O la borsa (privata) o la vita

Il 24 marzo 2011 una trentina di studenti universitari accompagnati da alcuni docenti, fra cui Antonio Caronia e Franco “ Bifo” Berardi irruppero nel palazzo della Borsa a piazza Affari a Milano come gesto di protesta . Vennero allontanati dalla polizia con energia. A ottobre 2019 spunta la notizia che il CEO di London Stock Exchange sarebbe volato a Roma per una consultazione coi vertici di Borsa italiana, ma anche con CONSOB, Banca d’Italia e MEF. La connessione fra queste due notizie rappresenta uno dei gangli vitali del processo di finanziarizzazione attuale, poco studiato anche dagli economisti critici dei processi finanziari.

La borsa valori è il luogo – un tempo in senso fisico, oramai sempre più virtuale – in cui si vendono e si comprano i titoli finanziari: azioni, obbligazioni, derivati, ecc. Ma non vi si può vendere quel che si vuole secondo modalità a piacimento: ci sono delle regole e normative che vi presiedono. Il loro contenuto può essere più o meno favorevole ai fenomeni speculativi e di finanziarizzazione dell’economia.

Sorprendentemente una delle privatizzazioni meno note in assoluto è stata quella della stessa borsa, fino agli anni Ottanta un mercato regolamentato in modo pubblicistico con forti limitazioni, nella decade successiva mutato dall’incalzare del processo di integrazione europeo. Già negli anni in cui nasceva la UE (1992-93) vengono emanate le due direttive che da un lato sanciscono il funzionamento di mercati finanziari con molti meno limiti, dall’altro stabiliscono le norme per le banche, rigettando la distinzione fra istituti di deposito e d’investimento. Il D. Lgs. 415 del luglio 1996 che le recepisce porterà in breve alla costituzione di Borsa s.p.a e alla definitiva privatizzazione due anni più tardi, nel 1998, come si legge all’art. 46: “ L’attivita’ di organizzazione e gestione di mercati regolamentati di strumenti finanziari ha carattere di impresa ed e’ esercitata da società per azioni, anche senza scopo di lucro”. La cui finalità corrisponde “alle nuove esigenze scaturenti dalla rimozione dei limiti legislativi alla piena esplicazione della concorrenza e alla libera circolazione dei servizi finanziari.” Così Mario Draghi nel 1996 ci dice, in tono vellutato ma esplicito, che un troppo rigido controllo da parte dello Stato andava rimosso a favore del profitto finanziario.

Dunque la borsa è una istituzione privata da cui i gruppi di contestatori possono essere cacciati via a norma di legge. Ed in quanto tale è essa stessa soggetto delle medesime dinamiche soggiacenti alla aziende quotate . Si assiste infatti nella decade successiva ad una vera e propria febbre di acquisizioni e fusioni che non ha precedenti nel capitalismo. Si vede, con crescendo rossiniano: nel 1998 Eurex, nata con la fusione fra la tedesca Deutsche Terminboerse (DTB) e la svizzera SOFFEX; nel 1999 la fusione delle due borse canadesi di Vancouver e Alberta; nel 2001 arriva Euronext, composta dalle borse di Amsterdam, Bruxelles e Parigi (cui si unirà quella di Lisbona e un mercato britannico di derivati) che nel 2006 si fonderà con la statunitense NYSE. E finalmente l’anno successivo vediamo le evoluzioni di casa nostra: Borsa italiana viene acquisita dal gruppo britannico London Stock Exchange Group. In seguito si tenterà una – fallita – fusione con la tedesca Deutsche Börse, mentre a settembre 2019 è stata fatta un’offerta di acquisto da parte della Borsa di Hong Kong.

Ma chi possiede oggi il gruppo che ha in pancia la borsa italiana? I primi 10 azionisti controllano il 32,7% del totale azionario. Vi compaiono: Lindsell Train Ltd (fondo speculativo britannico); Capital Research & Management Co. (azienda statunitense d’investimenti), il gruppo BlackRock (la Roccia Nera è fra i più importanti investitori finanziari al mondo), Fidelity Investments (multinazionale finanziaria con sede a Boston) e altre simili. Una meraviglia.

Da “il manifesto”, 12. 10. 2019.