cui girava buona parte del mondo produttivo tedesco, inizia ai primi anni Novanta a voler rivaleggiare con Wall Street, volendo contendere il primato mondiale alla finanza anglosassone; assumendo come priorità la valorizzazione finanziaria maneggiando una miriade di prodotti rischiosi. Se alcuni segnali mostrano chiaramente tale scelta (la sostituzione dello svizzero Ackermann con l’indiano Anshu Jain, che gestiva il settore dei derivati), quella che è nota in alcune testate specialistiche come «la banca più pericolosa del mondo» mostra i suoi frutti. E’ una delle banche citate più frequentemente nel monumentale rapporto della Commissione d’inchiesta Usa sulla crisi finanziaria del 2007-08 assieme a Goldman Sachs, Merril Lynch, Citigroup. Volevano fare come Wall Street; ce l’hanno fatta. Complimenti.

Da “Il manifesto”, 28. 12. 2018

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