Domenico Moro, europa

La crisi dello spazio pubblico europeo

In un articolo scritto a marzo e apparso su «Le Figaro», lo storico e filosofo Marcel Gauchet afferma che l’Europa, nei suoi settant’anni di integrazione, ha espunto la tragedia dal proprio orizzonte politico, «la pace e la prosperità, insieme al breve termine dei risultati economici, hanno rimosso la dimensione strategica [tragica] dall’esistenza politica. L’aumento dei diritti individuali e dei mezzi materiali di ciascuno è diventato l’unico orizzonte concepibile».

Una simile visione della crisi politica che attanaglia l’Unione europea – resa ancora più evidente a causa dei governi di ‛sanità pubblica’ costituitisi per fronteggiare la pandemia da Covid19 – smuove una quantità di interrogativi difficili da trattare sistematicamente e il solo porli porta, inevitabilmente, a una riflessione forzata circa il ruolo che la categoria del politico ricopre nella cultura europea. Ci si muove su di un equilibrio precario, sia dal punto di vista dei concetti (o della teoria politica), sia dal punto di vista della práxis. Quando Gauchet scrive che «la lezione principale [a cui l’Europa deve guardare e tendere] è la priorità che deve essere data alla coesione collettiva, come garantito dalla dimensione politica, rispetto al tutto economico» afferma implicitamente che l’individualità – inscritta nella parola cittadino – deve vivere all’interno di un’epoca storica che non sottrae a quest’ultimo la dimensione della temporalità agita in uno spazio pubblico. Ebbene, la definizione di spazio pubblico – inteso come luogo della pluralità irriducibile degli individui inseriti in una comunità politica – richiama alcuni concetti fondanti la cultura europea: dallo zōon politikòn aristotelico, all’interno del quale è espressa la concezione della classicità greca della politica – a sua volta intesa come bios politikós, il vivere politico dell’uomo – alla riflessione sulla sovranità politica definita da Hobbes, il quale «fonda il liberalismo in un mondo illiberale» (Vegetti, 2015), lo status naturalis come status belli.

L’espungere il senso del tragico dalla riflessione inerente la costruzione europea significa rinunciare a uno strumento critico per l’analisi della società contemporanea. Se Nietzsche, nella sua Geburt der Tragödie (Nascita della Tragedia, 1872), afferma che i greci «sono gli artisti della vita; hanno i loro dèi per poter vivere, non per estraniarsi dalla vita» ciò dovrebbe far riflettere su come la cultura classica greca abbia assicurato un fondamento collettivo al proprio spazio pubblico e culturale, non separando bellezza e hybris, forma e verità.

Oggi, nella burocratizzazione dei rapporti politici a livello europeo, lo spazio pubblico è assurto a mero palcoscenico, a immagine: si è definito come spazio bidimensionale, come concetto iconico. La politica dell’UE è diventata un’illustrazione buona per le facoltà contemplative ma non per quelle attive, le quali richiedono la memoria del bios politikós greco, del vivere politico dell’uomo; tutto ciò ha trasformato la cultura politica dell’Europa «nel carnevale di un’esposizione universale» (Nietzsche, 1872). Definire la cultura come vetrina, come corpo in mostra, significa ridurre gli spazi di manovra del politico: le società contemporanee sono inondate di dati e notizie e ciò fa sì che il tempo (la storia) sia pagato, consumato e gettato, così come la politica, che può diventare tante cose (populismo, nazionalismo, sovranismo) in virtù della riduzione dello spazio pubblico e della mancanza di una effettiva rappresentanza democratica. L’atto del conoscere è diventato una forma di legislazione, un ethos del progresso che produce valori normativi edificati sulla morale – mediante un sistema nomologico-deduttivo – e che dà luogo a una cultura e a una politica europea amministrata e non agita.

Nel 1963, ne La banalità del male, H. Arendt afferma che la tragicità degli eventi relativi alla Seconda guerra mondiale prese forma nel momento in cui l’etica dell’obbedienza si sostituì a quella precaria e labile delle democrazie continentali del primo Novecento. La logica dell’obbedienza e la costruzione delle masse ideologizzate all’interno degli Stati totalitari cancellarono la capacità di giudizio delle società coinvolte nelle perniciose comunità edificate sul sangue e sul suolo, delineando un individuo nazionale che fuggiva dalle proprie responsabilità; l’atrofizzazione del giudizio consegnò tali individui tra le braccia della morale nazionalsocialista e fascista. Le conseguenze di tale morale totalitaria sono definite magistralmente da A. Camus nei suoi Taccuini (1959): «La morale porta all’astrazione e all’ingiustizia. Essa è madre di fanatismo e di cecità. Chi è virtuoso deve tagliare le teste. La morale taglia in due, separa, scarnifica».

Per originarsi, la facoltà di giudizio ha bisogno di uno spazio comune, di uno spazio pubblico mediante il quale un cittadino può riflettere la propria realtà interiore su quella esterna. Colui che produce tale riflessione è coinvolto in un giudizio: libero, perché l’individuo politico riesce a formulare liberamente dei rapporti associativi vivendo la dimensione di libertà reale, e «il modo di pensare ampio […] si realizza paragonando il nostro giudizio con quello degli altri […]  coi loro giudizi possibili [e] con quelli effettivi. Il pensiero critico è possibile solo là dove i punti di vista di tutti gli altri siano accessibili all’indagine. Quindi il pensiero critico, pur tuttavia un’occupazione solitaria, non ha reciso ogni legame con […] gli altri. Con la forza dell’immaginazione esso rende gli altri presenti e si muove così potenzialmente in uno spazio pubblico» (Arendt, La vita della mente, 1978).

Oggi, non così distanti dagli echi di quei disastri umanitari che furono la guerra mondiale e la Shoah, l’Unione europea, nonostante abbia avuto origine grazie alla volontà di ricostruire un’Europa democratica dove la rappresentanza politica fosse un argine alle tendenze demagogiche e di blocco della prima metà del Novecento, sta riducendo proprio lo spazio pubblico di cui settant’anni fa si fece garante; e ciò a causa di un conformismo burocratico ed economico-finanziario che mal sopporta la dimensione collettiva della categoria del politico.

Per fronteggiare questo incessante lavoro di sottrazione da parte delle istituzioni governative nazionali che operano in Europa, potrebbe essere utile parafrasare Hannah Arendt, e con lei capire che lo spazio pubblico trascende la politica per rendere possibile essa stessa. Lo spazio pubblico unisce e separa l’individuo dagli altri; si è nello spazio pubblico della politica quando si accetta che ciò che è comune e che rende ‛pari’ è la diversità.