europa, von der layen

L’Europa e i suoi specchi

«Andavano al popolo». Con questo adagio, nel 1874, venivano presentati al grande pubblico russo le migliaia di studenti delle università di San Pietroburgo e di Mosca che ‛andavano’ nelle campagne e che viaggiavano verso la nuova Russia, antagonista della Russia europea dalla quale provenivano.

Erano i primi populisti (narodniki), i servitori del popolo (narod), e a quest’ultimo si consacrarono con coscienza democratica – la servitù della gleba era stata abolita nel 1861 – con un intento politico, convinti di educare il popolo mediante una ‛vicinanza’ culturale che non celava uno sfondo paternalistico e che era impastata con un’idea di comunità costruita non solo su delle basi politiche ed etiche, ma cementata a un’idea territoriale della nazione, da una comunità di sangue e suolo che divenne materia organica dalla quale originare una nuova Bildung – la questione democratica in Russia dal 1812 in poi sarà oggetto di scontro tra i fautori di una monarchia costituzionale e coloro che vi opponevano il principio imperiale, quello zarista descritto e propugnato dallo storico Nikolaj Karamzin nel suo Storia dello stato russo (1818-1826).

Così scriveva il teorico populista Nikolaj Michajlovskij: «siamo arrivati a capire che la nostra consapevolezza della verità universale è stata raggiunta solo al costo della millenaria sofferenza del popolo. Noi siamo debitori verso il popolo e questo debito ci pesa sulla coscienza» (Figes, 2008). La forza di questa volontà morale e politica viene, senza mezzi termini, spazzata via dalle parole che Fëdor Dostoevskij scriverà dalle colonne della rivista «Graždanin» (Il Cittadino) – articoli raccolti in seguito in un volume dal titolo Diario di uno scrittore (1876). Ed è da questi scritti che emerge chiaramente quanto le esigenze dei populisti di ottenere una ‛vicinanza’ al popolo fossero un mito, un racconto che essi facevano a se stessi anteponendo un principio nazionalistico – socialmente, storicamente e spazialmente radicato e spiegato mediante visioni opposte, quella occidentale e quella slavofila –all’edificazione della nuova nazione russa. Vale la pena di riportare il passaggio di Dostoevskij: «La questione del popolo e del modo di considerarlo è adesso da noi la più importante delle questioni, quella nella quale si racchiude tutto il nostro avvenire. E intanto il popolo, per tutti noi, è ancora una teoria […]. Tutti noi, amici del popolo, lo consideriamo una teoria, e, a quanto pare, assolutamente nessuno di noi lo ama così come esso è in realtà, ma soltanto quale ognuno di noi se lo immagina. A tal punto che, se il popolo russo, risultasse in seguito diverso [come poi fu] da quale ognuno di noi se lo immagina, noi tutti, nonostante l’amore che gli portiamo, l’abbandoneremmo senza alcun rammarico» (Figes, 2008). 

Emerge una sorta di distopia rispetto all’utopia che i populisti russi propugnavano. Una distopia che già era evidente ben prima del 1874 e che a partire dal 1825 – anno del moto decabrista del 14 dicembre, sedato dallo zar Nicola I – si scagliava contro il principio imperiale a favore di una monarchia costituzionale. Tale visione confliggeva con quella di Karamzin relativa al concetto di spazio vuoto: la Russia primitiva, quella antecedente la formazione del principato della Moscovia, era una terra di barbari che «vivevano allo stesso livello delle bestie» (Figes, 2008). Al contrario di questa, la libertà del popolo russo, quella pensata e cercata dai decabristi, e la nuova Russia erano fondate su un nazionalismo sostenitore di uno Stato russo nato spontaneamente dai costumi autoctoni delle tribù slave. Ma la natura distopica di tale concezione emerge da subito, nel momento in cui questa visione si lega ad alcuni principi politici distanti dalle richieste costituzionali dei decabristi; nella fattispecie, quando a questo spaurito gruppo di militari ribelli si uniscono le istanze politiche degli slavofili di sinistra e degli storici populisti, fautori di un socialismo rurale.

Questo scenario è il risultato di tre tappe fondamentali della storia dell’Ottocento russo, di tre movimenti che si intrecciano e che producono un magma mobile che scivolando brucia, alimentato dalla ricerca del carattere nazionale russo. Il preludio (vero e proprio movimento dall’esterno) venne innescato dalla Rivoluzione francese e dal Terrore che si originò nel 1793. Il giacobinismo minò alle fondamenta le fede russa nell’Europa come forza del progresso e della cultura. Il secondo movimento (dall’esterno ma con conseguenze interne): l’invasione  di Mosca da parte delle truppe napoleoniche nel 1812 produsse una reazione antieuropea, fu la causa che gettò le basi per costruire la Nazione intesa come destino politico. Una nazione nata non tanto dalla resistenza allo straniero quanto per il fatto che tale guerra venne combattuta da soldati contadini, dal popolo, da quelli che poi i decabristi – molti dei quali combatterono fianco a fianco con le masse rurali – definirono i figli della patria. Ecco il momento del risveglio patriottico del popolo, ecco il risveglio nazionale nato per opera di servi che «avevano combattuto come cittadini» (Figes, 2008), perché prima non lo erano. Ecco che compare all’orizzonte la questione nazionale, il principio di sovranità originatosi da una lotta contro un nemico comune, esterno alla Russia. Si comincia a pensare la Nazione da un punto di vista storico, sociale e geografico. E tale punto di vista, tale principio rivelatore diviene ideologia: la categoria del politico evita di formare dei veri cittadini, bensì forgia le masse, il nuovo individuo nazionale nasce – per citare Croce – «dalla fornace di fusione che è la guerra» (1927); gli individui nel tutto, fusi in una comunità di popolo e disponibili al sacrificio. Infine, il terzo movimento (interno ma con riflessi esterni): decabristi, slavofili e populisti – alcuni dei quali figli del 1812 – riconobbero e videro nel ‛problema’ contadino, di questi esclusi che servivano per le guerre, la questione  della Nazione, la questione civica, allorché ci si sarebbe dovuti battere per il progresso della Russia che attraversava le masse indistinte e prive di diritti e le elevava a motore nazionale. La Russia era zarista, la Russia era impero, ci si muoveva all’interno di un ordine statale che bloccava qualsiasi richiesta proveniente dal basso. Di nuovo, le riforme liberali e i principi democratici legati al populismo non potevano che guardare all’Europa, al modello primigenio che era riuscito a illuminare quel paese-mondo chiamato Russia.

Purtroppo questi tre movimenti vennero definiti mediante una pedagogia di guerra sviluppatasi nell’arco di un cinquantennio, dall’invasione delle truppe napoleoniche alla guerra di Crimea del 1853-1856. Una «educazione del fronte» (Losurdo, 1991) che ebbe come elementi centrali la «dimensione della totalità in quanto destino» nazionale e l’emergere di una visione sovrapersonale dello spazio politico: l’individuo, lungi dall’essere cittadino, assurgeva a popolo e il primo termine di questa relazione subiva una distorsione non solo politica ma veniva trasceso da sé stesso per divenire individuo nazionale, membro di un corpo politico concepito e fatto crescere in un universo totalitario. Nel volgere lo sguardo all’illuminismo europeo, la Russia fece propri gli stimoli libertari che provenivano dalla Francia ma li sacrificò a favore dell’artificio, della capacità d’invenzione e di ingegneria sociale del nascente nazionalismo.

A un tratto, la natura distopica del populismo soffocò la possibilità di far compiere alla Russia il suo percorso verso un riformismo liberale.  Il tentativo di recidere ogni rapporto con la cultura europea a vantaggio della costruzione di un vero spirito russo guidato dallo zarismo e dagli slavofili (che pure erano in conflitto ideologico tra loro) alla fine preparò il terreno alla rivoluzione del 1917. Aleksandr Gercen (al secolo Herzen), uno dei più importanti intellettuali russi dell’Ottocento nonché figlio del 1812 e simpatizzante decabrista, scrisse a cavallo degli anni ’50: «Avevamo bisogno dell’Europa come di un ideale, di un rimprovero […]. Se non era queste cose, dovevamo inventarla» (Figes, 2008). E la inventarono, purtroppo mediante le lenti sfuocate del nazionalismo legato a filo doppio con il populismo. Si arrivò, brandendo il vessillo del rifiuto dell’Europa, a un bivio, ma esso non produsse una scelta, anzi. Vennero percorse entrambe le direzioni: una che portava a concepire la storia russa come appartenente agli Zar, l’altra che vedeva la storia appartenere al popolo.

L’Europa di oggi ha lo stesso valore dell’Europa di ieri: non si può prescindere da un sovranismo europeo, certamente nello scambio polemico e critico che soggiace al dialogo tra Stati e Comunità europea (volutamente ho usato il termine Comunità e non Unione, quest’ultimo entrato in vigore con il Trattato di Maastricht del 1992 e che ha la responsabilità semantica, oltreché giuridica, di definire un’unione monetaria ed economica, ma non politica) e non si può negare una cessione di sovranità nazionale da far valere come rappresentanza politica democratica in Europa e in aperta opposizione al richiamo verso la Nazione – altrimenti l’idea di Europa servirebbe per definire gli Stati e non quest’ultima –. La sconfitta di una ‛visione’ federalista avrebbe lo sgradito compito di far resuscitare i sopiti ma non spenti nazionalismi e populismi che, nell’apparenza delle loro istanze politiche europeiste, nella loro formalità, mascherano una distorsione della categoria del politico: la richiesta di più Europa ma non di una maggiore integrazione europea nasconde il vulnus degli Stati-Nazione pronti a rosicchiare ampi spazi alla partecipazione democratica dei cittadini comunitari nelle poco democratiche istituzioni europee.

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